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La novità è rappresentata da una legge, la n. 92 del 20 agosto 2019, con la quale si introduce nella scuola italiana di ogni ordine e grado l’obbligo di attivare l’insegnamento di una nuova disciplina, ossia educazione civica.
di francoplat - mercoledì 23 settembre 2020 - 554 letture

Nel Bel Paese di Leonardo da Vinci e della Uno bianca, di Giuseppe Verdi e Totò Riina, di Dante e delle stragi eccellenti e senza autore, nel Bel Paese di santi, poeti, navigatori, mafiosi, corrotti ed evasori, nella felice penisola in cui i latitanti viaggiano, secondo plausibili opinioni di alcuni studiosi del fenomeno mafie, scortati dalla correità di apparati deviati dello Stato, in cui qualcuno sottrae, giorno per giorno da decenni, vitalità economica e diritti civili elementari a intere zone del Paese, in questo allegro, colorato e sfibrato territorio nostrano, insomma, pare esserci una novità di rilievo. E riguarda la scuola. No, non si tratta dei banchi semoventi, dei cingolati anti-Covid19, né della carenza di insegnanti, scoperta attualissima del nostro miope e noioso dibattito politico, benché la mancanza di insegnanti a inizio anno o i deficit strutturali dei nostri istituti siano questioni note, arcinote da decenni. Non ci si riferisce, dunque, all’indignazione dell’opposizione dinanzi agli indubbi errori del ministero dell’Istruzione, al vociare, piuttosto ipocrita e tardivo, davanti ai persistenti e volutamente non eliminati problemi cancerogeni della nostra scuola. In questo caso, la novità è rappresentata da qualcosa a cui il carosello mediatico e il dibattito politico non prestano alcuna attenzione, perché probabilmente poco attraente per il marketing elettorale.

La novità è rappresentata da una legge, la n. 92 del 20 agosto 2019, con la quale si introduce nella scuola italiana di ogni ordine e grado l’obbligo di attivare l’insegnamento di una nuova disciplina, ossia educazione civica. Certo, per molti, la disciplina in sé è tutt’altro che nuova: difficile non ricordare i manuali della scuola media di qualche decennio fa in cui si tentava di plasmare i cittadini di ieri, di oggi e di domani, come recitava il titolo di uno di questi manuali. Ciò che rappresenta un elemento di novità della legge è dato dal fatto che questa nuova materia, che entrerà nel sistema di valutazione di fine anno, non avrà necessariamente un insegnante di riferimento, ma sarà appannaggio dell’azione didattica di tutti i docenti di una classe. Ciò, in particolare, laddove manchi nell’istituto una materia quale diritto. L’idea di fondo è quella di puntare sulla trasversalità dei contenuti, sulla costruzione di un progetto, per così dire, civico, fondato sull’aggregazione di temi, percorsi, metodologie provenienti dall’insieme delle materie, veicolati da ogni singolo insegnante e orientati in una medesima direzione, cioè la costruzione di una serie di conoscenze e di abilità che dovrebbero costruire un cittadino consapevole, responsabile, attivo. Pur con qualche farraginosità e qualche limite, che in questa sede si tralasciano, il dettato legislativo invita ogni professore a costruire un tassello civico, a farsi promotore, con gli strumenti propri della materia che insegna, di una riflessione e di un lavoro con gli studenti intorno a tre grandi nodi concettuali espressamente indicati dalla norma: Costituzione, diritto (nazionale e internazionale), legalità, solidarietà; sviluppo sostenibile; cittadinanza digitale.

Dunque, sulla base delle indicazioni ministeriali, si chiede a ogni studente, dalla scuola primaria a quella secondaria di secondo grado, di muoversi, compatibilmente con l’età e la tipologia di scuola frequentata, all’interno dei tre ambiti sopra citati. La Costituzione, quella italiana, ovviamente e soprattutto, ma anche le strutture amministrative locali, gli organismi internazionali (UE, Onu ecc.), oppure, guardando sempre al campo delle organizzazioni comunitarie, la dimensione quotidiana, per i discenti, del regolamento d’istituto; e, ancora, le questioni inerenti il contrasto alle mafie, i temi della solidarietà, del delicato equilibrio tra diritti e doveri, il concetto di democrazia nella sua genesi e nel suo attuale configurarsi tra ricorrenti derive autoritarie e annebbiamenti dati dai macro-poteri economici. Per quanto concerne la seconda voce, lo sviluppo sostenibile, l’insegnamento deve tenere conto dei 17 punti dell’Agenda 2030 (sottoscritta nel 2015 da circa 190 paesi dell’Onu), volti al miglioramento delle condizioni di vita delle persone (lotta alla disuguaglianza o alla fame), degli altri esseri viventi (la vita sott’acqua), delle città e del pianeta nel suo complesso (città sostenibili e lotta al cambiamento climatico). Ma rientrano, in tale ambito, anche aspetti concernenti la tutela e la valorizzazione del patrimonio materiale e immateriale di uno Stato, il benessere psico-fisico dell’individuo ecc. In terza battuta, il tema della cittadinanza digitale, la nuova frontiera civica, la nuova identità dell’individuo dentro il villaggio globale. In estrema sintesi, il Legislatore invita le scuole a formare studenti, e quindi cittadini, capaci di muoversi responsabilmente e consapevolmente nel mondo della Rete; in grado, ad esempio, di valutare l’affidabilità di un sito per una ricerca, discriminando tra bacheche farlocche e quelle dotate di qualche criterio di scientificità, e di riconoscere diritti e doveri della cittadinanza digitale, di muoversi con cautela nell’intrico di trappole del Web.

Dall’amalgama coerente di questi tre ambiti dovrebbe nascere, quindi, il nuovo cittadino, al quale è richiesta non solo l’attivazione intellettiva in grado di portarlo a conoscere le varie tematiche schematizzate sopra, ma anche quella pratica utile per inserirlo adeguatamente nei rapporti interpersonali della vita di comunità. Ora, al di là delle incertezze iniziali dei diversi istituti scolastici davanti alla legge 92/2019, dovute alla difficoltà di progettare percorsi coesi, armoniosi e, soprattutto, evidenti e chiari agli occhi dei discenti (il rischio è quello di creare singoli moduli disciplinari non sempre in grado di dialogare tra loro e di assumere, quindi, l’evidenza di un insegnamento comune per gli studenti), lo spirito della legge pare, a chi scrive, apprezzabile. In primo luogo, perché allargare all’intero ventaglio dei docenti il compito di farsi portavoce dell’educazione civica potrebbe potenziare il valore di questo insegnamento. Se in ogni insegnante, e dunque in ogni materia, lo studente fosse in grado di vedere la dimensione educativa, emancipata da quella puramente ‘tecnica’, della disciplina, il rilievo del nuovo insegnamento potrebbe trovarsi accresciuto. Geografia o storia dell’arte, in tal senso, sarebbero non solo portatrici di contenuti propri, metodologici, contenutistici, ma anche di un plusvalore educativo in grado di comunicare al discente l’unitarietà del sapere. In secondo luogo, il nuovo insegnamento, almeno nelle intenzioni, presuppone un lavoro concertato degli insegnanti, una collaborazione per declinare, nella maniera più efficace e chiara possibile, l’ampia gamma di temi presenti nei tre nodi concettuali sopra riportati. Il dialogo fra discipline, in una realtà scolastica e in una cultura che, non di rado e da secoli, hanno divaricato i saperi, opponendo arbitrariamente le materie tecniche a quelle umanistiche, il sapere teorico a quello pratico, non può che essere salutato con favore. Questo dialogo pluridisciplinare può essere benefico non soltanto per ricomporre tale divaricazione, ma anche per fornire agli stessi insegnanti uno strumento di lavoro utile in una realtà, qual è quella scolastica, a volte troppo chiusa nell’autoreferenzialità della propria materia (ci si riferisce, in particolare, alla scuola secondaria). In terzo luogo, questa legge consentirebbe di cominciare a trattare un’annosa questione. Cosa vuole la scuola in uscita, ossia quale modello di studente ha in mente? Vuole un meccanico, un artista, un grecista, un ragioniere, un cuoco? Vuole meritevoli tecnici di un settore specifico? O vuole che, facendo fare un passo indietro ai grecisti o ai ragionieri o agli artisti, si accampino, prioritariamente, le immagini di un cittadino? Un individuo, cioè, consapevole di essere in una comunità (piccola o cosmopolita), di doversi muovere in quel contesto nel complesso equilibrio tra diritti e doveri, della responsabilità che ha verso sé stesso e verso gli altri, verso ogni creatura vivente.

Potremmo forse volere che, prima di utilizzare un materiale, il nostro futuro architetto, diplomatosi presso un liceo artistico, ragioni sull’impatto ambientale dell’uso di quel prodotto particolare; potremmo forse volere che, prima di redigere un falso atto contabile, il nostro futuro commercialista rifletta sul valore sociale dell’evasione fiscale; potremmo forse volere che, prima di inserire un proprio protetto nell’orto del baronaggio accademico, il nostro futuro professore universitario di storia greca pensi all’inquinamento dei meriti indotto da questo comportamento. Mentre la politica, relativamente alla scuola, dà il peggio di sé e mentre l’Italia galleggia al cinquantunesimo posto nel ranking mondiale 2019 della classifica di Transparency International relativa all’indice di percezione di corruzione nella pubblica amministrazione (a livello europeo vantiamo un glorioso sesto posto), la legge 92/2019 entra in silenzio nelle aule scolastiche. Lasciamola lavorare. Vedi mai che sortisca qualche effetto, che il prossimo pilota di un potenziale Enola Gay, prima di sganciare la bomba perché gliel’hanno detto, si fermi un attimo e rifletta, dovendo noi dubitare, un poco, del fatto che si riescano a far pensare committenti e progettisti.


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