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Caso Ruta: 8 mesi di carcere per chi non abbassa la testa

Due Italie convivono nel mondo dell’informazione. Mentre i giornalisti scioperano per il rinnovo del contratto bloccato da anni, nel profondo Sud si lotta ancora per il diritto elementare alla libertà di espressione. A Carlo Ruta, la lotta è costata 8 mesi di galera.
di Lorenzo Misuraca - giovedì 19 ottobre 2006 - 6106 letture

Due Italie convivono nel mondo dell’informazione. Mentre i giornalisti scioperano per il rinnovo del contratto bloccato da anni, nel profondo Sud si lotta ancora per il diritto elementare alla libertà di espressione. A Carlo Ruta, la lotta è costata 8 mesi di galera. Storico e autore di attente inchieste sui rapporti tra mafia, banche e giustizia, Ruta ha ricevuto dal tribunale di Messina una condanna di primo grado senza precedenti: otto mesi di carcere, per aver riportato sul suo sito internet la testimonianza di un ex funzionario pubblico relativamente a una storia di tangenti milionarie.

Qual è il caso attorno a cui ruota la denuncia che ha portato alla sua condanna?

Il caso riguarda un affare di un certo rilievo economico. Nell’agosto 2001 una impresa immobiliare di Ragusa, la Ellepi Srl acquista un capannone rustico per poco più di 300 milioni di lire, per venderlo, appena a distanza di un giorno, all’Amministrazione Provinciale di Ragusa per un miliardo e mezzo di lire. Sin da subito la cosa è apparsa alquanto sospetta Di fatti se n’è occupata anche la magistratura.

Giungendo a quali conclusioni?

Il caso, dopo alcuni anni di indagini di Polizia Giudiziaria, è stato archiviato, nonostante lo stesso procuratore di Ragusa, Agostino Fera, avesse messo per iscritto che si presentava fumoso.

Chi aveva sollevato il caso?

A sollevare il caso era stato Sebastiano Agosta, un ex funzionario dell’Amministrazione Provinciale, che aveva concorso alla gara, presentando una propria offerta. Questo signore, di 75 anni, mi ha detto che era in grado di documentare la torbidezza dell’affare. E in effetti mi ha permesso di leggere importanti documenti. Naturalmente, ho accolto la sua testimonianza.

Ci parli di Agosta.

È un geometra, quindi un addetto ai lavori, a conoscenza del valore effettivo dell’immobile, e a conoscenza dei documenti che ne dichiaravano il prezzo di vendita. D’altra parte, la testimonianza di Agosta veniva sostenuta da un altra persona che ho potuto intervistare: Elio Giannì, comproprietario dell’immobile che era stato ceduto alla Ellepi per poco più di 300 milioni di lire. E ho riscontrato che le convergenze erano assolute. Il che mi ha fatto comprendere che potevo ritenere Agosta una fonte pienamente attendibile.

Ruta, perché è stato condannato a 8 mesi?

Sono stato condannato semplicemente perché ho dato spazio sul sito accadeinsicilia, nell’ottobre dello scorso anno, alla testimonianza virgolettata di Agosta

La sentenza contesta la veridicità delle parole di Agosta?

Non si è entrati assolutamente nel merito della veridicità di quello che ha detto Agosta nel corso dell’intervista, a parte alcuni dettagli che sono stati considerati diffamatori, integrati quindi nel testo delle querele.

Quale parte della testimonianza di Agosta lle è costata la condanna?

Agosta ha rilevato che l’inchiesta della magistratura a un certo punto si è arenata ed è finita in archiviazione. Ha espresso, in particolare, delle critiche nei riguardi del procuratore della repubblica Agostino Fera, che ha curato personalente l’istruttoria. Si è trattato certo di critiche di una certà grevità, ma non è andato oltre, di certo non si è spinto fino alla diffamazione. Simili censure alla magistratura sulla stampa vengono espresse con regolarità, direi giornaliera, ma solitamnte non si finisce per questo in tribunale. Invece nel caso in esame è stata pretesa e ottenuta addirittura la condanna carceraria. E la cosa è tanto più grave se si considera che da numerose forze politiche e dalla stessa Unione Europea viene richiesta a vive voce la depenalizzazione dei cosiddetti reato di opinione. Del resto non è l’unica stranezza…

Spieghi meglio.

Il magistrato che ha emesso tale sentenza è un avvocato che in quella occasione ricopriva il ruolo di giudice onorario. Ed è curioso che un avvocato, in quelle vesti, si assuma la responsabilità di una condanna carceraria di quel livello. Tieni presente che in Italia, condanne del genere negli ultimi decenni sono state rarissime. Si conoscono solo alcuni casi, che hanno suscitato peraltro non poca indignazione.

È lo stesso motivo per cui circa due anni fa hanno oscurato il suo sito www.accadeinsicila.net?

Sì. È un’azione che sta proseguendo. Ho ricevuto numerose querele. Contestualmente alla chiusura del sito e al procedimento che si è appena chiuso con la condanna, è stato aperto un procedimento giudiziario in via civile con cui mi si chiede un risarcimento di 100 milioni di lire.

I suoi nemici dicono che lei ha usato Agosta per vendicarsi del procuratore Agostino Fera su questioni passate.

Sono soprattutto altre le "contestazioni" che hanno cercato di mettere in giro, per confondere l’opinione pubblica, tuttavia senza risultato. Si tratta di un curioso teorema del Fera e di altri che, come si evince dalle carte giudiziarie, vorrebbero dipingere me come parte di un ingranaggio, in pratica un "complotto" per delegittimare la procura della repubblica di Ragusa. In realtà, le cose stanno diversamente.

Come?

Qui intendo esprimermi con chiarezza. Agli esordi delle inchieste su Ragusa, mi sono accorto dell’esistenza di una vera e propria palude, di un clima fosco, di vendette private, e così via. Ma ho deciso di andare avanti ugualmente, tenendomi adeguatamente distante da tali laide situazioni. Ho preso e prendo ancora atto, in effetti, che il procuratore di Ragusa, è al centro di attacchi interessati e assurdi, da parte di persone che lo accusano addirittura di aver intrattenuto rapporti illeciti i boss Carbonaro di Vittoria, autori di un centinaio di omicidi e adesso rei confessi. E, ovviamente, per quanto mi concerne, tali attacchi diffamanti, privi di qualsiasi fondamento, non sono mai stati presi e non verranno mai presi in considerazione. Il lavoro d’inchiesta che ho fatto è tutt’altro, rientra perfettamente nell’esercizio consentito del diritto di cronaca e di critica. Mi sono occupato di tantissime storie: da Portella della Ginestra alla BAPR, dal caso Vittoria all’Antonveneta. Il caso giustizia è venito per ultimo, e prima che me ne occupassi non conoscevo il procuratore di Ragusa neppure di faccia. Adesso lo conosco perché l’ho visto varie volte in tribunale. Per le mie inchieste, su vari fronti, avuto 25 procedimenti per diffamazione dall’apertura del sito. E li ho vinti tutti. In realtà mi si vuol fare pagare il fatto che ho aperto il caso giustizia a Ragusa due o tre anni fa, quando si parlava solo di Catania e Messina. Ma avevo deciso di occuparmene e ho mantenuto l’impegno.

Quali altri casi le hanno reso la vita difficile?

Mi sto occupando dei delitti Tumino-Spampinato del 1972, di cui per trent’anni è stata imposta una assoluta sordina, dal momento che i responsabili e i corresponsabili sono rimasti in libertà. Di recente ho dato alle stampe un libro-inchiesta sulla Banca Agricola Popolare di Ragusa (Bpar), l’unica banca siciliana che non si è fatta risucchiare dai grandi gruppi nazionali, e venticinquesima banca italiana per capitalizazione. Mi sto occupando anche di altre cose, che tuttavia, interessando la storia, e non proprio quella recente, non mi rendono la vita difficile.

Le querele come arma per zittirla?

Ho fatto sempre il mio lavoro, distante dalle situazioni di potere e dai partiti politici, quindi era troppo facile colpirmi con una raffica di querele ed è quello che stanno facendo.

A quel che dice, tra l’altro, i protagonisti delle altre sue inchieste hanno a che fare anche con il caso Ellepi.

Posso dire che nell’affare capannone entra in qualche modo l’avvocato Carmelo Di Paola, uno dei soci forti e presidente del collegio dei probiviri della BAPR. Di Paola. Nello specifico, era l’avvocato della ditta che ha ceduto il capannone alla Provincia. Agosta ha fatto una dichiarazione molto netta in proposito, dicendo di essere stato avvicinato da tale avvocato, presso il bar Mediterraneo di Ragusa, e l’altro testimone, Elio Giannì, ha confermato in sede dibattimentale di aver visto i due assieme. Io naturalmente, forte dei diritti che mi vengono garantiti dall’articolo 21 della Costituzione, mi sono limitato a riportare le parole di Agosta

Oltre al danno la beffa: il processo per stampa clandestina…

Il mio sito è stato uno dei primi ad essere censurato, insieme a indymedia. Adesso potrei essere condannato pure per stampa clandestina. E trovo che si tratterebbe di un fatto assurdo, perché il sito che curo non ha mai avuto alcuna periodicità, non ha mai avuto una redazione, è solo un diario di documentazione che si occupa sì di inchieste, ma principalmente di storia, essendo stato questo il mio maggiore terreno d’interesse, da parecchi anni.

Quando è stato fissato il processo per stampa clandestina?

Il processo è il 14 di novembre. L’atmosfera purtroppo è greve, ma spero prevalga la ragione.

Ha ricevuto solidarietà?

Posso dirti che non si è mossa alcuna istituzione, nessun partito ufficiale, neppure quelli che tanto nei decenni passati hanno mostrato di apprezzare la libertà di espressione. Ma si sono mosse importanti realtà associative, e numerosi amici. Fra le sedi organizzate della società civile posso ricordare Peacelink, la segreteria siciliana del PMLI, Bella Ciao di Parigi, Unimondo, Girodivite, Contro di Saro Visicaro, Terre Libere, L’Isola Possibile, la Lega Antipredazione, Censurati, e ovviamente altri. E tutti li ringrazio.

Che cosa la fa più arrabbiare?

Qui, come in altri casi recenti, vedi i casi Benanti e Telecolor, non si tratta di storie private. Viene purtroppo attaccato un principio fondamentale della costituzione sancito appunto dall’articolo 21. I cronisti d’investigazione, gli storici, i ricercatori, i sociologi, debbono essere messi in condizioni di poter esercitare il loro mestiere. Invece siamo al bavaglio.


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Caso Ruta e caso libertà
25 dicembre 2006, di : Mariagrazia Fasoli

Il "governatore" della Sicilia Totò Cuffaro sul suo sito http://www.totocuffaro.it/avviso.htm dichiara quanto segue.

"AVVISO AI DIFFAMATORI

Chiunque abbia divulgato notizie diffamatorie nei confronti dell’on.Cuffaro a mezzo internet, è diffidato a rimuoverle dal proprio sito web. Ricorrendo infatti gli estremi di reato, i colpevoli saranno perseguiti in via giudiziaria, tanto sul piano penale quanto su quello civile per il risarcimento dei danni. In tale direzione, la rete internet è sottoposta ad un attento monitoraggio e sono già state avviate le prime denunce, sia nei confronti dei titolari dei domini, sia nei confronti dei rispettivi internet-provider responsabili in solido. Le somme recuperate saranno integralmente devolute in favore delle famiglie delle vittime di mafia e di altre opere di utilità sociale e caritativa."

Il governatore informa inoltre del primo risultato dell’iniziativa:

"SKY ITALIA NON TRASMETTERA’ “LA MAFIA E’ BIANCA”

A seguito della diffida con atto extragiudiziale notificata a SKY ITALIA dall’avv. Salvatore Ferrara, legale dell’on.Cuffaro, non sarà trasmesso il video “La Mafia è bianca” realizzato da RCS, calunnioso e denigratorio nei riguardi del Presidente Cuffaro."

RCS sono, suppongo, quei sovversivi del Corriere della Sera.

Questo è l’articolo 595 del codice penale:

"Diffamazione 1. Chiunque, fuori dei casi indicati nell’articolo precedente, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a L. 2 milioni.

2. Se l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena è della reclusione fino a due anni, ovvero della multa fino a L. 4 milioni.

3. Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a L. 1 milione.

4. Se l’offesa è recata a un Corpo politico, amministrativo o giudiziario, o ad una sua rappresentanza, o ad una Autorità costituita in collegio, le pene sono aumentate.

E questo è l’articolo 596:

"Esclusione della prova liberatoria

1. Il colpevole dei delitti preveduti dai due articoli precedenti non è ammesso a provare, a sua discolpa, la verità o la notorietà del fatto attribuito alla persona offesa .

2. Tuttavia, quando l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la persona offesa e l’offensore possono, d’accordo, prima che sia pronunciata sentenza irrevocabile, deferire ad un giurì d’onore il giudizio sulla verità del fatto medesimo.

3. Quando l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la prova della verità del fatto medesimo è però sempre ammessa nel procedimento penale:

1) se la persona offesa è un pubblico ufficiale (357) ed il fatto ad esso attribuito si riferisce all’esercizio delle sue funzioni; 2) se per il fatto attribuito alla persona offesa è tuttora aperto o si inizia contro di essa un procedimento penale; 3) se il querelante domanda formalmente che il giudizio si estenda ad accertare la verità o la falsità del fatto ad esso attribuito . Se la verità del fatto è provata o se per esso la persona, a cui il fatto è attribuito, è per esso condannata dopo l’attribuzione del fatto medesimo, l’autore dell’imputazione non è punibile, salvo che i modi usati non rendano per se stessi applicabili le disposizioni dell’art. 594, comma 1°, ovvero dell’art. 595, comma 1° ."

In base a questi articoli sono già stati condannati famigliari di vittime della mafia e della ’Ndrangheta e denunciati dall’avvocato Taormina i genitori di Ilaria Alpi. Come si vede, infatti, il reato sussiste anche se il fatto è vero e notorio. Questo si spiega perchè la diffamazione è un delitto contro l’onore e, nel tuttora in gran parte vigente codice Rocco (codice fascista, ma ben fatto, che, in 60 anni di chiacchere e cerimonie sulla Costituzione, la Repubblica non è stata in grado di sostituire) l’onore era quello del delitto d’onore(adulterio, e cose del genere). Per il delitto di diffamazione è molto difficile andare effettivamente in carcere ma questo aggrava solo la situazione. Infatti i risarcimenti (che puntualmente vengono richiesti, oltre al pagamento delle multe) sono, in genere, proporzionali alla notorietà della persona "offesa" e sono quindi molto alti per i "pezzi grossi" come una multinazionale o un ministro. La galera (dove non si va) sarebbe uguale per tutti, ma il conto corrente non lo è. Perciò, di fatto, chi è multimiliardario o multinazionale può, da un lato, tranquillamente permettersi di fare quello che gli pare, legale o no che sia. Perchè, se viene incriminato, è probabile che, data la penosa situazione del sistema penale, tutto vada in prescrizione. E la riprovazione dell’opinione pubblica che nei paesi liberi è la garanzia dei buoni costumi non sarà allertata nemmeno per discuterne perchè chi aprisse bocca si beccherebbe subito una denuncia. Dall’altro lato può anche diffamare chi gli pare, specie se si tratta di un piccolo funzionario o giornalista o imprenditore o consigliere comunale non allineato (magari mettendo in giro la voce che molesta le impiegate come è successo a qualcuno non gradito per tutt’altri motivi, perchè più piccola la vittima più piccolo il risarcimento. Il comune mortale invece deve "stare attento a come parla" e, soprattutto, a come scrive, anche se dice e scrive cose vere e notorie, non solo perchè può trovarsi in gravi difficoltà a pagare risarcimenti in caso di candanna, ma anche perchè, in ogni caso, pagherà l’avvocato anche in caso di assoluzione. E’ infatti difficile che, per questo reato, si venga prosciolti in istruttoria perchè, se hai scritto qualcosa di qualcuno il fatto sussiste e tu sei certamente l’autore. E si fa il processo proprio per decidere se è o non è reato. E’ successo anche a me, che faccio il medico, e che sono stata per l’appunto assolta dopo un processo (di cui peraltro, finchè è uno, non mi lamento perchè ho potuto vedere l’articolo 21 al lavoro e devo dire che è una bella sensazione) determinato da una denuncia per diffamazione da parte di una grossa struttura privata in seguito ad un comunicato stampa in cui alludevo ad un processo per omicidio in cui il fondatore era stato coinvolto e condannato per favoreggiamento. Devo dire che, non ostante l’assoluzione, credo siano state le righe più "care" che abbia scritto in vita mia. E, certo, se invece di fare il medico facessi la direttrice di un piccolo giornale, o di un sito internet, con tutto quello che succede nelle istituzioni e nell’economia, mi troverei molto in imbarazzo ad informare i miei lettori. Perchè anche 2 assoluzioni all’anno sarebbero forse abbastanza per mandarmi in fallimento. Mi sembra perciò urgente, per passare dalla democrazia della retorica a quella della discussione pubblica, sollevare il problema della libertà di opinione, di espressione e di stampa, e non solo, come si è fatto anche troppo, rispetto alla concentrazione delle testate e delle televisioni di Silvio Berlusconi Ma, anche, con particolare riguardo al malefico articolo 595. Così com’è, viola il principio di uguaglianza tra i cittadini perchè è, di fatto, un’arma impropria in mano a chi non ha problemi economici nei confronti di chi li ha, penalizza la libertà di informazione, dato che la sola possibilità di un processo, anche se vinto, ha un indubbio effetto dissuasorio rispetto alla libera discussione, e , infine, impedisce il dibattito politico. Infatti, se è vero che in tribunale l’onere della prova non spetta all’imputato (perchè è meglio avere, come abbiamo, 95 colpevoli su 100 impuniti piuttosto che un innocente condannato) quando qualcuno chiede la fiducia degli altri, che sia un politico o che sia un imprenditore, o un medico, o un ministro del culto sta a lui dimostrare di essere all’altezza del compito e agli altri passarlo al setaccio liberamente per dimostrare che non lo è. E’ quello che succede, mi pare, in paesi non certo noti per la loro anarchia come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, dove se la regina viene accusata di aver commissionato l’omicidio di Lady Diana non denuncia il giornalista ma apre gli archivi. Siamo sicuri che la tanto deplorata timidezza della stampa italiana (e quindi degli italiani da essa educati) non c’entri nulla con questa norma ormai ultrasettantenne? Non basterebbero la legge sulla privacy per tutelare ciò che davvero è un fatto privato e il reato di calunnia per quanto davvero è un delitto?