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Carceri. Manca anche la carta igienica


Sempre meno vivibili le carceri italiane. Ventimila detenuti in più dei posti disponibili. Carenza di agenti, psicologi, educatori mentre si continua a morire: già 48 suicidi su un totale di 126 morti. Unica soluzione le misure sostitutive al carcere
giovedì 15 ottobre 2009, di Adriano Todaro - 685 letture

Meno si sta in carcere e meglio è per la sicurezza di tutti. Non lo diciamo noi, ma i dati del ministero della Giustizia: circa il 60 per cento di chi viene liberato dal carcere avendo scontato tutta la pena commette nuovi reati, mentre la percentuale è sotto al 20 per cento tra chi viene dalle misure alternative.

Anche lo sbertucciato indulto votato tre anni or sono, da destra e sinistra e oggi disconosciuto da tutti, ha avuto buoni risultati contro la recidività. Fra gli indultati è tornato in carcere il 28,5 per cento una cifra che può sembrare alta ma che rappresenta comunque il 50 per cento di quelli che interamente hanno scontato la pena. Comunque sia, sebbene l’indulto non sia stato accompagnato da tutta una serie di interventi, è dal 2006 che il tasso mensile di recidiva è diminuito costantemente. A fronte di questi dati ci aspetteremmo dai nostri governanti un piano per le carceri dove al centro ci sia la misura alternativa al carcere. Ci sono persone che sono in carcere per piccoli episodi e che potrebbero benissimo utilizzare una misura alternativa al carcere, dalla semi-libertà agli arresti domiciliari o l’affidamento ai servizi sociali. Sarebbe una decisione dignitosa e ne guadagnerebbe anche l’economia complessiva della Giustizia.

Invece, per interessi di bottega, per dimostrare che si pensa alla sicurezza dei cittadini, si restringe la possibilità di utilizzare l’alternativa al carcere e si fanno dichiarazioni e progetti fantasiosi come quello di costruire carceri galleggianti. Nel 2006 erano 50 mila i detenuti che partecipavano a queste misure; oggi sono solo 10 mila. Nel frattempo, dopo l’indulto, i detenuti nelle carceri italiane sono costantemente aumentati al punto che oggi l’indulto è praticamente vanificato: ci sono 20 mila detenuti in più rispetto alla capienza massima tollerabile che è poco sopra le 40 mila.

La regione con la popolazione carceraria più numerosa è la Lombardia (8.455) seguita da Sicilia (7.587) e Campania (7.437). Secondo il Sappe (Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria), sono 11 le regioni che hanno superato la capienza tollerabile: Campania, E.Romagna, Friuli VG, Liguria, Marche, Puglia, Sicilia, Toscana, Trentino AA, Valle d’Aosta e Veneto. Lombardia e Basilicata sono al limite. La questione è riemersa dopo che l’Italia è stata condannata a risarcire un detenuto bosniaco per i danni morali subiti a causa del sovraffollamento della cella in cui e’ stato recluso per alcuni mesi nel carcere di Rebibbia. Secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, Izet Sulejmanovic, condannato per furto aggravato a due anni di detenzione, è stato vittima di “trattamenti inumani e degradanti”.

L’aumento dei detenuti vale anche per i minori, dai 14 ai 18 anni. Anche le loro carceri scoppiano. Erano 470 nel 2008, oggi sono circa 550 (mentre 18 mila sono coloro che scontano la pena in comunità). Ma tornando al carcere “per adulti” c’è da rilevare che 20 mila persone in più significa invivibilità delle celle, impossibilità di creare, per tecnici e volontari, un percorso di recupero del detenuto, impossibilità di lavorare, di studiare, avere socialità.

In molte carceri, in quasi tutte, ci si riduce a stare “in branda” perché spesso non c’è neppure lo spazio fisico vitale per stare tutti in piedi. Celle dove dovrebbero stare quattro detenuti e, invece ce ne sono 8, celle da 9 metri quadri con 11 detenuti, celle sporche, umide, a cui da anni non si fa manutenzione per mancanza di soldi, così come non si fa la derattizzazione e la profilasi sanitaria. E in quella cella le otto persone (o 11) debbono farsi da mangiare, andare a gabinetto, leggere, scrivere, guardare la Tv, in pratica vivere. Chiaro che bisogna essere molto forti psicologicamente per reggere a questo stato di cose. Vivere in promiscuità è sempre difficile, ma essere ristretti è ancora di più. Di notte è difficile dormire (molti hanno i materassi per terra) e allora si chiedono gli psicofarmaci, le risse aumentano, la tensione sale.

E’ vero. Chi è in galera ha commesso dei reati ed è giusto che sia messo nelle condizioni di non nuocere ulteriormente. Ma dovrebbe esserci sempre una soglia di dignità che non può essere infranta anche nei confronti di coloro che hanno provocato delitti terribili. Chi si riempie la bocca di “certezza della pena” non ha mai visto un carcere. E non è un caso che i politici che durante Tangentopoli hanno subìto il carcere ne sono usciti sconvolti (anche se non erano in otto in cella!).

E mentre aumentano tensioni e proteste, di pari passo diminuiscono i fondi per assumere psicologi, educatori ed altri specialisti che potrebbero sorreggere soprattutto i detenuti psicologicamente fragili. Ma diminuiscono anche gli agenti penitenziari paradosso per un governo che ha messo la sicurezza al primo posto. A San Vittore (Milano) ne mancano 298 e ci sono 660 detenuti di troppo (negli ultimi 18 mesi 800 agenti sono stati feriti da detenuti esasperati).

In una situazione come questa, suicidi e atti di autolesionismo aumentano. Solo per stare fra il 25 e il 26 settembre il bollettino è terribile: un 69enne, infermo, muore nel carcere di San Vittore. E’ morto per “scompenso circolatorio, ipertensione polmonare, stenosi carotidea bilaterale, diabete mellito-insulino dipendente, disturbi respiratori da pregressa tubercolosi, vascolopatia periferica sintomatica pregresso by-pass aorto femorale”. Una detenuta, a Firenze, chiede cure mediche appropriate perché da 10 mesi ha perso completamente l’uso della voce dopo un intervento alla gola per carcinoma. Le cure non arrivano e lei ha cominciato uno sciopero della fame e della sete. A Roma un uomo di 89 anni, ricoverato per gravissimi motivi di salute in una clinica dopo che i giudici gli avevano concesso il differimento della pena, è morto. Per lui il fine pena era nel 2016. Fuori dal carcere, però, quest’uomo era inesistente, non aveva documenti, non poteva accedere alle cure del Servizio sanitario nazionale. Aveva chiesto di poter scontare la pena in Canada da dove lui proveniva e dove abita la sua famiglia. Nell’attesa è morto. A Prato un detenuto di 30 anni, tunisino si è impiccato nella sua cella. Alcuni mesi fa si era cucito la bocca e a luglio aveva cominciato uno sciopero della fame contro una condanna di 9 anni che lui riteneva ingiusta.

E come dimenticare che il 2 settembre un altro tunisino è morto per lo sciopero della fame. L’ha fatto per 45 giorni ed è diminuito di 21 chili. Precedentemente aveva avuto un infarto. La “certezza della pena” anche questa volta ha vinto e nessuno di chi doveva controllare la salute e la vita di un detenuto si è preoccupato. La sua protesta è stata sottovalutata e il tunisino è morto. In fondo era un malvivente e in più anche tunisino.

A proposito di stranieri, nelle carceri italiane ci sono 22 mila stranieri (in Lombardia su 8 mila detenuti, gli stranieri sono il 45 per cento). Una cifra alta, molto alta, una cifra che dimostra ancora una volta come il carcere sia diventato una discarica sociale. Di fronte a questi dati, immancabilmente, sono arrivate dichiarazioni estemporanee che tendono a creare ancora più confusione lanciando messaggi falsi ma di sicura presa sui cittadini preoccupati. Se ogni detenuto, dicono questi “ragionieri”, costa allo Stato 157 euro, basterebbe espellere gli stranieri e subito si potrebbero risparmiare circa un miliardo e 200 milioni di euro ogni anno. A fare i conti reali ci pensa, però, carteBollate il giornale dei detenuti di Bollate. Cosa scrive il giornale? Scrive che il costo giornaliero è diviso in costi fissi e costi variabili. I costi fissi sono “149 euro e i secondi solamente 8. Il totale dei costi fissi non cambia se varia il numero dei detenuti, perché questi sono rappresentati dalla spesa per gli agenti, il personale amministrativo, la manutenzione dei fabbricati e il riscaldamento. Il totale dei costi variabili varia proporzionalmente al numero delle persone ristrette nei penitenziari italiani ed è rappresentato dal costo del vitto, 3 euro e dal costo della sanità in carcere, 5 euro”. Rifacendo la moltiplicazione iniziale si risparmierebbero solo “64 milioni di euro l’anno, cifra decisamente ben diversa dal preventivato miliardo e duecento milioni di euro”.

Intanto al 31 agosto 2009 sono morti, secondo i puntuali dati di Ristretti orizzonti, 48 detenuti per suicidio per un totale di 126 morti. In 10 anni i morti sono stati 1.500 di cui 1/3 per suicidio.

Fra le norme del disegno di legge sulla sicurezza ce n’è una che ripristina il reato di oltraggio a pubblico ufficiale che era stato, a suo tempo, abolito. Significa altre denunce e altro carcere. E così se si finisce in carcere per avere, magari, oltraggiato un impiegato comunale, in galera è meglio andarci con una provvista di carta igienica. Perché in moltissime carceri italiane manca anche questa.

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