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Clinica dell’abbandono, di Alda Merini


"Ogni poeta / laverà nella notte / il suo pensiero / ne farà tante lettere / imprecise / che spedirà all’amato / senza un nome".
giovedì 28 ottobre 2004, di Maria Gabriella Canfarelli - 8395 letture

Clinica dell’abbandono / di Alda Merini. - Torino : Einaudi, 2004.

"Ogni poeta / laverà nella notte / il suo pensiero / ne farà tante lettere / imprecise / che spedirà all’amato / senza un nome".

Assonanze, dissonanze, ellissi. Nell’ultimo libro di versi dal titolo "Clinica dell’abbandono" Alda Merini si collega alla produzione iniziale "con un ponte tematico e stilistico di grande coerenza. Si ritrova, nelle contraddizioni del linguaggio, non una semplice ricerca di effetti, ma una prova della forzata convivenza degli opposti. L’inferno e l’esaltazione, il sereno e la bufera, hanno lo scarto di una congiunzione, così come nella vita euforie e precipizio possono esistere con la separazione di un solo secondo", scrive Ambrogio Borsani nell’introduzione. Ma è, anche, estensione del volume con videocassetta Più bella della poesia è stata la mia vita pubblicato - sempre per Einaudi - lo scorso anno.

Libro di grande fascinazione in cui si ripete il motivo esistenziale che ribadisce il vuoto d’amore, solco non rimarginato e profondo, storia di assenza e disfacimento che la poeta racconta a se stessa e agli amici (vivi, e agli scomparsi: Vanni Scheiwiller, Maria Corti), interlocutori cui talvolta demanda il ruolo di scriba fedele sotto dettatura, a cui è affidata potente, alta e lucida la parola ardente e naturale insieme, ironica e resistente agli urti. Il dolore è frantumato, particola d’esistenza, nell’alternanza di specchi illusori e ustori "Mentre la vita geme rattratta nelle prigioni / si alzano le vele del bellissimo canto / e tutte quelle rive che furono già chiuse / salpano come il mare e tremano di flutti / odora la cervice dello stolto nemico / e la pace lo morde al piede come serpe ".

Poesia complice e urgente come l’amicizia, quest’ultima assurta a grazia che concede la libertà da pudori e infingimenti: "Ti aspetto e ogni giorno / mi spengo poco per volta / e ho dimenticato il tuo volto. / Mi chiedono se la mia disperazione / sia pari alla tua assenza / no, è qualcosa di più: / è un gesto di morte fissa / che non ti so regalare".

Tra testi scritti e altri dettati, tra intuizioni geniali e frasi sentenziose Alda Merini versifica fluidamente le più contrastanti emozioni, le accoglie e ne reclama le contraddizioni quali ulteriore strumento conoscitivo, si serve della parola totemica perché guarisca dalla sordità di cuore con cui esorcizzare la paura di vivere. L’amore, infatti, assurge a rischio sublime e inevitabile, febbre necessaria da cui non si vuole guarire, se ciò equivale a morire, ché "Dell’amore / si può fare un resoconto preciso / al di là della storia in quel cerchio / la mia vicina era un esponente gagliardo"; ma anche: "(...) sono diventata bianca come la luna / e ti ho amato fino a morirne/ dentro l’urna di un castello di vetro / che nessuno conosce". Morire di passione, invece, colma il vuoto, ogni recesso del corpo e della mente, e ad esso si sostituisce; e pure "Fortunato colui che calca le ombre della carne", quando l’ombra, il ricordo pungono i sensi.

Ma di tanto in tanto il rimprovero, mai aspro, con l’orgoglio della rivendicazione al malinteso senso d’amore, al possesso quanto più brutale e inaspettato è l’abbandono, come in "So tutto", titolo che premette il paradosso finale: "Non so niente di te / e non è che mettendo / la tua carne dentro / la mia tu mi abbia detto qualcosa. / Mi hai lasciato in sospeso / come un ricovero senza dimissioni / ed è da allora che io cerco / la mia cartella clinica / in modo sconsiderato".

Parola che da inequivoca talvolta volutamente equivoca perché sia profondo lo scavo, il dissidio e la pacificazione; poesia dura e impietosa e scomoda come la verità, che reca il graffio dell’esistenza come solo la verità della poesia sa fare.

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