«Ha davvero bisogno, il mondo, di un ennesimo libro sulla globalizzazione?"
Prima di lasciare spazio alla faconda intervista con Roberto Fai mi pare opportuno delinearne una breve scheda biografica.

Roberto Fai, già Presidente del Collegio siciliano di Filosofia, ideatore e promotore del Premio di Filosofia Viaggio a Siracusa, è Dottore di ricerca in “Profili della cittadinanza nella costruzione dell’Europa”, è stato dal 1999 al 2005 professore esterno a contratto di Filosofia del Diritto all’Università di Catania. Attualmente collabora con la Cattedra di Filosofia del diritto e Metodologia della Scienza giuridica della stessa Università. Ha curato con Elio Cappuccio il volume Figure della soggettività (Siracusa, 1995) e insieme a Pietro Barcellona e Fabio Ciaramelli il volume “Apocalisse e post-umano. Il crepuscolo della modernità” (Dedalo, 2007).
Perché un altro libro sulla globalizzazione?
Volutamente, ho esordito nel primo capitolo del libro con la domanda retorica che l’eminente economista indiano Jagdish Bhagwati si poneva nel suo libro del 2004 – “Ha davvero bisogno, il mondo, di un ennesimo libro sulla globalizzazione?” –, per proseguire anch’io su questi temi, esprimendo insoddisfazione nei confronti dei molti saggi sul fenomeno in questione che ho letto in quest’ultimo decennio. Ho provato ad offrire una lettura “genealogica” della globalizzazione, non accontentandomi di quelle letture (che considero riduttive ed economiciste), che hanno teso a presentare il fenomeno in questione ad un mero “mutamento di scala” delle relazioni mercantili e delle forme di regolazione economico-finanziaria tra gli Stati. Ho ritenuto più proficua questa lettura prospettica, inscrivendo il processo di globalizzazione dentro la prospettiva dell’emersione di una vera e propria epoca globale, prendendo in esame l’intero corredo di quei processi economico-finanziari, sociali, politici, statali, tecnico-scientifici, comunicativi e antropologici che, a partire dalla data simbolo del 1989 – anno del crollo del Muro di Berlino –, hanno configurato un vero e proprio mutamento di paradigma nella struttura e nell’immagine del mondo, prosciugando il tradizionale lessico della Modernità e ponendo fine alle principali grammatiche teleologiche che ne avevano contrassegnato l’orizzonte finalistico ‘positivo’ (partecipazione, democrazia, progresso, emancipazione, temporalità, ecc..).
Mi puoi parlare della gestazione del saggio?
Se per “gestazione” intendi il tempo che ho impiegato a ‘comporre’ il saggio e la struttura dello stesso, direi che ho lavorato circa 1 anno e mezzo, consegnandolo all’editore lo scorso ottobre (2008), sperando – tra correzione delle bozze – nell’uscita del saggio nel maggio 2009, pertanto in questa attesa non mi è stato possibile inserire un capitolo che mettesse a fuoco la genesi e i caratteri della crisi finanziaria che ha colpito l’economia mondiale nell’ultimo anno (subprime, crisi finanziaria mondiale, ecc..).
Quali le sue idee centrali?
Come anticipavo, lo scavo genealogico a cui ho sottoposto la “globalizzazione” mi ha permesso di lavorare sul lungo periodo per sondare le relazioni tra “l’epoca moderna” (con tutto il corredo dei suoi dispositivi e “categorie” filosofiche e concettuali) e la nuova fase “globale” del mondo, per coglierne le differenze e le analogie. Ho provato così a mostrare che la cosiddetta “condizione postmoderna” (il riferimento è a Lyotard e al “pensiero debole” di Vattimo), pur cogliendo gli aspetti idilliaci ed irenici con cui il ‘Moderno’ aveva provato a legittimare il proprio “metaracconto” di una emancipazione illimitata, rivelava poi le sue stesse ineffettuali ed illusorie prospettive di “leggerezza” e di “gioco” debole del nichilismo – la nostra condizione inevitabile dell’intero Novecento. Di lì a poco le controfinalità emerse con l’epoca globale avrebbero riproposto la “durezza” dello stato del mondo.
Non credi che la globalizzazione sia diventata con il passare del tempo uno specchietto per allodole? Tutto e niente è globalizzazione?
Già, “tutto e niente è globalizzazione”, come dici. Infatti, il termine si è venuto ponendo come una sorta di “significante generico”, un “lemma ubiquitario”, come si è espresso Giacomo Marramao, che rischia di non dirci proprio nulla. Proprio per questo, nel mio saggio provo a scavare “genealogicamente” sui processi di lunga durata che ne hanno determinato l’emersione attuale, cercando di far vedere che essa non è solo frutto di mutamenti “economici” o aspetti che riguardano “solo” l’economia, ma l’intensificarsi del duro contrasto che riguarda, con aspetti dirompenti, tutti gli ambiti o le “sfere di influenza” che hanno connotato la stessa epoca moderna: intanto il polemos tra politica ed economia, ma anche – decisiva – la “scienza-tecnica”, che negli ultimi decenni del 900 ha costituito il “campo di neutralizzazione” (Carl Schmitt) davvero decisivo.
Che ruolo si può prefigurare per gli Stati? La globalizzazione ha spesso "scavalcato" gli interessi esclusivi dei medesimi.
Già, lo Stato, il Leviatano hobbesiano, questa straordinaria “macchina” con cui il Moderno – dal ‘600 in poi – ha retto le dinamiche giuridico-politiche-economiche per oltre 3 secoli e che, proprio con l’affacciarsi dell’epoca della “ultima fase” (Peter Sloterdijk) della globalizzazione attuale, conosce il momento del suo crepuscolo, del venir meno della sua forma specifica di esistenza – “la sovranità assoluta ed esclusiva”. Non è quello a cui stiamo assistendo da circa un quindicennio? Non sono tutte visibili le aporie, le difficoltà, le contraddizioni a cui ogni Stato – nella sua “solitudine” – è sottoposto di fronte all’impeto di domande di un mondo in presa diretta con se stesso? Su ogni versante della vita sociale, economica, finanziaria, non solo la politica, ma anche l’economia e la tecnica-scienza sono fuoruscite dall’orbita di “controllo-dominio” dello Stato, come poteva accadere alcuni decenni fa. Già questo “fatto” ci mostra che è cambiato il mondo intorno a noi e le vecchie categorie interpretative e il lessico della Modernità (partecipazione, democrazia, comunità, emancipazione, ecc..) si sono tutte esaurite, consumate. Non solo, ma sul piano degli Organismi internazionali, seguiti alla fine del 2° conflitto mondiale (l’ONU in testa), basti vedere – nella vicenda della “reazione” occidentale all’11 settembre – a come l’ONU abbia mostrato definitivamente il suo mero carattere di Istituzione “contrattualistica” tra le grandi potenze, mostrandosi incapace a contenere dentro l’orbita “giuridica” le conflittualità di un mondo in rapida trasformazione dopo la fine del “sistema hobbesiano dell’ordine” scaturito dal 1945 e crollato insieme al Muro di Berlino.
Globalizzazione e Impero sono termini antitetici?
Con il crollo del vecchio ordine del 2° Novecento, nel vivo dell’epoca globale abbiamo assistito alla pretesa degli USA – con la politica aberrante di W. Bush – di ergersi a “tutore” mondiale, con l’arroganza delle sue logiche “imperiali”, appunto, ma in realtà – e la crisi finanziaria mondiale dell’ultimo anno mette a nudo la fine del “ciclo statunitense” – il mondo unificato, nel “pluriverso” dei grandi spazi (quei “Grossraum” evocati da Carl Schmitt negli anni ’50 del Novecento), pone l’esigenza di pensare a nuove relazioni internazionali per costruire politiche inedite (anche il bisogno comune di una “politica della terra”, se pensiamo alla salvaguardia dell’ambiente e dell’ordine della natura) e governare l’attuale processo mondiale nel vivo di una sfida aperta da quei “nuovi mondi e culture” (la Cina, L’India, l’America del Sud, ecc..) che l’Occidente ha spesso guardato con una sua pretesa superiorità. In un mondo così fatto, resosi “sistema integrale”, non c’è più spazio per soluzioni “solitarie” (La Sicilia??) o individuali, anzi diventa ancora più vera l’espressione “agire localmente, pensando globalmente”.