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Carceri: Vuoi il trasferimento? Allora paga

Incredibile vicenda di un ergastolano. Se vuole avvicinarsi ai familiari in Sardegna si dovrà pagare il viaggio e la scorta
di Adriano Todaro - martedì 15 aprile 2014 - 3339 letture

Mancano pennarelli, matite, gessetti nelle scuole? Portatele da casa. Manca la carta igienica? Che sarà mai. Compratene un sacchetto e portatela a scuola. Gli ospedali non possono fare le punture per mancanza di siringhe? Nessun problema. I familiari dei degenti si diano da fare e le procurino. All’Asl ci sono infiltrazioni d’acqua? Bene, per risparmiare un gruppo di cittadini, armati di raschietto e pennelli, danno una bella verniciata.

Normali notizie di normale amministrazione di un Paese che tutto è ma certamente non normale. Pensavamo di aver visto tutto, dalle scuole che crollano allo spreco di denaro pubblico. Ma questa forse supera qualsiasi immaginazione. Mentre l’imbonitore Matteo Renzi promette mirabolanti riforme, il ministero della Giustizia ha proposto ad un detenuto che voleva essere mandato in un carcere della Sardegna per avvicinarsi ai suoi familiari, una specie di concorso di spese. In pratica il detenuto si deve pagare il viaggio, la scorta e tutte le spese attinenti al trasferimento.

Protagonista della surreale vicenda ‒ così come denuncia Francesca de Carolis del blog L’altra riva ‒ Mario Trudu, ergastolano che ha già passato in prigione 35 anni. Attualmente, da dieci anni, è nel carcere di Spoleto e da tempo non vede le sorelle. Per loro, ormai anziane, venire, periodicamente, dalla Sardegna è impresa notevole. Senza contare la questione economica. Non c’è, ovviamente solo il costo del viaggio, ma anche il pernottamento in albergo, i pasti, insomma un disagio oltre che fisico anche economico.

E allora perché non fare il contrario? Mario Trudu chiede di scontare la pena in un carcere della Sardegna. Dopo 35 anni di carcere non ci sono più motivi per non accettare tale richiesta e, del resto, anche detenuti in regìme di Alta sicurezza, sono stati spostati in altri carceri. Quindi si può fare? Certo che sì ma... c’è un problema. Lo Stato non ha soldi e quindi ecco la richiesta-beffa al detenuto: il permesso te lo diamo e tu ti paghi le spese di viaggio e della scorta.

Uno che è in carcere da 35 anni, soldi non ne ha. Le vecchie sorelle meno che meno. E allora? Allora Mario Trudu si metta la testa in pace e continui a stare a Spoleto. Ma le leggi prevedono l’avvicinamento ai propri familiari? Certo e non solo le leggi italiane ma anche quelle europee le quali recitano che una volta che sono cadute le necessità dell’isolamento per il detenuto perché si ritiene non più pericoloso, deve essere compiuto ogni sforzo "per assicurarsi che i regìmi degli istituti siano regolati e gestiti in maniera da mantenere e rafforzare i legami dei detenuti con i membri della loro famiglia e con la comunità esterna, al fine di proteggere gli interessi dei detenuti e delle loro famiglie".

Qua, in questa vicenda, non c’è solo il non rispetto delle leggi e dell’ordinamento penitenziario ma anche della Costituzione perché il non rispettare i diritti fondamentali delle persone significa mettersi contro la Costituzione, oggi sempre più bistrattata. E c’è anche una buona dose di cattiveria. L’unica cosa che tiene in vita queste persone, è la speranza. Per chi deve restare in galera ancora qualche anno, la speranza è l’avvicinarsi del fine pena, la speranza di uscire, di rifarsi una vita. Per coloro che sono condannati al "fine pena mai", la speranza è solo quella di poter vedere, periodicamente, qualche familiare. Non c’è altro perché in galera ci debbono stare "per sempre".

Oggi sono 1.500 gli ergastolani in Italia. A molti di loro sono di fatto cancellati i benefici previsti dalla legge per la buona condotta. Altri sono gli "uomini ombra", come loro stesso si definiscono, detenuti che si sono rifiutati di fare i nomi dei complici. Nel 2011 hanno chiesto al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, di trasformare la loro condanna a vita in pena di morte. Una provocazione, certo. Una provocazione che però è una denuncia forte nei confronti delle istituzioni di un Paese che non prevede la pena di morte per i reati gravi, ma che non ha dubbi a lasciare "marcire" persone in una cella, togliendo loro la speranza anche di rivedere un familiare. Tenerli così, senza fare nulla, senza lavorare, nell’inedia più assoluta, aspettando solo che muoiano.

Contrariamente a quanti molti pensano, i detenuti già si pagano i pasti. Ora si dovranno forse pagare anche i trasferimenti? E quando dovranno pagarsi anche le guardie penitenziarie?

Vogliamo sperare solo che tutto ciò sia stato causato da una cattiva interpretazione di testi e regolamenti. Se così non fosse sarebbe doppiamente tragico, sarebbe un "trasferimento di classe". I detenuti "ricchi" si potranno far trasferire dove ci sono i familiari; quelli poveri, resteranno a migliaia di chilometri dalle loro case, dai loro parenti, dai loro affetti.

Quando sono stati condannati, hanno tolto loro, giustamente, la libertà. Ma uno Stato che si dice garantista, che spende milioni per le inutili scorte di politici e vip, uno Stato depredato da inutili e deleteri personaggi non può, non ha il diritto di togliere, a queste persone, anche gli affetti e la speranza.


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