Dopo sette giorni scarcerato il giovane romano. Il Parlamento boccia l’istituzione del Garante dei detenuti mentre nelle carceri si continua a morire e il Pd si preoccupa del padrone di Fastweb
La notizia che il giovane Stefano Gugliotta è stato scarcerato, ci riempie di felicità. Per fortuna questo Stefano non è finito come l’altro, Cucchi, massacrato nelle patrie galere. Non è finito come i tanti che hanno conosciuto la cella e in quel posto sono morti per mancanza di cure. Non è finito come Aldo Bianzino, Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva. E non è finito come i tanti che, disperati e senza speranza, si uccidono in carcere. Sono 23 dall’inizio dell’anno e sono ben 70 le morti da accertare.
Sì, siamo contenti. Eppure… Eppure abbiamo l’amaro in bocca perché questa vicenda è la dimostrazione di come siamo indifesi di fronte a coloro che indossano una divisa. Ormai, in Italia, si può finire picchiati da anonimi poliziotti, si può venire investiti da auto civetta, si può finire in carcere senza motivo. La vicenda di Stefano Gugliotta non è paradossale. E’ una vicenda “normale”, la normalità di questa piccola italietta fatta da governanti inquisiti e dall’opposizione inesistente, questa italietta che vota Berlusconi ammirato perché va a puttane, che non paga le tasse, che odia la cultura e ama i Suv, le taroccate, le veline e i centri di abbronzatura.
E allora cosa importa se uno è stato portato dentro? Avrà fatto qualcosa di certo. Stefano era sì “fuori legge” perché non indossava il casco. Ma basta questo per finire picchiato e in galera? Solo la pochezza dell’ex radicale e oggi ministro Elio Vito, poteva dichiarare in Parlamento che “All’intimazione dell’alt il giovane che senza casco guidava un motorino non si fermava, dicendo che non c’entrava nulla e cercando di spingere l’operatore. Uno dei due giovani veniva identificato nella persona di Stefano Gugliotta, nei cui confronti risultano denunce e segnalazioni per rapina, lesioni personali e guida in stato di alterazione psicofisica per sostanze stupefacenti”.
Condannato? No. Stefano è incensurato e senza carichi pendenti. E comunque lo si persegua per fatti specifici e non per gli scontri avvenuti la sera della finale di Coppa Italia a cui lui non aveva partecipato.
Grazie ad un filmato preso da un balcone, Stefano è stato rilasciato. Restano però in carcere altri giovani, alcuni arrestati alla fermata del bus e che dal momento dell’arresto hanno sempre dichiarato di non c’entrare nulla con gli scontri. Due sono ragazzini alla loro seconda partita.
Ed è necessario chiarire la vicenda dell’auto civetta che ha investito Daniele Luca. Perché? Perché i poliziotti non hanno il minimo rispetto per i cittadini? Per quale motivo si picchiano giovani solo perché indossano la stessa camicia di un possibile ultrà? E perché in Italia i poliziotti (gli “operatori” li chiama il ministro Vito) non hanno la possibilità di essere individuati?
Tutte domande a cui dovrebbe rispondere il ministro dell’Interno che, invece, è preoccupato solo dei clandestini e del possibile “svuota carcere”, come lui lo definisce. Per lui i criminali non sono chi sta spolpando la nostra economia, non gli evasori o i mafiosi grandi e piccoli. No. I criminali, per il leghista suonatore di sassofono, sono i poveracci, quelli che non hanno potere, coloro che non possono farsi difendere da costosi avvocati, persone a cui non si applica il lodo. E così anche il progetto, pur limitato, del ministro Alfano, viene riscritto dalla Lega che ancora una volta vince al punto che il leghista Matteo Brigandì può esclamare: “Finalmente non si parla più sic et simpliciter di prendere i detenuti e portarli a casa. Ora bisognerà fare i conti con l’oste e l’oste in questo caso sono i magistrati”.
Sì perché la possibilità di uscire dal carcere, dipenderà dai magistrati e non sarà più “automatica” per coloro ai quali manca di scontare ancora un anno di pena. In pratica non cambierà nulla. Le carceri saranno sovraffollate sempre più (oggi siamo a 67 mila) e tutto è vanificato nell’attesa della stagione calda quando nelle carceri scoppieranno le rivolte per l’invivibilità. A quel punto si parlerà, di nuovo, di “emergenza”.
Spiace che il Pd sia allineato con la destra. Spiace ma non meraviglia considerato che qualche giorno fa il vice presidente dei deputati Pd, Alessandro Maran, dall’ospitale Foglio, si è preoccupato della detenzione di Silvio Scaglia, il padrone di Fastweb in carcere da 2 mesi con l’accusa di aver riciclato circa 2 miliardi di euro. Anche noi siamo preoccupati per Scaglia, ma lo siamo anche per le centinaia e centinaia di detenuti finiti in carcere solo perché coltivavano canapa o perché assomigliavano ad altri o perché erano, prima albanesi, ed ora rumeni, oppure perché non avevano il permesso di soggiorno in regola.
La vicenda di Stefano Gugliotta è anche la dimostrazione di come non si possa giocare con i diritti, con la difesa degli strumenti della democrazia. Quando si allenta l’attenzione su questi diritti, quando in Parlamento si votano leggi contro l’identificazione dei poliziotti non si creda di aver favorito i diritti e la democrazia. Quando si cede su queste garanzie, il passato, inevitabilmente ritorna. Con una differenza. Anche nel passato, certo, la polizia sparava e picchiava. Non dimenticheremo mai Avola e Battipaglia, i morti di Reggio Emilia e quelli di Genova. Non dimenticheremo mai le centinaia di manifestanti uccisi dalla polizia durante le manifestazioni per difendere la democrazia, quelli, come Ardizzone, a Milano, schiacciati dalle jeep.
Oggi, però, il clima è completamente diverso. Non si deve essere necessariamente “contro” per finire in carcere e qualche volta massacrati. I casi che abbiamo citato all’inizio sono esemplari nella loro chiarezza. Sono morti, ammazzati, quando erano sotto tutela dello Stato.
Anche al tempo di Scelba si dava la colpa ai singoli agenti che si erano lasciati prendere la mano. In realtà allora come oggi il loro comportamento è il frutto di una cultura che è, purtroppo, dominante. Il “cattivo”, il “nemico” è l’emarginato, lo straniero, quello senza casa, il giovane che “fuma”. La divisa è spesso l’impunità per picchiare, incarcerare, brutalizzare giovani e meno giovani.
In Parlamento hanno votato anche contro l’istituzione del Garante delle persone private della libertà. Ai parlamentari (molti inquisiti), è sembrato troppo istituire questa figura. Della sicurezza hanno fatto la loro bandiera, hanno vinto le elezioni e, quindi, se vogliono mantenere i voti, nessuna apertura. I detenuti? Stiano dentro che stanno fin troppo bene. Hanno anche la televisione. Cosa vogliono di più?