Caro Hugh Hefner addio, e insegna agli angeli a diventare ciechi


Se ne va uno dei "padri sputtativi" della nostra rubrica PuntoG, momentaneamente alloggiata nelle pagine di Girodivite. Addio, caro Hugh Hefner
giovedì 28 settembre 2017 , Inviato da Sergej - 860 letture

Ha saputo fare del piacere un mezzo per fare soldi, e non solo ha speso soldi per procurare/procurarsi piacere. Ha creato un mondo tutto suo, fatto di donnine allegre, lingerie, paillettes con una predominanza dei colori del rosa e del bianco. Il suo simbolo, il coniglietto, resterà per sempre nei nostri cuori. A nobilitare l’istinto di procreazione sublimato a esclusivo piacere: piacere reciproco, nella parità del piacere tra i sessi (tutti i sessi, qualcuno una volta era arrivato a contarne 54).

Hugh Hefner è stato un esemplare irripetibile di cafonaggine diventata aristocrazia della lussuria, offerta di autogiustificazione erotica e autoassoluzione per adolescenti con ormoni in eccesso che i campi da golf o da football non erano sufficienti per lo sfogo. I nuovi ceti di parvenu, la middle class statunitense e quella del boom dei nuovi consumatori europei degli anni Sessanta, avevano bisogno di questo stilista dell’erotismo. Dopo sarebbe venuto (ehm...) YouPorn e la lussuria digitale. Ma nell’epoca classica, pre-digitale, la fotografia era il massimo che ci si poteva permettere. Subito dopo le immagini masturbatorie del PostalMarket, quelle di Playboy erano le immagini di riferimento degli adolescenti più evoluti, baldanzosamente attivi negli anni Settanta e Ottanta.

Quanti guai ci saremmo risparmiati se Silvio Berlusconi non si fosse fermato allo stadio evolutivo del PostalMarket. Se solo avesse conosciuto PlayBoy probabilmente non sarebbe diventato presidente del Consiglio, ma presidente delle Conigliette. E chissà, invece di generare dai suoi spermatozoi in erutto libero Renzi e Alfano, avrebbe potuto donarci leader politici di maggior spessore (ehm...).

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Hugh Hefner per il 50esimo anniversario di PlayBoy, con in mano il Numero Zero della rivista

Anche attraverso Hugh Hefner è cambiata l’immagine di "bellezza" che ha inseguito l’Occidente. Dalle matrone procaci dell’antichità, fino alle modelle filiformi e anoressiche delle sfilate di "moda", la bellezza esibita da Playboy preferiva grosse tette e fianchi stretti. Per la prima volta gli statunitensi dicevano al resto del mondo: "vedete? queste sono le donne che desideriamo! anche noi americani abbiamo donne desiderabili. Da noi non sono tutte Eleonor Roosevelt". E hanno imposto un modello e un immaginario anche in questo settore (determinante, del resto, per ogni Impero che si rispetti). Si guardino le immagini di Ellen Stratton, la prima playmate ufficiale, del 1960. Non a caso il numero 0 di PlayBoy del 1955 aveva come immagine di copertina Marilyn Monroe. Un immaginario contro cui invano hanno lottato orde di femministe e di cattoliche suore dell’intolleranza islamica.

Credo che il massimo dell’eroticismo Playboy l’abbia espresso quando mise Maggie Simpson in prima pagina, come playmate del mese. Sublime. Perché per Hugh Hefner sesso era soprattutto questo: ironia, capacità di superamento della banalità dei ruoli. Qualcosa di più durevolmente rivoluzionario di qualsiasi appello alla "rivoluzione" che si sia prodotta in questi ultimi 100 anni di consumismo politico e sfruttamento collettivo. A 100 anni dalla rivoluzione d’ottobre, a 50 anni dalla morte di Che Guevara.

Addio, Hugh Hefner. E grazie per l’abbondanza di culi e tette che ci hai donato.


"insegna agli angeli a diventare ciechi" (thanks to: PeriferiaGalattica).



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