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Che tipo di “macchina” è l’umanità?

Della ghigliottina considerata una macchina celibe / Alberto Boatto. - Milano : Libri Scheiwiller, 2008. - 76 p., [IV], br. : 6 ill. ; 20 cm. - (L’arte e le arti / collana diretta da Vincenzo Trione). - ISBN 978-88-7644-596-5.
di Sergej - mercoledì 20 febbraio 2019 - 2387 letture

Ti raccomando, amico Callimaco, non dare in sposa tua figlia a un costruttore di macchine” (Platone)


Una delle invenzioni concettualmente più interessanti è stata quella di Duchamp riguardo le “macchine celibi”. Tutto parte da un’opera che lui intitolò o indicò come Il grande vetro (Grand Verre).

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Grand verre, di Duchamp

Scrive Sophie Marie Piccoli [1]:

Dal 1915 al 1923 [...] l’artista francese elaborò l’opera "La sposa messa a nudo dai suoi scapoli" (La mariée mise à nu par ses celibataires), anche denominata come "Il Grande Vetro", oggi esposta a Philadelphia. Si tratta, in generale, di due enormi lastre in vetro che racchiudono tra di esse lamine di metallo dipinto, polvere e fili di piombo. Il Vetro, materiale scelto per la sua rigidità la quale avrebbe influito sulla resa prospettica, contiene e sviluppa tutta l’attività passata e futura di Duchamp in quanto mostra, con i più eterogenei materiali, scene del tutto particolari e apparentemente poco connesse tra loro. Prospettive, danze meccaniche, volumi,marchingegni fossilizzati entro la trasparenza del vetro. Ma l’opera, in quanto geniale, può essere letta a più livelli: "La mariée mise à nu par ses célibataires" si può leggere come "La Marie est mise à nue per ses céli-batteurs" cioè "Maria è messa nella nuvola dei propri trebbiatori". Maria messa nella nuvola potrebbe essere interpretata come la Vergine, il che potrebbe farci presupporre che le due metà del Grande Vetro siano collegate alla tradizione dell’iconografia delle pale cristiane dunque nella metà superiore una nuvola composta da tre quadrati sta per accogliere la Madonna. Fondamentale è infatti l’aspetto geometrico (rette, ellissi, parallelepipedi, etc...) e in particolare il concetto di “Quarta Dimensione”,dice Duchamp nelle righe descrittive contenute nella Scatola Verde, elemento necessario alla comprensione dell’opera che consta di una scatola con le note dell’artista, disponibili al pubblico. L’ erotismo, l’ energia quadrimensionale per eccellenza, è uno dei grandi ingranaggi della macchina e genera desiderio. La sposa è ridotta a un organo, la figura, viene appiattita, privata di fisionomia al fine di confondere e creare ambiguità. Nella sua descrizione, Duchamp non denomina l’opera come quadro, bensì come "macchina agricola", "mondo in giallo" o anche "ritardo in vetro". Questi appellativi, sempre ermetici e complessi hanno fatto sì che sbocciassero le più disparate interpretazioni da parte della critica, sempre sconvolta dalle opere di Duchamp.

È bene sapere che l’opera presenta il vetro inferiore rotto: durante il trasporto verso la sua prima esposizione nel 1927 si crepò. L’artista però decise di non sostituirlo, ironicamente affermando che accrescesse la potenza dell’opera.

Da quest’iconica esperienza si definisce macchina celibe un marchingegno che consuma più energia di quanta ne produca, complicata e quasi delirante nella sua composizione. La nascita dell’opera quindi conia il neologismo di macchina celibe, un macchinario inutile che richiede un esagerato consumo di energie e che nella sua esistenza non produce più di quanto consumi, bensì il contrario. Forse non è altro che uno sperpero di genius scientifico, ma resta pur sempre un interessante aspetto della società, tanto che Deleuze e Guattari le abbiano analizzate nella loro opera "L’Anti-Edipo". In esso, i due studiosi, sostengono che questi marchingegni producano delle "quantità intensive" di energia, createsi dall’opposizione delle forze di repulsione e attrazione. Carrouges ha esteso infine la definizione di Duchamp a svariate macchine che si ricordano nella Storia: la macchina della Colonia Penale di Kafka, le macchine di Roussel, o ancora quelle descritte da Poe nei suoi celebri racconti”.

E Marco Belpoliti [2]:

Il termine “macchine celibi” è stato inventato da Marcel Duchamp, che ha denominato in questo modo la parte inferiore del suo Grand Verre: La mariée mise à nu par ses célibataires, même opere realizzata tra il 1915 e il 1923, oggi esposta al museo di Filadelfia. In seguito Michel Carrouges ha esteso il termine a tutta una serie di macchine fantastiche che si trovano principalmente nella letteratura: la macchina della Colonia penale di Kafka, le macchine fantasiose di Raymond Roussel, quelle che compaiono in Supermâle di Jarry e nei racconti di Edgar Allan Poe o nell’Eva futura di Villiers. Sono macchine inutili, incomprensibili, impossibili, e persino deliranti. Deleuze e Guattari nell’Anti-Edipo (1972) sostengono che le macchine celibi producono delle “quantità intensive”, che si creano attraverso due forze opposte: repulsione e attrazione. Meglio: dall’opposizione di queste due forze tra loro. Nel 1975 Harald Szeemann, mitico curatore svizzero, organizzò una mostra dedicata proprio alle “Macchine celibi”, prima a Zurigo e poi alla Biennale di Venezia. Gli oggetti artistici presentati da Szeemann evidenziavano l’aspetto di “apparati” che riguardano il corpo e le sue varie attività.

Noi siamo incappati - o meglio ci siamo ri/cordati (ricordati nuovamente) della faccenda e abbiamo acquistato il libro che all’epoca ci aveva incuriosito ma che non avevamo potuto acquistare, ma su cui avevamo comunque letto attraverso segnalazioni e recensioni varie - grazie al libro di Alberto Boatto “Della ghigliottina considerata una macchina celibe” (Libri Scheiwiller, 2008). Boatto è un importante critico d’arte, esperto in Duchamp e non solo; ha una scrittura densa e piena di idee e di intuizioni. L’assunto del libro è sbagliato. Non basta infatti dichiarare che sono “celibi” tutte le macchine, compresa la ghigliottina perché: “Diverse nell’apparenza e nondimeno tutte apparentate segretamente dalla sorprendente funzione che compiono: quella di tenere assieme gli estremi dell’erotismo e della morte” (p.10). La ghigliottina non è una “macchina celibe”, assolve a una funzione - su cui si può essere d’accordo o meno. Sul resto delle considerazioni riguardo la ghigliottina, da parte di Boatto siamo in gran parte d’accordo - per cui invitiamo a leggere il libro di Boatto, pur con la considerazione fondamentale che abbiamo fatto. Essay sulla ghigliottina, con considerazioni persuasive riguardo alla ghigliottina in sé; essay sulle macchine celibi, con considerazioni persuasive sul tema. Penso ad es_ quando scrive: “L’ostentata non funzionalità di ogni macchina celibe presenta un valore polemico, corrosivo nei confronti del presuntuoso eccesso di funzionalità che contrassegna l’odierna meccanizzazione globale” (p. 39). Quando prova a unire le due cose, il discorso non funziona più - tentativo di mischiare l’acqua con l’olio che non persuade.

Macchina celibe dunque rimane una macchina di cui non si riesce a comprendere la funzione. Il senso. Un apparato interrogativo.

Non un gioco, perché “persino” il gioco un senso ce l’ha - la manipolazione dell’oggetto, la funzione distrattiva ecc_. All’interno della società utilitaristica siamo abituati a chiederci, di ogni cosa, “a che serve?”; se una cosa non serve, esce dall’orizzonte di tale società. All’interno della società consumistica su ogni cosa proviamo a dare un prezzo di vendita e una possibilità di vendita: se un oggetto è vendibile, ha raggiunto il suo scopo e il suo senso. Internet prima era guardato con scetticismo: era una “macchina celibe” e lo è stata finché non si è cominciato a trovarne una utilità e un uso.

Possono essere nuove costruzioni, ma anche antiche costruzioni su cui si possono fare solo congetture - ma su cui non siamo esattamente certi dello scopo, dell’uso, del “senso”. Stonehenge, per alcuni interpreti anche la Piramide di Cheope (di cui dubitano la funzione tombale), o il “meccanismo di Antikythera” [3] ecc_.

(Implicitamente: a “che serve” l’arte? L’arte stessa è una “macchina celibe”?).

Ed è forse una macchina celibe l’intero universo, con questa proliferante e caotica umanità al suo interno il cui scopo ci è ignoto, e tuttavia perseveriamo a esistere nonostante non riusciamo a soddisfare la domanda principale, sussistiamo su noi stessi con tutte “le cose” che ci capitano, che ci facciamo gli uni con gli altri, e che si ritorcono su noi stessi: una umanità alla Buster Keaton e insieme alla Charlot - e proprio per questo queste due icone continuano a rimanere nell’immaginario e a “essere divertenti” riconoscendoci in loro: finché anch’esse perderanno di senso, e diverranno anch’esse macchine celibi?


[1] Cfr.: http://university.it/marcel-duchamp-e-la-macchina-celibe

[2] Cfr.: https://www.repubblica.it/rubriche/minima/2017/06/12/news/il_giocattolo_inutile_come_una_macchina_celibe-167597302/

[3] Cfr.: https://it.wikipedia.org/wiki/Macchina_di_Anticitera


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