Fallimento delle politiche governative: per il carcere si spende troppo e male. Ogni detenuto ci costa 138 euro al giorno mentre per la sua "rieducazione" spendiamo 8 centesimi al giorno per il trattamento psicologico e 11 centesimi per le attività scolastiche
Mirco Sacchet, 27 anni, non lo conosceva nessuno. Non era famoso, non era mai andato in Tv, non faceva parte della segreteria di nessun partito. Anzi, era un ladro. Sì, un ladro d’auto. Quindi uno che viveva al limite, ai margini della società, che ha fatto del male, che meritava di stare in galera. Ed, infatti, era in galera a Belluno.
Aveva 27 anni e si è ucciso, o almeno così sembra. Aveva 27 anni e doveva scontare 2 anni e 20 giorni per un furto d’auto. Si è impiccato mentre era in cella d’isolamento. Ma perché mai per un furto d’auto bisognava metterlo in isolamento? Ora ci sarà la solita inchiesta e noi non sapremo più nulla di Mirco Sacchet come non sappiamo nulla delle altre morti nelle carceri italiane. Notizie che spariscono dalle pagine dei giornali e dagli schermi televisivi tutti presi come sono dalla cucina di Fini. Poche righe in cronaca per dire che un altro detenuto è morto, poi più nulla. Anzi, molti penseranno un balordo in meno.
Quello di Sacchet è il 51° suicidio che avviene nelle nostre carceri (il 129° morto dall’inizio dell’anno), in quella che è diventata la discarica sociale per eccellenza. Vite recise, spezzate spesso giovani vite. Se guardiamo l’età di chi è morto in carcere, tantissimi non raggiungevano neppure i 30 anni. Gran parte di loro con pochi anni da scontare. Suicidi che avvengono nei primi tempi di detenzione, determinati dalla recisione dell’affettività, dalla disperazione, dall’angoscia. Spesso non si regge all’impatto con quel mondo violento e sino a poco prima sconosciuto. Si uccidono per "evadere" da questo mondo disumano dove si vive in promiscuità, spesso in sette in celle da 3 metri per 4, dove spesso si sta in piedi a turno per mancanza di spazio, dove si passano in cella anche 20 ore al giorno senza far nulla.
Un disagio, quello del carcere, che non colpisce solo i detenuti. Anche gli agenti penitenziari soffrono, sulla loro pelle, questo disagio sociale al punto che solo nel mese dello scorso aprile, sono stati quattro gli agenti che si sono uccisi. Un disagio sociale denunciato più volte ai politici, a chi dovrebbe intervenire e preferisce non farlo, a chi è più interessato a studiare scudi per il proprio principale piuttosto che fare il proprio dovere istituzionale. Certo, al ministro Alfano non importa nulla di Sacchet e degli altri morti. La vulgata sulla sicurezza percepita ha fatto scuola e ormai nei bar e ai mercati, in televisione e negli uffici sono tutti preoccupati se il governo farà uscire da galera tantissimi detenuti.
Questo governo che taglia servizi e istruzione, ha tagliato, ovviamente, anche i finanziamenti per il carcere. Nei 205 penitenziari italiani mancano 6000 agenti, 600 educatori, 535 assistenti sociali, 265 fra psicologi e altre figure professionali. Nel 2004, 39 psicologi hanno vinto il concorso, ma non sono mai stati assunti.
Come risaputo, nelle carceri italiane c’è posto per 43 mila persone. Invece ci avviciniamo sempre più ad una presenza di 70 mila persone. Per ovviare al problema del sovraffollamento, il governo ha messo in campo proposte fantasiose come quella di utilizzare carceri galleggianti o di costruirne di nuove. Eppure ci sono istituti terminati, e mai utilizzati. Si cercano soluzioni fantasiose invece di impegnarsi seriamente sulle carceri. Fra le 70 mila persone perché vi sono rinchiuse, anche persone trovate senza permesso di soggiorno, ladri d’auto o responsabili di piccoli reati, tossicodipendenti, malati che non avrebbero motivo di stare in carcere.
Oggi, grazie alle leggi emergenziali, ci sono reati puniti con pene superiore ai tre anni e che prima, invece, erano puniti con 9 o10 mesi. Per un po’ di hascisc si finisce in galera e spesso si muore come il caso di Maurizio Cucchi e di Aldo Bianzino Siamo arrivati al punto che chi commette un reato nell’ambito della criminalità economica non vede il carcere neppure da lontano, chi ruba da un’autovettura, uno stereo finisce dritto in carcere. La cosiddetta "certezza della pena" si applica esclusivamente sui poveri, su chi non ha potere contrattuale non certo sulla cricca e sulla casta.
Affermava in un convegno del maggio scorso a Roma Paolo Canevelli, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Perugia a proposito delle misure alternative al carcere: "Un sistema che continua a ritenere che un reato di rapina aggravata non consente certe misure alternative o, se le consente, le ammette solo dopo l’espiazione di una quota di pena molto significativa, io credo che non sia un sistema razionale e ragionevole. Perché oggi ci sono rapine e rapine, la rapina aggravata può essere quella commessa da tre persone che danno una spinta a qualcuno per impossessarsi di un portafoglio, per carità un reato, c’è il carcere, però arrivare a dire che quella persona non potrà avere i benefici come la detenzione domiciliare mi sembra sinceramente qualcosa di troppo forte".
La proposta di far uscire dal carcere quei detenuti a cui resta da scontare meno di un anno è sparita dal dibattito politico. Era una proposta riduttiva, ma di buon senso eppure si sono levati gli scudi e i distinguo: Lega e Idv hanno detto di no, il Pd, al solito, ha nicchiato. Eppure questa proposta avrebbe potuto risolvere, almeno in parte, il problema del sovraffollamento una delle primissime cause dell’invivibilità delle carceri. I contrari hanno cominciato a gridare che sarebbero usciti malavitosi pronti a ricominciare a delinquere, disegnando così orde malavitose pronte a tutto. In realtà non era così e loro lo sapevano bene. Sarebbero usciti detenuti non socialmente pericolosi che sono in galera per reati di poco conto e che, in pratica, hanno già scontato tutta la pena. E comunque, fra un anno, sarebbero fuori, per legge. E non sarebbero stati liberi, ma l’ultimo anno lo avrebbero passato ai domiciliari, cioè controllati e chiusi in casa; un modo diverso di scontare il residuo di pena. I detenuti con pena non superiore a 1 anno sono oltre 3.200; quelli che hanno pene non superiori a 2 anni, 4.000; coloro che hanno ancora un anno da scontare per essere liberi, 9.800. Numeri di tutto rispetto.
E se proprio si voleva vedere la questione dal punto di vista non umano ma economico, ecco che la proposta diventava anche "conveniente" considerato che le persone ai domiciliari non avrebbero gravato economicamente sullo Stato.
Non bisogna, infatti, dimenticare che ogni detenuto costa a tutti noi 138 euro al giorno. Eppure la demagogia ha vinto ancora. Il problema è che si fa finta di non conoscere le cifre dell’Amministrazione penitenziaria. Alla maggior parte delle persone non interessano nulla; a loro interessa che il borseggiatore, quello senza permesso di soggiorno o il piccolo delinquente non sia nelle strade. Nel 2010, dopo le finanziarie del 2008 e 2009 con la sanità passata al ministero competente, le carceri sono costate 2 miliardi e 204 milioni di euro. L’80% se ne va per costi relativi al personale, dai poliziotti agli educatori, il resto per tutto ciò che serve, dalla luce elettrica alla manutenzione (poca) che si fa negli istituti.
Sempre nel 2010 per “mantenere” (diciamo così) i detenuti sono stati spesi 321 milioni e 691 mila euro; in pratica ogni detenuto poteva contare su 13 euro al giorno. In questa cifra c’è dentro di tutto: dai pasti (3,95 euro al giorno) alla cosiddetta “rieducazione” così come recita l’articolo 27 della nostra Costituzione. E sapete quando spendiamo per “rieducarli”? Per “trattamento della personalità ed assistenza psicologica” si stanziano 8 centesimi al giorno mentre per attività “scolastiche, culturali, ricreative, sportive”, 11 centesimi al giorno per ogni detenuto.
A Ferragosto le carceri sono state visitate da 170 parlamentari. Opera meritevole anche se fra questi c’era Marcello Dell’Utri. Qualcuno ci entrava per la prima volta, altri sarebbero dovuto restarci. Comunque tutti sono rimasti sconcertati da quello che hanno visto. Grandi proponimenti. Poi sono rientrati nei propri collegi elettorali e si sono scordati dei drammi delle carceri. D’altronde è più riposante parlare della casa di Montecarlo di Gianfranco Fini e partecipare a qualche show televisivo.
Mirco Sacchet, ladro d’auto, si è ucciso. A lui delle visite dei nostri parlamentari, non interessa più nulla. Ed anche a loro, ai parlamentari, non importa nulla di Mirco e dei suoi compagni detenuti. Tanto, si sa, nella stragrande maggioranza, i detenuti non votano.