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Chi si domanda «perché si dice che siamo in eterna campagna elettorale?», alzi la mano

Il suo enorme abuso l’ha svuotata totalmente di significato nella considerazione dei silenziosi benpensanti e l’ha ridotta a banale espressione intercalare.
di Gaetano Sgalambro - sabato 1 febbraio 2020 - 552 letture

24/01/2019 - Il primo ad alzarla sono proprio io! La constatazione “siamo in campagna elettorale” è una sorta di etichetta che sui media si usa applicare quasi a ogni discorso propositivo o atto della vita politica italiana. E questo avviene dal tempo dei tempi. Nella fattispecie sta a indicare che le vere intenzioni del politico trascendono il significato delle sue parole verso un obiettivo invisibile ma immanente.

In termini semplici è una marchiatura con cui si usa invalidare o le parole o le posizioni dei politici avversari, come strumentali per uno scopo non degno di essere dichiarato. E’ facile immaginare quale vasto campo d’azione così si sia aperto alle irrefrenabili fantasie retrospettive dei nostri competitori politici, che proprio in questo eccellono nel mondo, al punto di sommergere qualsiasi altro argomento, anche se di primaria importanza per il paese.

Il suo enorme abuso, però, l’ha svuotata totalmente di significato nella considerazione dei silenziosi benpensanti e l’ha ridotta a banale espressione intercalare.

Inoltre occorre segnalare che è usata, sempre con lo stesso senso banale, anche dai nostri migliori notisti politici, accreditati come tali per la loro elevata cultura, i quali così danno ulteriore prova delle loro capacità: l’essere riusciti anche a invertire, a proprio danno, il significato dell’espressione “noblesse oblige” (e dire che l’informazione mediatica corretta sarebbe la quarta gamba di una democrazia sana!).

Ma a prescindere dal buon o cattivo uso fattane nei dibattiti, l’espressione ha un’intrinseca e automatica oggettività storica, che nessuno vuole dichiarare perché è probante di un vergognoso vuoto della nostra politica.

Infatti la competizione elettorale tra gli uomini politici, per la conquista dei posti istituzionali di governo del paese, non avviene né sulla qualità dei rispettivi progetti di legislatura, inquadrati in una visione organica di medio periodo del futuro del paese (mai esistite “cose” del genere!), né sul loro operato, bensì sul raffronto dei rispettivi demeriti complessivi.

In pratica la vittoria di volta in volta di un partito non è determinata dai suoi maggiori meriti, ma dai suoi minori demeriti. Da qui discendono sia l’inarrestabile declino della politica e del paese, che rendono ancora più pressante la pratica dei protagonisti di martellare (incessantemente) sui limiti e sugli errori degli avversari, ultima loro spiaggia d’approdo; sia la vittoria che arride a chi ha la mano più pesante (a parità di assenza di un qualsiasi progetto valido).

Ma il 4 marzo 2018 questa deleteria alternanza è stata troncata dalla volontà degli elettori che hanno voluto premiare una giovane formazione politica perché piena di buona volontà e, soprattutto secondo me, perché immune da colpe precedenti. Si vuole sperare che porti bene, anche se ad essa fosse stato rinfacciato per tutta la campagna elettorale, ancora una volta, “il demerito” di essere priva d’esperienza.



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