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Cattivi maestri

Si mettono i lavoratori in contrapposizione tra loro, alimentando l’odio sociale verso i lavoratori pubblici, applicando la collaudata tecnica del “dividi et impera”.
di Redazione Lavoro - mercoledì 11 novembre 2020 - 395 letture

Si allunga la fila dei cosiddetti “maestri di pensiero” che dai rotocalchi televisivi sbavano odio verso i lavoratori pubblici suggerendo tagli alle loro retribuzioni in nome di un’equità al ribasso con il lavoro privato, secondo un contorto ragionamento che cerca di rendere giustizia agli uni estendendo l’ingiustizia agli altri.

Si mettono i lavoratori in contrapposizione tra loro, alimentando l’odio sociale verso i lavoratori pubblici, applicando la collaudata tecnica del “dividi et impera”. Si evidenzia che i lavoratori del privato perdono il posto di lavoro o finiscono in cassa integrazione per la contrazione economica conseguente alle misure di contenimento della diffusione del virus SARS-Cov-2, mentre i lavoratori pubblici continuano a percepire la retribuzione piena ed a mantenere il posto di lavoro, quasi fosse una loro colpa. La soluzione “geniale” è di accomunare tutti nella disgrazia, secondo un’opinabile idea di giustizia sociale.

Spesso tali commentatori televisivi sono attualmente o sono stati in passato docenti universitari, per lo più “esperti” di economia e di speculazione del pensiero. Se poi a quelle caratteristiche si somma l’appartenenza alla cosiddetta “sinistra”, definizione sempre più evanescente e che qui assume il significato di sciagura, evento infausto, allora la summa di queste due coincidenze astrali negative produce effetti disastrosi.

A tale schiera che oggi potremmo definire di “influencer” appartengono i vari Ichino, Cacciari e Boeri. Quest’ultimo, molto attivo e presente sulle diverse reti televisive per presentare il libercolo trasudante di schiuma rabbiosa dall’inquietante titolo “Riprendiamoci lo Stato” (in che senso???), nel quale fa capire di non aver superato ancora il trauma di essersi visto sottrarre il giocattolo INPS, nella trasmissione televisiva di Rai3, “Le parole della settimana”, ha sostenuto che i lavoratori pubblici tenuti a casa in smart working a non fare niente debbano avere la retribuzione tagliata come chi nel privato è in cassa integrazione o ha perso il lavoro.

L’acca-dem-ico della Bocconi ha un concetto di equità tutto suo. Da presidente dell’INPS al grido di “non per cassa ma per equità” propose di ricalcolare con il sistema contributivo tutte le pensioni in essere, così da rendere tutti più poveri, in nome di una francescana fratellanza.

Insomma, ancora una volta il pubblico impiego è bersaglio di attacchi politicamente trasversali, in quella perenne campagna di denigrazione e svilimento del ruolo che negli ultimi quindici anni ha prodotto guasti terribili. E gli eroi della Sanità dove li mettiamo? Quelli che da mesi rischiano la loro pelle per salvare quella degli altri, anche degli idioti che negano l’esistenza del virus o di quelli che guardano con livore e disprezzo a tutto ciò che è pubblico?

Il nostro ragionamento è molto semplice, ma si sa “semo gente de borgata”. Piuttosto che prendersela con i lavoratori pubblici lasciati a casa in smart working per problemi di sicurezza, anche in settori dove la telematizzazione non garantisce la stessa prestazione del lavoro in presenza, perché non si denuncia la mancanza d’investimenti nell’innovazione tecnologica delle amministrazioni pubbliche? Perché non si dice chiaramente che il pubblico impiego ha funzionato nei decenni passati come bancomat dei diversi governi per risanare in parte il debito pubblico? Perché non si denuncia la corruzione e collusione tra potere amministrativo pubblico e potere politico che tanto male ha fatto al Paese e continua a farne ancora oggi?

Tra il 2009 e il 2018 i contratti del pubblico impiego sono rimasti bloccati, con un risparmio di spesa di almeno 25 miliardi di euro. Negli ultimi 15 anni gli organici sono stati tagliati almeno del 30%, producendo altri risparmi di spesa. Perché una parte di quelle risorse non è stata impiegata per rinnovare la pubblica amministrazione e per migliorare le condizioni dei lavoratori pubblici?

Se una lezione si può trarre da questa terribile pandemia, che ancora non è superata, è quella della necessità di rilanciare il ruolo dello Stato. Serve una pubblica amministrazione forte e funzionante, adeguatamente attrezzata e finanziata. E’ necessario rinforzare gli organici per assicurare servizi pubblici efficienti. I nodi sono venuti al pettine. Chi in questi decenni ha predicato un arretramento dello Stato a favore dei privati si deve ricredere.

La Sanità pubblica ha mostrato in questi mesi tutti gli effetti negativi delle politiche di austerità e di attacco al pubblico impiego degli ultimi trent’anni. La Scuola è apparsa inadeguata e palesemente carente di personale. All’INPS mancano oltre 2.000 unità lavorative rispetto ad un fabbisogno costruito sui tetti di spesa, mentre se ci si rapportasse alle reali necessità operative la carenza si raddoppierebbe. E’ tempo di ricominciare, senza indugi, ripartendo da un servizio sanitario pubblico che sia nazionale, tolto agli appetiti delle Regioni, uscendo dal mito del federalismo che tanti guasti ha prodotto. E’ tempo d’investire nella pubblica amministrazione e nei servizi pubblici. Capito Prof. Boeri?


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