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Castelbuono: Festival Jazz 2010


Intervista a Javier Girotto (Aires Tango)
mercoledì 25 agosto 2010, di Sergio Raffiotta - 336 letture

Di Javier Girotto gli addetti ai lavori hanno scritto molto riuscendo forse a dire tutto, della sua adolescenza trascorsa in Argentina all’ombra del nonno musicista che presto lo introdusse nella banda musicale di Cordoba facendogli armeggiare un rullante, dei suoi trascorsi statunitensi e ai suoi studi, fresco diciannovenne al Berklee College. Poi gli studi jazzistici, gli affinamenti tecnici ed i primi incontri importanti della sua vita. E poi ci sono i viaggi, c’è l’uomo che cerca la sua strada in giro per il mondo. E’ stato così che Javier troverà l’Italia, ed è qui che Javier comprenderà meglio la lezione di Astor Piazzolla. Come leggerete più avanti Javier Girotto arriverà in Italia in modo del tutto casuale. Gli occorreva un documento. Dopodichè non se ne è più andato. L’aspetto più lampante di lui che mi si è subito palesato non è quello dell’artista internazionale che ha già un posto prenotato nell’olimpo dei più grandi e quindi per questo un po’ borioso e un po’ distante. Javier è ben altro. Mentre mi accingo a raggiungere Castelbuono, un meraviglioso paesino medievale posto nell’altrettanto suggestivo Parco delle Madonie in provincia di Palermo, mi raggiunge al telefono per farmi sapere che il suo volo ha portato un bel po’ di ritardo, e che aveva senz’altro bisogno di riposare in vista del sound check pomeridiano e del concerto della stessa sera. In sostanza, scusadosi, mi ha chiesto se per me andava bene posticipare l’intervista accordata. Magari gli artisti fossero tutti così educati come te, caro Javier. Ci diamo quindi appuntamento prima del sound check al palco di Piazza Castello. Un posto incantato, come tutta Castelbuono del resto. Ed è da lì che ha inizio il nostro incontro non prima però delle presentazioni e delle strette di mano. Dopo i consueti convenevoli diamo inizio alla nostra conversazione. Quello che segue è quanto ho chiesto e cosa mi è stato risposto dall’artista di Cordoba.


Javier, leggendo alcune date della tua turneè estiva ho notato la presenza di diversi appuntamenti siciliani, il che sta a significare che la tua in terra siciliana è una presenza piuttosto gradita. Che rapporto hai con questa terra?

JG: Di solito si tratta solo di spostamenti, stando in mezzo ai concerti di solito in Sicilia si scende molto in estate e nonostante questo la vivo davvero poco, la vivo con la gente nel momento in cui suono oppure a cena, di solito il giorno dopo sono in partenza per un’altra città.. non mi sono mai fermato per più di tre giorni, ma comunque tornare qui per me è sempre un piacere.. c’è molto calore, quando capitano un po’ più di giorni di permanenza per me diventa una goduria..

Tu hai lasciato l’Argentina quando avevi circa 18 anni per inseguire il tuo “sogno americano” al Berklee College di Boston. Dopo hai viaggiato tantissimo per il mondo suonando praticamente ovunque. Nel 1991 inizia la tua esperienza italiana, le tue origini pugliesi rendono questo legame molto solido e duraturo. Mi hai appena detto che vieni in Sicilia solo per brevi periodi di lavoro: con l’Italia come stai messo? Trovi che ci siano dei punti in comune tra la tua Argentina e la nostra terra? (parlo di arte, cibo, attitudini… approcci..comportamenti..)

JG: con l’Italia è stato amore a prima vista, il mio arrivo qui è stato dettato dalla pura casualità..questioni burocratiche: parlo di documenti e roba del genere.. ma quando sono arrivato mi è piaciuta subito sotto tanti aspetti che poi ho identificato, il cambiamento l’ho fatto in una settimana.. in questo breve arco di tempo ho cambiato vita rispetto a quella che facevo negli Stati Uniti, è stato facile ammettere a me stesso che era qui che in fin dei conti volevo vivere, un po’ perché culturalmente o nei modi di fare tutto mi ricorda l’Argentina, e un po’ perché mi affascinava molto la cultura del cibo che c’è qui da voi. Penso anche che ci siano diverse similitudini anche a livello di attitudini o di modi di fare.. noi in Argentina siamo molto “italiani”, credo che abbiamo proprio gli stessi modi di fare sia nel bene che nel male, sappiamo essere molto “paraculi”ad esempio……

Torniamo indietro nel tempo. Siamo ancora in Argentina e devi ancora partire per gli Stati Uniti. Il tuo viaggio non ha ancora avuto inizio. Quali sono gli artisti e per artisti intendo musicisti, scrittori, poeti, sportivi se vogliamo.. che hanno fatto sì che in te scattasse qualcosa ?

JG: Veramente in quegli anni in Argentina non è che arrivasse poi così tanto Jazz, c’era tanto e per parecchi generi musicali..io rimasi assolutamente affascinato da Astor Piazzolla o dai vari personaggi del nostro folklore argentino, oppure da Bill Evans come jazzista americano, però non posso dire che tutto è cominciato necessariamente da un’artista argentino.. è piuttosto una questione di una mia progressiva crescita culturale: da piccolo mio nonno mi ha introdotto nella banda musicale di Cordoba, quindi è da li che tutto ha avuto inizio, è stato così che in qualche modo ho iniziato a fare musica.. e già da allora le novità mi incuriosivano parecchio, ascoltavo parecchi generi musicali ma la mia crescita non è stata subito indirizzata ad un genere già definito, il tutto era ben lontano da quello che oggi è.

Qui da noi quando si dice "folgorato sulla via di Damasco" intendiamo l’incontro o l’avvenimento che ha cambiato il corso della nostra vita. Chi o cosa ha cambiato il corso della tua?

JG: come ti dicevo prima in Argentina ho ascoltato parecchi generi musicali compreso il rock argentino, ma non c’è stato nulla in quegli anni che abbia determinato la scelta di un genere che poi avrei fatto mio, ma debbo anche dirti che una volta arrivato in Italia dopo la parentesi statunitense ho riascoltato attentamente Piazzolla, forse è stato proprio lui che mi ha detto di lasciare il jazz per studiare una contaminazione tra il jazz e quello che faccio. Piazzolla è stato l’ultimo grande innovatore del tango, uno che ha detto qualcosa di nuovo. Ho subito pensato che era bello per un argentino come me ricominciare da qui e prendendo spunti da lui, ripartendo da lui cercando di innovare ulteriormente il suo percorso, cercando strade nuove a partire da lì.

Gli Aires Tango sono sulla scena da almeno 16 anni, le vostre turneè vi hanno portato probabilmente in qualunque posto del mondo, puoi vantare un’ottima produzione discografica ed eccellenti collaborazioni con i più preziosi artisti del “circus”. A tal proposito non farò l’errore di chiederti “con chi hai avuto un maggior feeling o con chi ne hai avuto meno…” o roba del genere, ma presa un po’ più alla distanza vorrei sapere da te se il jazz rimane ancora un fatto di intima e coerente intesa musicale…? Mi spiego meglio: si suona con questo o quello ancora per puro feeling o interesse culturale oppure qualche volta per aggiungere qualche “stelletta” sul proprio curriculum?

JG: per me la parola Jazz significa momento di improvvisazione, quindi molta gente intende Jazz come quello stile americano come il Be-Bop eccetera. A me quello non mi interessa, anzi mi annoia pure, io intendo Jazz qualunque genere che dia spazio all’improvvisazione, quando c’è quello io lo chiamo Jazz. A me personalmente affascinano tutti i generi musicali, quelli che oggi ritengo siano di gran lunga più interessanti passano dal terzo mondo, ed è da lì che oggi (e non da oggi) passa la musica più interessante, proprio nei paesi più poveri.. per essere più chiaro ti parlo dell’Africa o dai paesi dell’est, compreso lo stesso Sudamerica..anzi: ti dirò che gli americani hanno spesso scopiazzato di qua e di là facendo proprie esperienze e culture altrui. Io suono questo tipo di musica contaminata dal tango così come dal folklore argentino proprio perché mi emoziona, se devo suonare il Jazz intendendo il Be-bop o altro lo suono “tecnicamente” e basta, non perché mi emoziona, ti dirò che mi annoia proprio.. per me è come un suonarsi addosso che non vuol dire niente, è solo una questione di tecnicismo puro. Quando suono con dei musicisti, ritornando alla tua domanda, non lo faccio certo per curriculum. Prima con questi musicisti devo trovarmi e dobbiamo trovarci bene umanamente, e dopo vediamo se “riusciamo a suonare…”. Da parte mia nasce tutto così.. quando stai bene con le persone si suona bene, se stai male non esce niente, non trasmetti niente, magari saranno tutti bravi ma mancherà sempre quella “scintilla” importantissima.

Rimaniamo in Sicilia. Nel mese di maggio di quest’anno sei venuto a Catania per una tappa della turnèe di Rita Marcotulli intitolata “Omaggio a Truffaut”con la regia di Maria Teresa De Vito. Con la Marcotulli sul palco figuravano oltre te: Roberto Gatto, Luciano Biondini, Michel Benità e Aurora Barbarelli, è stata una grandissima performance la vostra, e credo che il pubblico abbia vissuto per l’intera durata del concerto in uno stato di grazia “audio-visiva”non comune.

JG: Lo spettacolo di cui parli era sotto la direzione di Rita (Marcotulli),lo spetta colo era suo, l’idea era sua, la musica era sua ed è a lei che va dato ogni merito, abbiamo suonato tutti alla grande.. però la direzione era sua: per fare un buon film bisogna saper essere un buon regista, altrimenti puoi avere nel cast bravi attori che magari non dicono nulla.. E’ la proposta quello che conta.. è importante azzeccare l’aspetto melodico per far sì che la gente “non musicista” possa seguire bene e capirti, spesso si commettono grossi sbagli non permettendo alla gente “non Musicista” quale potrebbe essere il modo più facile di seguirti, se la si mette sotto l’aspetto tecnico con scale e cose del genere la gente si perde un po’ e si annoia. Non è affatto facile trovare un compromesso in quanto non c’è una teoria o una pratica su questo.. Per questo ti dico che Rita è una ottima direttrice, perché ha permesso che tutti seguissero il senso delle sue composizioni per goderne appieno.

Se non sbaglio il tuo ultimo lavoro con gli Aires Tango è “10/15”, uscito nel 2009, mentre nel 2008 in trio uscì “Girotto-Sinesi Bruhn”. C’è qualcos’altro in cantiere ?

JG: Questo con Sinesi-Bruhn è un trio fatto da un chitarrista che si chiama Quique Sinesi e Martin Brunh, un percussionista che vive a Madrid, entrambi sono argentini come me. “10-15” invece è un lavoro uscito l’anno scorso che testimonia il 10º disco degli Aires Tango in 15 anni (oggi 16..) di vita di questo gruppo, poco prima avevo fatto “Fùtbol” in trio con Peppe Servillo degli Avion Travel e Natalio Mangalavite, pianista e compositore argentino. Credo di aver fatto anche parecchi dischi tutto sommato fino ad oggi..

Javier desidero ringraziarti per questo breve incontro con questo mio singolare aneddoto che ti riguarda: per pura curiosità ho cercato di te in seno alla più popolare libera enciclopedia multimediale di cui non farò il nome… Alla voce “musicisti argentini” tu non ci sei.., cercando ancora meglio e alla voce “sassofonisti argentini” finalmente ti trovo e addirittura in coppia con il mito Gato Barbieri…

JG: Ma dai … in Argentina di sassofonisti ce ne sono eccome...e anche molto bravi. Sta nascendo una nuova generazione di cui sentiremo tra qualche tempo parlare. C’è stato sicuramente Gato tra i primissimi che anche a livello mondiale ha inventato un suono, quindi a lui va assegnato un posto ed un merito importante. Oggi Gato ha più di settant’anni e suona ancora alla grande. Io oggi forse ho fatto più cose, adesso ad esempio c’è una cosa molto importante che mi attende: la settimana prossima volo in Germania a fare un programma sul Jazz e il Tango con la WDR che è la Big Band della radio di Colonia assieme a Gary Burton e Marcelo Nisinmann , noi tre saremo i solisti che suoneranno assieme a questa grande orchestra, credo che fra prove, registrazioni e concerti staremo via per almeno due settimane. Dopo andremo in Belgio, ancora a Roma e dopo anche in Francia. Sono molto contento per questa cosa.

Al termine della serata raggiungo Javier per gli ultimi saluti, gli presento la mia compagna ed il nostro piccolo Manuel con il quale si è intrattenuto affettuosamente. La gentilezza che Javier ha offerto a me e ai miei cari rimarrà per sempre nei miei ricordi, così come la splendida cornice di Castelbuono sulle note degli Aires Tango rimarrà nei ricordi di chi ha respirato la magica atmosfera di quella sera.

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