Catania anni Cinquanta


Una descrizione di Guido Piovene
domenica 21 febbraio 2010, di Pina La Villa - 533 letture

Guido Piovene, Viaggio in Italia, Baldini&Castoldi Dalai, 2003.

Dal maggio 1953 all’ottobre 1956, Guido Piovene compie un viaggio in Italia, incaricato dalla RAI di raccontare alla radio come stava cambiando l’Italia tra ricostruzione e boom economico. Il viaggio inizia a Bolzano e prosegue in tutta Italia. Da questa esperienza nasce il libro, "scrupoloso come un censimento, fedele come una fotografia, circostanziato come un atto d’accusa".

Della descrizione di Catania trascrivo qui l’avvio:

"Città tra le più torturate dai romanzieri catanesi, Catania mi è sembrata del tutto diversa da come essi l’hanno descritta. E’ bella, ariosa, traversata da una lunga via, la via Etnea. La più simile a questa via che ricordi in Europa è la Cannebière di Marsiglia. Se tutta la Sicilia d’oggi guarda ai modelli nordici, Catania vi ha guardato prima. Questa città del Mezzogiorno è una mescolanza tra Milano e Marsiglia; la via Etnea fa pensare persino a Broadway. Si aprono lungo questa affollatissima strada alcuni dei più bei negozi d’Italia; e se, tra i crocchi, negli alberghi, nei bar, si aguzza l’orecchio ai discorsi, si odono frasi che a Palermo non risuonano mai. Sono invece i discorsi di Milano dove, nove volte su dieci, due uomini che si incontrano discutono di compere, di vendite, di partite, di danaro guadagnato o perso. Queste parole, che si colgono qua e là nei gruppi, fondendosi in un brusìo formano intorno al nuovo arrivato una strana atmosfera milanese; dico strana perché, se milanese è la sostanza, il tono e l’intonazione di quei discorsi sono piuttosto marsigliesi. Catania è città pratica, e ha la passione degli affari. In un primo contatto, ci si accorge di essere in Sicilia anziché nel nord solo dalla grande ressa, dal colore degli abiti che da alla folla un aspetto più scuro, dal modo di vestire più ricercato, con scarpe e stivaletti sottili appuntiti più che in qualsiasi altra città italiana. Il grosso nucleo di aristocrazia catanese ha saputo difendersi in tempo, come a Milano, gettandosi nell’industria e soprattutto nelle trasformazioni agricole. Come mi è stata definita, è una “difesa produttiva” contro gli eventi, che a poco a poco crea un diverso benessere sullo sfondo dei grandi palazzi decaduti. A Catania si è già formato quello che a Palermo comincia oggi a vedersi: un nucleo di borghesia commerciale, che detiene grosse sostanze, e che si impernia su vistosi negozi, di genere, si direbbe, più americano che italiano"

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