Carcere. Meno reati? Costruiamo più carceri e facciamo pubblicità
 Sul tetto del carcere sarà posto un grande cartellone pubblicitario visibile dalla vicina autostrada Milano-Laghi.
martedì 15 gennaio 2008, di Adriano Todaro - 1126 letture
Per rimodernare gli alloggi e la mensa degli agenti penitenziari del secondo carcere milanese, quello di Bollate, mancano i soldi. E allora ci si affida alla pubblicità. Una convenzione è stata stipulata fra il Provveditore per le carceri della Lombardia, Luigi Pagano, e l’Alitalia. Sul tetto del carcere sarà posto un grande cartellone pubblicitario visibile dalla vicina autostrada Milano-Laghi.
A ben guardare, questo episodio è sintomatico: l’Alitalia è un’azienda in fallimento che succhia soldi pubblici, il carcere lo stesso. Non tanto, ovviamente, quello di Bollate che è carcere modello e all’avanguardia, ma tutto il settore che riguarda le carceri. Finito l’effetto indulto, ricomincia la paralisi. Oggi nei 218 istituti di pena ci sono oltre 49.442 detenuti a fronte di 43.213 posti disponibili. Ogni mese entrano in carcere 1.000 persone. Se questo trend continuerà, fra poco, in primavera, i detenuti saranno più di 60 mila, come prima dell’indulto.
Le cause? Prima di tutto la recidività. E’ un sistema perverso: carcere-libertà-carcere. La percentuale media di chi ritorna a delinquere, e ritorna in carcere, è attorno al 70 per cento. Quando si esce se non si trova una situazione solidale, se non si trova il lavoro, un alloggio, se si è messi all’indice, malgrado si sia pagato il “debito con la giustizia”, si ritorna a delinquere. Gli stessi parlamentari che hanno votato favorevolmente per l’indulto (praticamente tutti), oggi sono contrari, sono pentiti, dichiarano che tutti i mali provengono dall’indulto. I mezzi di comunicazione di massa fanno la loro parte nel fomentare le paure dei cittadini, nell’indicare nell’indulto la causa di tutti i mali. In realtà non poteva andare meglio di come è andata. Quando si aprono le celle e sul territorio non c’è o non si è voluta creare nessuna rete di protezione, è ovvio che si torni a delinquere. Afferma il sottosegretario Luigi Manconi: “Senza l’indulto noi saremmo a una cifra stimabile di circa 80 mila detenuti. Ovvero uno stato di totale illegalità, una situazione invivibile per quanti lavorano dentro le carceri, un inferno per i detenuti e, quindi, una situazione ad alto rischio, al limite di un possibile collasso o esplosione”.
Poi c’è il problema degli stranieri. Fra il 1980 e il 1990, fra le persone in carcere, il 15 per cento erano stranieri. Oggi sono il 37 per cento, provenienti da 144 Paesi! Inutili le lamentele dei cittadini. Se non si farà in fretta a mettere mano alla vergognosa legge Bossi-Fini, le carceri saranno sempre più affollate di stranieri e, quindi, sempre meno vivibili.
Terzo punto i detenuti in attesa di giudizio. Su circa 50 mila detenuti, 29 mila e 137 persone sono in attesa di giudizio. Non sappiamo se resteranno in cella o saranno liberati. Intanto, però, contribuiscono al sovraffollamento. A tutto ciò è necessario aggiungere le emergenze vere o presunte (romeni, decreto sicurezza). Se è difficile mandare in carcere un potente, è facilissimo mandare in carcere persone senza potere, poveri, senza cultura.
Intanto i reati, nel nostro Paese, sono in calo. Negli ultimi sei mesi del 2007, i reati sono diminuiti di 145.043. Si è passati da 1.468.161 delitti, nel periodo gennaio-giugno, a 1.323.118 fra giugno-dicembre. Si uccide meno (nel 2006, 621 persone uccise; nel 2007, 593), ci sono meno reati legati agli stupefacenti, meno rapine (nel 2006, 50.270; nel 2007, 49.123. Negli ultimi sei mesi del 2007, 22.675 rapine), meno estorsioni, meno violenze sessuali (negli ultimi sei mesi del 2007, 2.057 a fronte delle 2.421 dei primi sei mesi dell’anno, meno scippi (nel secondo semestre 2006, 11.861; secondo semestre 2007, 10.439). L’unico settore che “tira” sono i furti negli appartamenti.
Eppure si progettano nuove carceri (sono dieci quelli in costruzione). E per cercare di dimostrare all’opinione pubblica di essere sensibili al problema, si scaricano le responsabilità della mancata costruzione da un ministero all’altro. E così Clemente Mastella dà la colpa ad Antonio Di Pietro e, quest’ultimo, la rimanda al destinatario. In realtà questo delle nuove carceri è solo fumo propagandistico. Prima di tutto perché per costruire un carcere ci vogliono in media 10 anni. E poi perché l’Italia è piena di carceri che non sono utilizzate. La trasmissione televisiva “Striscia la notizia” l’ha documentato in continuazione. Famoso è il caso del carcere di Gela (48 celle, tutte con i servizi igienici) che è stato progettato nel 1959, finanziato nel 1978, cantiere aperto nel 1982, ultimato mezzo secolo dopo e inaugurato dal ministro Mastella lo scorso 26 novembre.
Nel 2000, il governo aveva deciso di ristrutturare 214 carceri che abbisognavano di opere indispensabili per la vivibilità sia dei detenuti e sia degli agenti di polizia penitenziaria (negli ultimi 10 giorni dello scorso dicembre, ben quattro suicidi di agenti) e di chi nel carcere ci lavora. L’allora governo di centro-sinistra (Guardasigilli Oliviero Diliberto) aveva stimato un investimento di 400 milioni di euro e i tempi previsti per la realizzazione delle opere in 5 anni. Le ristrutturazioni dovevano riguardare, in particolare, le strutture igienico-sanitarie, tutte al di sotto degli standard europei: acqua calda nelle celle, toilette separate dalle cucine e dalle brande, celle per non fumatori, cucine per un massimo di 200 coperti ed altro.
Dopo sette anni, solo il 16 per cento delle celle sono a norma: 4.763 su 28.828 mentre 1.750 sono in via di ristrutturazione con casi come a Secondigliano dove nessuna delle 802 celle ha l’acqua calda e solo 11 hanno la doccia. In realtà mancano soprattutto i soldi. Forse verrà il tempo (Bollate docet) che le carceri per mantenersi dovranno fare pubblicità. Intanto le opere di ristrutturazione vanno al rilento e il segretario di uno dei sindacati autonomi degli agenti, il Sappe, dichiara: “Qui non c’è un soldo neanche per imbiancare le celle”.
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Carcere. Meno reati? Costruiamo più carceri e facciamo pubblicità
22 settembre 2008
A più di otto anni dall’ entrata in vigore del nuovo Regolamento di esecuzione dell’ Ordinamento Penitenziario (D.P.R. 230/2000) il Dipartimento dell’ Amministrazione Penitenziaria non è ancora in grado di garantire i diritti fondamentali sanciti.
Infatti, allo stato attuale, nella maggior parte degli Istituti penitenziari italiani non vengono rispettati gli standard previsti dalla normativa vigente sia per quel che riguarda il trattamento penitenziario sia per quello rieducativo.
Basti pensare che in quasi tutte le strutture penitenziarie italiane a fronte di una capienza massima prevista attualmente risultano ospitati più del doppio dei detenuti.
Tutto ciò vede costretti gli addetti ai lavori ad “ammassare” in esigui spazi, progettati al massimo per 1–2 persone, fino a tre detenuti.
Appare evidente che in simili condizioni venga a mancare proprio lo spazio vitale, a maggior ragione prioritario se si considera lo status degli utenti che vedono già limitata la propria libertà personale.
In tale contesto, per evidenti motivi di spazio (una stanza detentiva ha più o meno le dimensioni di 2 metri x 2metri ed è dotato di un unico servizio igienico), oltre a veder sacrificato lo spazio vitale del singolo, alla pari degli schiavi che venivano stipati nelle galere in tempi fortunatamente ormai lontani, i detenuti vengono fatti dormire su brande sistematiche verticalmente.
Si precisa che nel caso di celle in cui vi siano ubicate tre persone (come attualmente accade nella maggior parte dei casi per carenza di ulteriori posti disponibili) la terza branda si trova sistemata ad un’altezza di circa tre metri dal suolo.
Tutto ciò, oltre a creare evidenti disagi in coloro - magari non più giovani o affetti da particolari patologie - trovino gravoso arrampicarsi fino a queste altezze, crea anche grave pregiudizio per quel che riguarda l’integrità fisica dei ristretti in quanto sovente accade che qualcuno riporti lesioni di vario tipo dovute a cadute accidentali dalle brande.
A ciò si aggiunge, nella maggior parte dei penitenziari italiani, la completa mancanza della doccia in cella sebbene parecchi di questi siano stati progettati o realizzati in tempi relativamente recenti.
Come se ciò non bastasse, nonostante sia negato un legittimo diritto al detenuto, in alcune realtà non viene neppure concessa - per problematiche tecnico - strutturali - la fruizione della doccia giornaliera.
Infatti una capienza doppia rispetto a quella massima prevista mette a dura prova le risorse idriche di qualche Istituto (specialmente del sud) che è stato progettato e realizzato senza un allaccio alla rete idrica e fognaria locale.
Per questo motivo nella stagione estiva – oltre al danno anche la beffa – i detenuti si vedono anche razionare le risorse idriche e sovente devono sorbirsi i maleodoranti spurghi dell’ apparato fognario che non riesce a soddisfare le esigenze di un numero così cospicuo di persone.
Per tutta risposta l’ Amministrazione Penitenziaria si ostina a ristrutturare vecchi Istituti, alcuni dei quali addirittura risalenti agli inizi del secolo scorso (antichi conventi, castelli, manieri, ecc…), la cui sistemazione oltre che risultare estremamente esosa per il bilancio dello Stato ottiene come ultimo risultato la creazione di “nuove vecchie” strutture obsolete, per niente funzionali e spesso con standard di sicurezza sotto la media.
Basti pensare a quelle strutture che sorgono in pieno centro cittadino, senza possibilità di accesso con i mezzi né parcheggi per il personale dipendente e per i visitatori.
Edifici che si ergono a ridosso di abitazioni civili, con muri di cinta perimetrali troppo bassi e spesso sovrastati da altre strutture.
Senza contare le enormi problematiche gestionali incontrate da quanti – garanti dell’ordine e della sicurezza dell’ Istituto - operano nelle strutture interessate dai lavori di ristrutturazione posto che, durante tali lavori, nella migliore delle ipotesi il Dipartimento acconsente solamente ad un parziale trasferimento dei detenuti ivi ristretti.
Le problematiche sopra esposte, oltre ad apparire poco umane per quel che riguarda il trattamento dei detenuti, appaiono seriamente preoccupanti anche per quel che riguarda la gestione del pianeta carcere.
Infatti tale stato di cose crea continue situazioni di conflittualità, sia tra gli stessi detenuti, sia nei rapporti con il Personale preposto al controllo che, in condizioni di assoluta inferiorità numerica, deve arginare, gestire e porre rimedio a molteplici problematiche.
In particolare si sottolinea l’ insostenibile situazione relativa al sistema sanitario penitenziario che, entrato a partire dal 01 aprile c.a. sotto le dirette dipendenze del S.S.N., allo stato attuale vede ancora impiegato all’interno degli Istituti Penitenziari un numero troppo esiguo di Personale, sia medico che infermieristico, che – costretto ad operare in un contesto ove anche i più banali farmaci sono un genere raro e prezioso - a stento riesce a gestire una situazione a dir poco esplosiva.
Si rammentano infatti le molteplici problematiche legate all’ utenza del carcere che, spesso, giunge all’interno dell’ Istituto già con pregresse problematiche di carattere fisico, psichico il più delle volte legate a vicende di alcool/tossicodipendenza.
Si comprenderà come – in assenza di un costante e congruo presidio di Personale medico e paramedico specializzato – risulti estremamente problematica la gestione di tali soggetti da parte del Personale di Polizia Penitenziaria che, seppur adoperandosi sempre con la massima professionalità e volontà di collaborazione, non possiede la preparazione necessaria.
Preoccupante è anche la carenza di Educatori ed Assistenti sociali che operano all’interno degli Istituti che è fortemente percepita dai ristretti i quali sentono venir meno gli strumenti loro forniti dalla normativa vigente per cercare di far valere i loro legittimi diritti.
Ci si riferisce in particolare a quanti, soprattutto stranieri, non essendo in possesso di un adeguato grado di istruzione e/o di conoscenze tecnico-giuridiche vedono loro preclusa la possibilità – non essendo a conoscenza o in grado di presentare la relativa istanza - di venir ammessi, ad esempio, a misure alternative alla detenzione.
A riscontro di quanto sopra emblematico è il caso della Casa Circondariale di Lecce dove, proprio per questa situazione di forte disagio generalizzato, l’inasprimento dei rapporti tra popolazione detenuta e Personale di Polizia Penitenziaria è sfociato negli ultimi mesi in numerose aggressioni.
Si vuol concludere questo breve excursus sottolineando i grossi sprechi per l’erario pubblico derivanti dalle spese sostenute per il continuo spostamento di detenuti in tutta Italia per motivi di giustizia. Come mai non viene presa in considerazione la possibilità di estendere il sistema delle videoconferenze (già utilizzato per i detenuti inseriti nel circuito "41 bis” O.P.) anche x quelli “meno pericolosi”?
Quotidianamente si assiste ad un vero e proprio pellegrinaggio di detenuti (specialmente di quelli appartenenti al circuito penitenziario denominato “Alta Sicurezza”) che vengono tradotti da un Istituto all’altro per espletare le numerose incombenze giudiziarie alle quali sono sottosti. Sovente capita che questi soggetti affrontino un viaggio di centinaia di chilometri solamente per poi avvalersi nell’ Aula di Giustizia della “facoltà di non rispondere”.
Sembra superfluo sottolineare quanto sia dispendiosa per il Contribuente ogni singola traduzione, sia in termini materiali (gasolio, autostrada, usura del mezzo, diaria di missione al Personale impiegato, biglietti aerei, ecc…) sia per quel che riguarda l’aspetto legato alla sicurezza.
E come mai per cercare di risolvere il problema del sovraffollamento delle carceri non si pensa di creare nuove strutture, specialmente in quelle province ove - per oscuri motivi - la struttura esistente non è stata creata in posizione centrale bensì totalmente decentrata creando notevoli difficoltà ed inutili spese anche alle Forze dell’ordine che per accompagnarvi gli arrestati sono costretti a compiere veri e propri viaggi, il tutto sempre a carico dei cari Contribuenti.
Si prenda ad esempio la Casa Circondariale di Lecce (denominata “Nuovo complesso” proprio perché di recente costruzione - 1997). La struttura in questione è sorta all’estremo nord della provincia di Lecce (a soli 40 km dal limitrofo carcere di Brindisi), ma la provincia di Lecce si estende fino a Santa Maria di Leuca (la punta del tacco d’ Italia) distante circa 70 km!!!!
E chi paga le spese per coprire tale distanza ?
Quotidianamente si assiste ad un’inutile e vergognoso spreco di carburante, risorse umane ed usura dei mezzi di servizio per trasporto arrestati da una punta all’altra della provincia, notifiche sul territorio, comparizione di detenuti ad udienze presso Tribunali sparsi per tutta la provincia, accompagnamento di detenuti agli arresti domiciliari, ecc…
E dire che ci sarebbero già altre strutture (Case mandamentali) sparse per la provincia che potrebbero benissimo (e praticamente a costo zero) esser utilizzate - almeno come primo appoggio - per i detenuti neo arrestati ed in attesa di udienza di convalida dell’arresto o come case lavoro o sezioni attenuate per tossicodipendenti.
Ad esempio a Maglie, in posizione centrale e ben collegata con tutta la provincia, è già esistente una Casa Mandamentale che però attualmente è solo parzialmente utilizzata come Istituto per semiliberi.
Quindi il Dipartimento dell’ Amministrazione Penitenziaria – seppur avendo a disposizione Personale di Polizia Penitenziaria a sufficienza per supplire a tale compito- preferisce devolvere fior di quattrini all’ Amministrazione Comunale di Maglie per gestire per suo conto questa struttura nella quale sono impiegati dei custodi civili.
Invece a Galatina, anch’essa cittadina della provincia di Lecce, in posizione piuttosto centrale e ben collegata, è sito un vero e proprio Istituto penitenziario finora mai utilizzato.
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