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Catilina deve morire? Un romanzo di Alfio Siracusano

Un romanzo dai tanti risvolti che ci porta a riflettere anche sull’oggi per i tanti volti del potere e gli strumenti per esercitarlo non sempre leciti e non poche volte oscuri.
di Luigi Boggio - venerdì 6 marzo 2020 - 1502 letture

Ho finito di leggere il romanzo dello scrittore Alfio Siracusano dal titolo " Catilina deve morire" che ho trovato interessante per lo stile, il ritmo della scrittura e la ricostruzione dell’annus horribilis dell’ultimo tentativo di Catilina di essere eletto console di Roma.

Non vi riuscì per i brogli, la corruzione e le continue diffamazione anche per il periodo in cui si collocarono le elezioni di forti tensioni sociali, impoverimento e inzio della fine della repubblica. In quel clima Cicerone ha avuto partita vinta con tutte quello che si rovesciò sugli sconfitti dagli scannamenti dei traditori della patria e la fuga di molti dei seguaci di Catilina. Il quale era già andato via. Era già andato via per pensare cosa fare e, nello stesso tempo, preparare un esercito con il preciso obiettivo di regolare i conti con coloro i quali si comportavano da veri traditori della patria. Arroganti, corruttivi e violenti.

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Copertina del libro di Alfio Siracusano edito da Prova d\’Autore

Allo scontro finale si arrivò con la morte di Catalina, la vittoria di Cicerone e l’inzio di una nuova era quella di Cesare. Il quale in tutto il periodo degli scontri in senato e fuori da buon politico ha saputo giocare con intelligenza e fredda determinazione le sue carte. " In quei giorni così convulsi e pieni di eventi a Cesare importava preparare il destino di Cesare e che nel suo passato non ci dovevano essere impronte di Catilina". Anche se in uno scontro politico al senato qualcuno cercò di tirarlo dentro per le sue simpatie verso Catilina. Inizialmente erano vere ma poi capì e prese le distanze in quanto cominciò a pensare al suo destino. Che arrivò non tardi e come primo atto fu l’accantonamento di Cicerone. L’inevitabile atto che egli stesso pensò conoscendo l’imprevedibilità di Cesare.

Un romanzo dai tanti risvolti che ci porta a riflettere anche sull’oggi per i tanti volti del potere e gli strumenti per esercitarlo non sempre leciti e non poche volte oscuri. All’autore da parte di un semplice lettore che ama leggere.


Sinossi editoriale

Poderosa allegoria dei nostri tempi, viene qui, tra fantasia e realtà, evocata la lotta per il potere che non ha mutato stile dal tempo dei tempi. Era feroce contrasto di interessi al tempo di Catilina non meno di quanto lo è stato nei secoli venuti dopo, fino a oggi. Sono cambiati solo i nomi dei protagonisti e le modalità tecniche del loro agire, ma il senso non è mai mutato. Da un lato chi possiede i mezzi economici che garantiscono il potere, dall’altro chi cerca di conquistare i diritti che dall’altro gli vengono negati. Fu così al tempo dei gracchi, così con la vicenda che contrappose Catilina e Cicerone, e così ancora oggi con la grande finanza che ha spogliato e spoglia una parte dell’umanità condannandola alla fame e al degrado Alfio Siracusano fa scaturire dalle pagine di questo romanzo un quadro veritiero di quel mondo che si preparava a dar vita all’impero millenario di Roma, ma anche uno spaccato di quello che è e sempre furono la politica e esercizi del potere, quando diventano strumento di interessi di parte e ambizione di comando che non arretra davanti a nulla.


Una intervista ad Alfio Siracusano

DI STEFANIA CALABRÒ

PUBBLICATO IN: 2019, APPROSSIMAZIONI CRITICHE, N.91/53 NUOVA SERIE, SALA NICCOLÒ GALLO

Intervista allo scrittore prof. Alfio Siracusano

Abbiamo incontrato il Prof. Alfio Siracusano, emerito docente e preside a Lentini (Sr), nel suo studio ove ci ha accolti tra i molti libri oggetto dei suoi studi. È stato annoverato tra le personalità illustri di Lentini in “Sicilia, luoghi del genio” e, definito nella scheda del detto libro “grande intellettuale lentinese”. Tra le opere dal medesimo pubblicate, tra cui La piazza Rossa e La Piazza negata, occupa un posto decisamente peculiare il romanzo Anno DCXCI AB URBE CONDITA 63 a.C. –Catilina deve morire- (che sarà nelle librerie a metà dicembre) pubblicato dalla Casa editrice Prova d’Autore di Catania, ove il suo interesse alla ricostruzione storica emerge ancora una volta. Viene infatti operata una rivisitazione del personaggio di Catilina, considerato tradizionalmente “nemico della patria” eppur dichiarato sostenitore degli ultimi, come si evince dalle parole che Alfio Siracusano fa pronunciare a Statilio: “Belle parole, Catilina. Giuste, nella bocca di chi parla in nome del popolo e sogna un mondo di tutti uguali, se ben ho capito. Ma non dimentichiamo che abbiamo di fronte il potere e l’abilità di uno che non smette di vantarsi di essere un uomo nuovo, che difende gli interessi dei più ricchi e intanto parla in nome della giustizia per tutti perché non proviene da una famiglia di ricchi e tutto deve soltanto al suo ingegno. E su questo specula […]”. La ricostruzione della lotta al potere dell’acerrimo nemico di Cicerone e l’ultimo tentativo di Catilina di essere eletto console prima della definitiva disfatta costituiscono pertanto il fulcro della narrazione, come suggerisce la nota in quarta di copertina : “ […] Ne viene fuori un quadro impietoso ma veritiero di quel mondo che si preparava a dar vita all’impero millenario di Roma, ma anche uno spaccato di quello che è e sempre furono la politica e l’esercizio del potere, quando diventano strumento di interessi di parte e ambizione di comando che non arretra davanti a nulla. Senza che le nobili e belle parole di uno dei retori più grandi di ogni tempo riescano a nasconderne il fondo viscido e le sordide trame”.

Il suo nuovo romanzo si presenta in tutta la sua originalità fin dal titolo “Anno DCXCI AB URBE CONDITA” e desidererei che lei ci confidasse da quali ragioni storiche e a quali coincidenze altrettanto storiche voglia alludere attraverso la avvincente ricostruzione di un momento della storia di Roma.

Il momento storico in cui si colloca la vicenda che racconto è il primo secolo a.C., nel momento culminante della crisi della repubblica romana, poi risoltasi con l’avventura di Cesare e la fondazione dell’impero. Di fatto fu, quello, il momento in cui diventò evidente la dissoluzione delle strutture politiche su cui si era retta la “democrazia” romana, una sorta di momento oclocratico, per dirla con Polibio, nel quale dominava la legge del più forte. Che a Roma erano i grandi latifondisti, che dominavano nel senato ma non riuscivano più a governare lo stato. Per Loro Catilina, che stava cogli “ultimi”, rappresentava un pericolo mortale. Qualcosa del genere si sta verificando adesso.

La curiosità che sopraggiunge dopo quella del titolo viene destata dalla illustrazione della copertina. Anche qui la figura dei Gracchi invita a qualche elemento che ha significati ulteriori rispetto al solo rinvio storico. I lettori si porranno parecchie domande dopo aver letto questo suo nuovo bel romanzo, certamente non vogliamo rivelare tutto, bisognerà pur lasciare ai lettori il piacere di svolgere loro deduzioni, quindi io le chiedo solo un cenno che sia di orientamento per chi ci segue su Lunarionuovo e sarà incuriosito dalla sua nuova scelta di trama storica.

Lo dicevo rispondendo alla prima domanda. Quando la lotta per il potere diventa questione di vita o di morte, intendo vita e morte di classi dirigenti e di uomini che le rappresentano, diventano possibili le più grandi efferatezze e le più macroscopiche violazioni della legge. Nella vicenda di Catilina avvenne questo, fino alla demonizzazione totale dell’avversario e al sovvertimento dei fatti. Fu anche quello tempo di notizie false, di violazioni palesi della costituzione, di ferocia senza limiti contro i nemici di classe che cercavano di impadronirsi del potere. Anche se Catilina si sforzò finché poté di seguire le vie legali.

Sono lontani i nostri anni di oggi da quelli del suo romanzo La piazza negata, che tanto successo ha riscosso di pubblico e di critica, e che continuiamo a leggere con piacere e interesse. Quale differenza trova lei da ex docente e dirigente scolastico tra la società dei giorni di La piazza negata e quelli attuali?

La piazza negata, anch’esso romanzo storico (anche se di una storia che riguardava la mia città ma sullo sfondo di una storia più grande), faceva parte di una trilogia dedicata a Lentini e raccontava una strage di contadini nel periodo dell’occupazione dei feudi, il 1922. Strage che avvenne poche settimane prima della marcia su Roma. Se per “tempi del romanzo” si intendono gli anni raccontati, le coincidenze mi sembrano evidenti. Se invece ci riferiamo al tempo in cui scrissi il romanzo, e alla mia esperienza di uomo di scuola, direi che siamo scivolati molto indietro nella scuola e ancor più indietro nelle prospettive politiche, economiche e sociali.

Concludo con una domanda riguardante il periodo in cui Lei ha collaborato stabilmente con Stilos. Desidero chiederLe qualche aneddoto, qualche ricordo particolare di quell’esperienza particolarmente impegnativa per i suoi interventi di critica letteraria.

Quella con Stilos è stata un’esperienza per me esaltante, e di questo debbo ringraziare Gianni Bonina che mi ha consentito di farla. Aneddoti, ricordi particolari? Più che altro il ricordo di conversazioni piacevoli quando l’intervistato non voleva domande scritte e mi dovevo servire del telefono e del registratore, allora a nastro. Cosa per me drammatica essendo io negato all’uso di strumenti elettronici (anche l’uso del computer comporta per me un di più di attenzione con frequente ricorso alle mie nipoti). Mi capitò che si spegnesse il registratore mentre intervistavo Scalfari, e dovetti scrivere il pezzo ricordando a memoria le sue risposte, mentre con Stella ricordo che era in autostrada mentre parlava con me e spesso intercalava improperi contro chi gli tagliava la strada o lo sorpassava pericolosamente. Ma niente di più.

Ultima domanda: Cosa chiederebbe a se stesso?

Cosa posso chiedere a me stesso? A quasi ottantadue anni, e con otto nipoti, il mio pensiero va a loro. La mia vita si è svolta in un periodo di crescita sociale. Lasciando stare per un momento l’economia, io figlio di un modesto operaio (che mi ha insegnato tutto) sono diventato piccolo borghese. Che vuol dire avere scalato un gradino nella scala sociale. Ma cosa avverrà nei prossimi quaranta, cinquant’anni? I miei nipoti avranno la pensione? E, problema dei problemi, come sarà ridotto il nostro pianeta? E i danni del nostro paese, del suo territorio, saranno riparati? Io prevedo, e temo, un futuro catastrofico, con una politica inadeguata a porvi rimedio.

Fonte: LunarioNuovo.



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