Castelli padani


Roberto Castelli dà lezioni di vita ad una precaria in Tv. Ecco la ricetta anticrisi: non volere la pappa fatta e non lamentarsi.
mercoledì 10 febbraio 2010, di Adriano Todaro - 817 letture

Per essere bravo è bravo, anzi si applica molto. Parliamo di Roberto Castelli, anzi dell’ingegner Castelli, anzi dell’ex onorevole Castelli, anzi dell’attuale senatore Roberto Castelli. Per essere più precisi del viceministro Roberto Castelli.

Anni fa, è stato “prestato” alla politica. Poi è stato dimenticato e invece che tornare, dopo il “prestito”, ai suoi diletti studi di acustica applicata, è ancora, per fortuna, fra noi. E’ stato anche ministro della Giustizia e nessuno se n’è accorto.

Il primo ad essere meravigliato di quanta fortuna abbia avuto, è proprio lui. Si porta in giro una faccia meravigliata ma anche un po’ sorpresa e vagamente perplessa. Anche il tono della voce, la cadenza, è in carattere con il suo viso, un viso, appunto, attonito.

Spesso lo si vede ad “Annozero” e ogni volta la sua presenza ci inquieta non fosse altro perché non sappiamo mai cosa potrà dire anche perché spesso ci sgrida e noi italiani dobbiamo batterci il petto, colpevoli come siamo di non prendere esempio da lui, il nostro Maestro di vita.

In una delle ultime trasmissioni di Michele Santoro ci ha dato qualche dritta su come uscire dalla crisi. Ad una lavoratrice precaria con le lacrime agli occhi, Roberto Castelli ha detto una frase che sembra dura, ma in realtà è esemplare perché immediata e profonda: “Volete la pappa fatta, sapete solo lamentarvi”. Una frase che sento spesso al Bar Sport del mio paese dove fra un “bianchino” e l’altro si cazzeggia su tutto, dagli immigrati agli operai in sciopero.

Ora voi capite bene che ‘sti operai non possono aspettare che la pappa sia pronta, la debbono, quantomeno, cucinare. Perché se no sarebbe troppo comodo. Uno aspetta e quanto la pappa è pronta si siede e mangia. Eh no, è necessario prendere esempio da tanti giovani che non aspettano che la pappa sia pronta, ma si danno da fare. Ad esempio? Ad esempio il figlio del Condottiero Umberto Bossi, Renzo.

La domenica, quando Roberto Castelli va a pranzo in quel di Gemonio da Umberto, si parla di come uscire dalla crisi, dei giovani, degli operai. Renzo Bossi interviene con grande trasporto in quei discorsi e porta la sua esperienza di giovane precario bocciato due volte alla maturità dai professori “terroni”. Poi la moglie di Bossi chiama tutti a tavola: “Forza, che la pappa è fatta”. Ma Renzo rifiuta sdegnato: “No io la pappa fatta non la voglio. Voglio cucinare io” e sdegnato se ne va. Castelli e Bossi padre rimangono basiti, ma in fondo anche fieri di come i giovani padani siano così maturi e allora il viceministro lo addita a tutti e dichiara che Renzo è molto coraggioso, anzi per essere precisi che “Renzo Bossi si dovrà presentare di fronte agli elettori; è un atto di coraggio per un ragazzo che ha poco più di 20 anni. Tanto di cappello”.

Eh sì, tanto di cappello mica come la precaria che piange in televisione. Renzo si presenta alle elezioni regionali nel collegio di Brescia. E ci vuole veramente molto coraggio a farlo e molto coraggio anche a votarlo.

Ma per tornare al Maestro di vita, lui ci ha indicato anche altre ricette per uscire dalla crisi, soprattutto una ci è rimasta in mente, la sua scuola di vita. Lui si alzava alle quattro del mattino, andava in giro per clienti sino alle dieci di sera, poi di nuovo in viaggio per arrivare a casa alle due di notte. E l’indomani si alzava alle quattro per ricominciare una nuova giornata. Così si esce dalla crisi e si finisce in Parlamento! Castelli è nato a Lecco e pensiamo abiti da quelle parti. Poco distante dalla sua abitazione si entra nella provincia di Bergamo e qualche giorno dopo le dichiarazioni di Castelli ad “Annozero”, un operaio di 35 anni, di quella zona, sulla provinciale tra Brembate e Marne di Filago, si è cosparso di benzina e si è dato fuoco. Da due mesi, Sergio Marra, così si chiamava l’operaio morto, aveva perso il lavoro. Sarà stato uno che voleva “la pappa fatta”, si lamentava in continuazione e non si alzava alle quattro del mattino.

C’è una morale in questa vicenda? No, non c’è. Ci sono solo i fatti. Operai che si bruciano perché hanno perso il lavoro, operai arrampicati sui tetti, operai che stazionano davanti al Parlamento perché il lavoro lo stanno perdendo, operai che piangono in televisione e non sanno come pagare il mutuo e come mandare a scuola i figli. E ci sono gli ingegneri, i senatori, i figli degli onorevoli. Ci sono quelli che non possono sposarsi perché sono precari e quelli che diventeranno consiglieri regionali e che precari non saranno mai. Quelli che gridavano “Roma ladrona” e hanno votato a favore dello scudo fiscale del loro principale che una volta era il “mafioso di Arcore”, ma che oggi è un grande statista e allora hanno votato anche il legittimo impedimento.

No. Non c’è morale. E non c’è morale perché viviamo in una società immorale. In fondo Sergio Marra ha sbagliato tutto. Non doveva bruciarsi, doveva andare dall’ingegnere a Lecco e chiedere come fare a risolvere il suo problema. Ma non poteva pretendere di avere “la pappa fatta”. Quella è riservata a Renzo Bossi.

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