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«Capricci Cremonesi»

Nella città - a ragione o a torto definita - «della musica» un gruppo di temerari suonatori di jazz e di musica «etnica» rispolvera la musica da ballo barocca. E le amministrazioni locali danno loro «corda»...

di T.M. - giovedì 30 marzo 2006 - 5557 letture

Il musicista Tarquinio Merula commise vari errori. Per primo, quello di nascere a Busseto dove tutti hanno orecchie solo per Giuseppe Verdi. In seguito, quello di crescere e lavorare a Cremona, città di Monteverdi. E, benché le sue opere fossero pubblicate dai migliori stampatori di Venezia e che avesse suonato a lungo a Varsavia (alla corte del re di Svezia) e poi a Bergamo, “rimpatriato” e fatto organista del duomo di Cremona, non appena chiese una retribuzione che riteneva appropriata al suo prestigio, si trovò sostituito da un collega... meno costoso. Già, dimenticavo. Siamo nel 1635. Non fosse per la corte del Re di Svezia e Polonia, poteva sembrare una storia di oggi. In questa antica storia di contratti a termine c’è un lieto fine: nel 1646 «a furor di popolo i fedeli invocarono la nomina di Merula come Maestro ed organista» del Duomo di Cremona. Così Merula visse fino alla fine del 1665 circondato dalla stima dei suoi concittadini. Poi morì. Ma morì proprio! Se non fosse per la “stravaganza” (o il buon palato) di qualche giovane organista di chiesa o di qualche temeraria orchestra d’archi, concerti, messe, sonate e canzoni di Merula avrebbero l’attenzione solo di chi spolvera per mestiere libri e carte d’archivio. Ma le sue canzoni eccellono per l’immediatezza melodica e un suo «capriccio» contiene la quintessenza della musica da ballo secentesca, nella straordinaria fantasia e nel virtuosismo delle sue variazioni.

Nella Cremona definita - a ragione o a torto: non è il momento di discuterlo - «città della musica», avviene una cosa al limite dell’incredibile. Preceduto persino da una conferenza stampa, presenti gli assessori alla cultura di Comune e Provincia in rappresentanza dei rispettivi Enti patrocinanti, nel Teatro Filo (4 aprile, ore 21) va in scena, per così dire, «Capricci Cremonesi - suite per piccola orchestra liberamente ispirata ai temi barocchi di Tarquinio Merula (1590-1665)». La propone l’Associazione Musicale Porta Marzia. Autore di questa “resurrezione” del Merula: Fabio Turchetti, che non sappiamo se definire cantautore o compositore. (La rivista World Music Magazine ha optato per il primo, presentando e pubblicando il suo disco «Da Los Arcos a Compostela. Diario di un pellegrino»).

Quando ci si mette il caso. Questa conferenza stampa era preceduta da un’altra: il Sindaco Gian Carlo Corada e l’assessore Gianfranco Berneri informavano sul fatto che la liuteria cremonese è stata proposta per essere inclusa nel Patrimonio Culturale Immateriale salvaguardato dall’UNESCO. La notizia avrà le prime pagine dei giornali di domani. E ci mancherebbe. Quelli che salvaguardano un altro patrimonio immateriale, quello senza “grandi eventi” e potenti associazioni di categoria, spesso non hanno famigliarità nemmeno con le pagine interne.

Sui «Capricci cremonesi» di Fabio Turchetti (per l’etichetta CPC - Consorzio Produttori Cremonesi) la critica musicale, se vorrà, dirà la sua. Qui si vuole dire soltanto che di un “grande evento” si tratta. Attorno ai temi barocchi - perle di un patrimonio “dismesso” - si raccolgono un contrabbassista jazz “di razza” (Enzo Frassi), uno straordinario chitarrista di flamenco (Aldo Pini) un virtuoso maestro di clarinetto (quando non si diverte alle percussioni, Alberto Venturini) e dei giovani musicisti “figli adottivi” di Cremona, grazie alla Facoltà di Musicologia, come Luca Congedo (che ritroviamo nel gruppo “pizzicato” dei Khaossia che aprirono la serata a Corigliano d’Otranto nella Notte della Taranta 2005), e altri “forestieri” come Pietro Triolo (cornamusa) e l’argentina Luciana Elizondo (viola da gamba). E Turchetti che abbandona la sua chitarra per un “organetto” indiano. La cosiddetta contaminazione non è un “progetto”. È il corso naturale della vita d’oggi.

In queste terre (solo in queste?) le «radici» (culturali, musicali) a volte sono ostaggio di nostalgiche rivisitazioni, a volte roccaforti di “conservazione della memoria” o repertori (per forza) di nicchia lontani dai ricercatori di audience. Turchetti ha tolto qualche immeritata ragnatela. «La scelta di Tarquinio Merula ... è anche il risultato di una naturale assonanza con quella musica da ballo di epoca barocca che è terreno d’incontro e di scambio tra la musica popolare e la tradizione colta.» Naturale assonanza pare anche la scelta (o l’adesione) di musicisti con esperienze nel jazz e nella musica cosiddetta etnica. Si aggiunge l’interesse delle amministrazioni locali e un minimo di investimento in denari (spiccioli, davvero, rispetto ai “grandi eventi”) ed eccoci qua. Oltre al concerto serale, un concerto al mattino per gli studenti (tra i quali quelli del corso musicale del Liceo delle Scienze Sociali “S. Anguissola”, non nuovo a progetti poco “morattiani”, visto che due anni fa aveva ospitato, nell’ambito del progetto dedicato alla canzone d’autore, il “forestiero di Siracusa” Carlo Muratori, proprio per sentirlo parlare (e cantare) di radici.

Cremona, città della musica. A volte.


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