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Chi si domanda perché si usa dire che «siamo in eterna campagna elettorale», alzi la mano

La locuzione “siamo in eterna campagna elettorale” è l’accusa di contestualizzazione che reciprocamente si scambiano tutti i partiti, il che equivale a un’atipica confessione crociata di verità: le intenzioni dei politici trascendono le loro parole verso un fine che non è opportuno dichiarare.
di Gaetano Sgalambro - lunedì 25 gennaio 2021 - 502 letture

Da Fb. 24 gennaio 2019.

Il primo ad alzarla sono proprio io e mi do anche la risposta! L’affermazione “siamo in eterna campagna elettorale” è una sorta di etichetta (de-)qualificativa con cui i media italiani usano contestualizzare quasi ogni discorso propositivo o atto dell’area politica di parte avversa. E questo avviene dal tempo dei tempi. Ed essendo un’accusa che reciprocamente si rinfacciano anche tutte tutte le parti politiche, la locuzione assume il significato di incidente probatorio: confessione crociata della verità che le intenzioni di ogni politico trascendono le proprie parole verso un immanente obiettivo non dichiarabile. IPer altro verso è una marchiatura con cui si usa invalidare o le parole o le posizioni dei politici avversari, ritenute strumentali a uno scopo non degno di essere dichiarato. E’ facile immaginare quale vasto campo d’azione così si sia aperto alle irrefrenabili fantasie retrospettive dei nostri politici in perenne tenzone per la conquista anche della briciola di un solo voto. Proprio in questo eccellono nel mondo al punto di sommergere qualsiasi altro argomento, seppure di primaria importanza per il paese.

Il suo diffuso e surreale abuso, infatti, l’ha svuotata totalmente del significato voluto nella considerazione dei tanti silenziosi benpensanti e ne ha rivelato le recondite ragioni. Purtroppo anche i nostri migliori notisti politici, accreditati come tali per l’indubbia loro cultura, sono scivolati su questo abuso, aggiungendovi la prova di tradimento dell’impegno etico professionale, esprimibile con il motto “noblesse oblige”: non fare venire meno la correttezza e l’esaustività dell’informazione politica che sta alla base del sano funzionamento di ogni sana democrazia. Ma a prescindere dal buon o cattivo uso fattane nei dibattiti, l’espressione «siamo in eterna campagna elettorale» serve a coprire una profonda oggettività storica: siamo di fronte a un vergognoso vuoto dei contenuti della nostra politica.

Infatti la competizione elettorale tra ipartiti, per la conquista dei posti istituzionali di governo del paese, non avviene né sulla qualità dei rispettivi progetti di legislatura, inquadrati in una visione organica (almeno) di medio periodo del futuro del paese (mai esistite “cose” del genere!), né sulla loro attendibilità, bensì sul raffronto dei rispettivi demeriti complessivi. In pratica la vittoria di volta in volta di un partito non è determinata dai suoi maggiori meriti rispetto agli altri, ma dai suoi minori demeriti. Da qui discendono sia l’inarrestabile declino della politica e del paese, che fa emergere sul proscenio pubblico alcune figure di suoi “rottamatori”, da alcuni definiti “sfasciacarrozze” per la loro incultura; sia la vittoria di chi sa martellare più forte sull’incudine o di chi sa resistere di più. Ma il 4 marzo scorso questa tiritera politica è stata tranciata in buona parte dalla volontà degli elettori che hanno voluto premiare una giovane formazione, sia perché ha dimostrato una spontanea buona volontà, sia, soprattutto, perché è immune da colpe precedenti. Si vuole sperare che porti bene, anche se ad essa, per tutta la campagna elettorale (e anche dopo) fosse stato rinfacciato “il demerito” di essere priva d’esperienza politica.

Tuttavia, considerati i risultati storici ottenuti dai politici esperienti (vedi lo stato catatonico di crisi cronica del paese), la scelta della giovane formazione, sia pure senza esperienza, mi sembra, sul piano logico, che dovesse rappresentare l’unica opzione alternativa rimasta


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