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Cogito ergo sum o «(Ego) Sum ... ergo cogito»?

Cogito ergo sum o «Sum ... ergo cogito»?

di Gaetano Sgalambro - giovedì 12 marzo 2020 - 1713 letture

L’aforisma Cogito ergo sum di René Descartes, che sintetizzò una delle tappe importanti dello sviluppo del pensiero, dagli uomini di cultura italiana che popolano il paese politico -per tali intendo gli addottorati di vario titolo che affollano assiduamente gli schermi televisivi e i social, che siedono sugli scanni del parlamento, che parlano dalle facciate dei giornali, compresi quelli che il firmano- è stato interpretato all’inverso: «Sum ... ergo cogito». Tutti, essendo «Sum», sono nel diritto di cogitare o, nella fattispecie, di pensare come vogliono.

Così saltano alcuni secoli di crescita del sapere, per omologarsi tutti all’«uno vale uno» della gnoseologia democratica postfascista. Dando luogo, poi, a che questo principio discenda lentamente erga omnes, per la forza di gravità costituzionale (non me ne vogliano i poveri padri costituenti), più l’aggiunta dello specifico peso ideologico.

A questo punto è diventato impossibile a chiunque, nei numerosissimi dibattiti quotidiani dei media, individuare punti di riferimento chiari e fermi: vuoi di ordine etico-politico o morale o civile o di quant’altro. Tanto che, se nel caldo del dibattimento sembra che ognuno abbia la sua parte di ragione, i fatti a distanza dimostrano che quasi tutti avevano torto. Questo lo registra solo chi ha buona memoria, gli altri non ne hanno più alcun ricordo. Acqua passata. «Mesdames et messieurs faites vos jeux», si potrebbe dire. E i cittadini, come incalliti giocatori di casinò, ritornano a guardare vigili le mani dei croupier, i moderatori dei salotti mediatici, che lanciano la pallina dell’ennesimo giro delle loro infinite roulette.

E’ indiscutibile che tutti abbiamo uguale diritto di formarci un’opinione su ciò che accade e di poterla esprimere. Ma non è detto che l’una valga l’altra. E se ognuno ha il diritto di esprimerla, come vuole la Costituzione Italiana, deve sapere di avere anche il dovere di rispettare quella altrui. Tradotto in pratica ciò significa che deve saperne riconoscere la maggiore fondatezza di dati e di analisi o, almeno, la minore improvvisazione e che, ove ci siano, deve azzittire il proprio Sum (o Ego).

Ma questo succede molto di rado. Nei salotti dei media non è facile sentire qualcuno che dichiari di non sapere e che poi taccia. Il silenzio non è più oro. Laddove è oro esserci, contare come gli altri, fare opinione comunque nel mucchio. E poi è un’occasione dove può capitare di tutto. Magari di diventare opinion leader dell’""io ci sono sempre" (bel mestiere) o del “buonismo” o nella super analisi del capello. Una mimica empatica, una buona affabulazione e si è ammessi al gioco di questi salotti di approfondimento.

Di fatto ci troviamo in un contesto in cui è impossibile ogni differenziazione tra soggetti con competenze e altri che ne sono privi, invitati a raffrontarsi insieme. Così come tra i rari professionisti di alta qualità, capaci di affrontare situazioni difficili e complesse, e i tanti professionisti di conoscenza solo dottrinaria, capaci di affrontare problemi quotidiani meglio dei cittadini che ne sono privi, ma non di più. Sono utili entrambi, ma non nelle medesime circostanze.

Le innumerevoli e interminabili discussioni sul grave problema epidemiologico che stiamo vivendo sono il chiaro esempio di come non si sappia fare alcuna distinzione tra opinionisti di mestiere ed esperti di settore e tra esperti dottrinari e veri esperti professionali.

Questi ultimi sono coloro che nell’esercizio decisionale si rifanno al criterio dell’“Evidence-based Practic” -introdotto in medicina negli anni novanta per ridurre al minimo le discordanze sui trattamenti terapeutici-. In situazioni epidemiche come la nostra è a costoro che bisogna rifarsi, perché sono in linea con l’evidenza scientifica, la quale, beninteso, non garantisce l’infallibilità.



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