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Carceri: sono 47 i suicidi dall’inizio del 2013

Ancora un suicidio nelle carceri italiane: al "Mammagialla" di Viterbo s’impicca un romeno. In quel carcere ci sono 440 posti e ce ne stanno 740 di cui 300 in attesa di giudizio
di Adriano Todaro - venerdì 13 dicembre 2013 - 2864 letture

Paul Badea, 51 anni, romeno, non lo conosceva nessuno. Almeno fra quelli che contano. Tantomeno lo conosceva la ministra della Giustizia preoccupata della figlia della sua amica in carcere, in pericolo di vita perché anoressica ma, fortunatamente, subito ristabilita qualche giorno dopo essere uscita dal carcere. Tanto ristabilita da sentirsi di andare a fare shopping in via Brera a Milano.

Ne siamo felici perché la vita umana è sacra e nessuno dovrebbe morire quando si è affidati allo Stato. Anche Paul Badea era stato affidato allo Stato per "pagare" il suo debito con la giustizia. E invece, il 7 dicembre scorso si è impiccato nel carcere dove era recluso, il "Mammagialla" di Viterbo. Un carcere non particolarmente peggiore degli altri considerato che ormai le carceri italiane sono tutti "peggiori". Difficile fare una graduatoria. A Viterbo dovrebbero esserci 440 detenuti e ce ne stanno, invece, 740 e ben 300 sono in attesa di giudizio. Carenti anche gli agenti che sono 317 e dovrebbero essere, secondo gli standard ministeriali, 485. Ci sono solo 5 educatori e un medico. Il 34 per cento dei detenuti è straniero.

Badea era stato arrestato il 13 novembre scorso in provincia dell’Aquila, con l’accusa di detenzione di armi e furti di rame. Aveva ottenuto gli arresti domiciliari, ma venerdì 6 dicembre è stato nuovamente arrestato in provincia di Viterbo e condotto al "Mammagialla" dove, il giorno seguente, si è impiccato. Ha fatto, dunque, un solo giorno di prigione. Paradossalmente la morte di Badea parla della vita che si conduce in carcere, parla a chi vuole e ha capacità di ascolto, di queste discariche sociali, ci fa capire che è difficile dare un senso alla morte così come è stato difficile per Badea dare un senso alla vita.

Dall’inizio dell’anno, con Paul Badea, sono 47 i detenuti che si sono uccisi nelle carceri italiane. Di loro 24 erano italiani e 23 cittadini stranieri. Si sono uccisi, impiccandosi, 35 persone; 9 asfissiandosi con il gas (si usa il fornelletto per farsi da mangiare e ci si copre testa e faccia con un sacchetto di plastica), 3 per dissanguamento. Il detenuto più giovane che si è ucciso quest’anno, il 16 agosto, è stato Abdelaziz Daoudi, 21 anni nel carcere di Padova; il più "vecchio", Mario Vignoli, 66 anni, il 29 luglio nel carcere di Cremona. Poi c’è dentro un po’ di tutto, da chi si è ucciso a 29 anni, a 33, a 24, attorno ai 50 anni.

Gli anni peggiori sono stati il 2001 con 69 suicidi (in totale 177 morti in quell’anno); il 2010 con 66 suicidi (184 morti totali); il 2011 ancora 66 suicidi su 186 morti in totale.

Le carceri, come risaputo, sono piene e sono piene perché ci sono troppo imputati, decina di migliaia in attesa di giudizio. Questo Stato che non riesce a garantire la sicurezza ai detenuti, che li costringe a vivere in celle disumane, spesso senza acqua calda, senza docce, senza la possibilità di fare qualcosa, in pratica senza speranza per il futuro, fra il 2002 e il 2007 ha speso 212 milioni di euro come riparazione per le ingiuste detenzioni e continua a pagare multe all’Europa perché non garantisce lo spazio minimo vitale per i detenuti. Non si riesce proprio a capire perché mai ci sono 10 mila persone in carcere che hanno un anno di pena residua e questa pena non la possano scontare con qualche misura alternativa al carcere.

Ogni suicidio, ogni decesso nelle carceri è un fatto inaccettabile per un Paese che si dice civile. Fuori molti di loro non sarebbero morti, sarebbero potuto essere salvati, curati. Si uccidono più coloro che sono in attesa di giudizio di coloro che sono stati condannati definitivamente. Negli ultimi 20 anni, 4 detenuti su 10 in attesa di giudizio sarebbero stati assolti, se fossero sopravvissuti. Questo dicono le statistiche, che sono numeri freddi. Ma Abdelaziz aveva solo 21 anni e non doveva morire e non era un numero ma una persona con sogni, speranze, aspettative. E non dovevano morire tutti coloro che stavano in galera ma erano "incompatibili" con la galera, i malati terminali, i paraplegici, quelli in galera per piccoli furti oppure perché arrestati mentre erano in coda per ottenere un permesso di soggiorno, un foglio di carta con qualche timbro sopra.

In carcere si soffre e per molti "bravi cittadini" è giusto sia così. In carcere anche un semplice mal di denti diventa un problema perché non c’è il dentista, perché il detenuto è visto sempre come uno che fa finta di stare male. L’unica cosa che non manca, nelle carceri italiane, sono gli psicofarmaci. Vengono dati per qualsiasi cosa, convinti che per alleviare il malessere carcerario basti una pilloletta che ti mandi nel limbo dell’incoscienza. Anche se hai da scontare anni di prigione, questi potrebbero anche essere accettati dal detenuto, diventare più sopportabili se si offrisse loro la possibilità di lavorare, di studiare, di rendersi utili invece che stare in branda per 22 ore al giorno, nell’inedia più assoluta.

Paul Badea era un ladro. A molti non interessa se si è ucciso. Era in galera e in galera doveva restare. Romeno, ladro ed ora morto. La sicurezza dei cittadini, senza Badea, è assicurata.


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