Campi di croci

"Il mio Dio è il dio dei viandanti. Se si cammina con abbastanza energia, probabilmente non si ha bisogno di nessun altro Dio".
di Antonio Cavallaro - giovedì 18 novembre 2004 - 4103 letture

Superata la Cruz si tocca il punto più alto del Cammino, a 1517 metri dall’altezza in prossimità di un’antenna per le telecomunicazioni, da li in poi comincia una discesa vertiginosa. Ogni tanto mi giro a guardare ancora contento la traccia lasciata dalle mie orme sulla neve, dobbiamo scendere fino ai 540 metri di Ponferrada. Cerchiamo di camminare il più possibile sul ciglio della strada stando attenti alle auto, ma soprattutto alla folle corse in discesa dei pellegrini in bici. Quando le troviamo, prendiamo delle scorciatoie fra i monti che ci permettono di tagliare la strada stando attenti in questi casi a non scivolare sul ghiaccio. Dopo la cruz la nebbia è scomparsa e fin quando restiamo ad una quota elevata pare di stare sull’Olimpo, con le nubi ai nostri piedi e poi tutte attorno. Via via le nubi si diradano e lasciano spazio a manti verdi, dall’alto di questi passi di montagna si gode di un meraviglioso panorama sulle fertili terre del Bierzo, regione leonense, l’ultima prima della Galizia.

Sui fianchi di queste montagne piccoli paesi aspettano. Riego de Ambros sembra che sia fatta solo per attendere il freddo. Costruito in pendenza propende verso valle, le case tutte uguali sono basse e in pietra con i balconi sporgenti rivestiti in legno e coperti da una tettoia, le porte d’ingresso sono tutte costruite ad una altezza maggiore rispetto a livello della strada. Il municipio si trova in una casa posta all’ingresso del paese, sopra la porta di un’altro ingresso una insegna recita la scritta "scuola municipale", quattro bandiere adornano l’affacciata principale, sono quelle della Spagna, dell’Europa unita, della Castiglia e Leon e una che non conosco; davanti alla casa, costruita con lo stesso tipo di pietra, c’è una fontana con una vasca adesso vuota. Anche le strade sono lastricate di pietre e vengono attraversate solo dalle lussuose berline di facoltosi turisti che da dietro i finestrini si guardano attorno procedendo piano per la stretta via, per le strade ci sono solo i cani che si radunano davanti all’unico bar. Li dentro, mentre i pellegrini ne approfittano per una sosta, i cavalieri templari del rifugio di Manjarin cambiano le monete ricevute in offerta.

L’ultima parte della discesa ci regala una vista particolare di Ponferrada. Vista da qui, la presenza di molte gru non sono solo una ulteriore conferma della crescita economica spagnola, ma la fanno sembrare anche un campo di cemento sul quale fioriscono altissime croci di ferro. La città è preceduta da una periferia residenziale di ville con giardino e alti cancelli, palestre e supermercati su strade che salgono e scendono senza nessuna apparente logica tranne forse quella di indispettire i pellegrini. Siamo in quattro, con noi c’è quella anziana signora olandese che avevo conosciuto la mattina in cui lasciammo S. Juan de Ortega. L’ho ritrovata ieri in albergues e ricordando il nostro primo incontro non le ho fatto molte domande, non so come si chiami, oggi ci siamo incontrati davanti al rifugio di Manjarin, dove una pittoresca insegna indica i chilometri che la separano da alcune parti del mondo e la più importante segnava come 222 i chilometri mancanti da quella città che non voglio nominare. Mentre eravamo lì, i "giovanotti"del rifugio, più simili a musicisti rock che a cavalieri templari, indossando la loro tunica bianca con una croce rossa sul petto e stringendo al corpo una alabarda, hanno intonato un canto in onore del loro ospite, un curato dell’ordine di S.Lazzaro di Gerusalemme che tenendo la mano della sua bella moglie, conferisce loro una benedizione. E ora ci troviamo qui, a chiedere a casalinghe imbolsite ed eccessivamente truccate la giusta strada per l’albergue. E’ pazzesco come rispetto a stamattina sia cambiato lo scenario intorno noi, il clima, la temperatura, è come se avessimo compiuto un viaggio di 1000 chilometri.

Una volta trovato, l’albergue si presenta con una struttura più simile ad un scuola pubblica che ad un rifugio, con i suoi edifici tutti uguali e gli enormi cortili di cemento, all’interno non aule ma numerose piccole stanze con due letti a castello e quattro armadietti. All’ingresso il volontario che ci ha accolto e registrato, ha chiesto se avessimo bisogno di una qualche assistenza medica. Luigi e Alessandro che da due giorni avvertono intense fitte alle ginocchia, hanno deciso di lasciarsi visitare e ora qualcuno gli ha diagnosticato una tendinite. Questo qualcuno gli ha spiegato che ci sono due modi per risolvere la questione: o due giorni almeno di assoluto riposo, oppure bere entro domani mattina 5 litri d’acqua. Neanche a dirlo, ora si trascinano con un bottiglione d’acqua, simile ad una piccola damigiana con una maniglia di plastica attaccata al collo. Seduti, non fanno altro che bere fino a quando inevitabilmente, non devono rispondere alle frequenti chiamate della natura. Studiamo il percorso di domani, si accendono una sigaretta e prima di fare ogni cosa fanno la faccia di chi si ricorda di fare qualcosa, riempiono il bicchiere che non sanno dove tenere e bevono e bevono. Non sono soli, ce ne sono tantissimi che vanno in giro nei cortili e all’ingresso portandosi dietro il fardello. Per quanto stravagante sia c’è qualcosa di disturbante in questa immagine, la bottiglia che trascinano al fianco col braccio disteso mi fa venire in mente i sacchi dell’urina che si strascicano dietro quei malati a cui è stato applicato un catetere, solo che questa volta il contenuto fa il percorso inverso.

Al piano dove alloggiamo c’è una grande sala con divani, telefoni e scaffali pieni di riviste e libri. La sala è riscaldata da termosifoni, sopra alcuni sono attaccati degli stendini per la biancheria, ho appena fatto il bucato e ne approfitto per farlo asciugare più in fretta, mi preoccupo soprattutto di calze e mutande, avere sempre un cambio pulito è indispensabile. I pantaloni si possono mettere anche sporchi, le magliette si lavano nei giorni di pausa, i maglioni tornati a casa. I libri sugli scaffali riguardano tutti la religione: la bibbia, l’antico e il nuovo testamento, il vangelo. Altri che non conosco portavano nel titolo parole come "sacro", "Jesus", verità, Dio. Se mi guardo intorno sono veramente pochi quelli che non portano un qualcosa che non sottolinei la loro appartenenza ad un qualche ordine o congregazione religiosa, in giro si vede di tutto dai distintivi ai ciondoli perfino magliette. Oggi abbiamo rincontrato Mattias e Martin conosciuti all’inizio in una mattina piovosa di non so più quanti giorni fa; parlavano con un altro ragazzo Carlos, e Martin ricordava quanto fosse stato bello pregare con i templari di Manjarin nella atmosfera del rifugio.

Quando ho preso il discorso con Luigi mi ha detto: "Che te ne frega!", rispondendo alle mie confuse perplessità.
- Non importa! Non è importante! - dice. "Sapevi quello che stavi andando a fare, sapevi dove saresti andato a finire e comunque nessuno ti obbliga, ti costringe a fare qualcosa in questo senso! Nessuno si preoccupa se sei credente, ne pensano a giudicarti come invece fai tu. Che cos’è che ti può disturbare il fatto che qualcuno, se si mette a perdere tempo a rifletterci possa implicitamente prenderti per cattolico?" "Non è questo…" ho farfugliato almeno una dozzina di volte trascinando sempre più le parole. La verità è che mi sono sentito come tagliato fuori, è successo altre volte ed è successo oggi. Dove è finita l’esaltazione di ieri mentre scalavo l’Irago? A volte sento come se questa cosa non mi potesse appartenere, come se mi mancasse una parte così forte da offuscare anche la vista e la ragione. Ma questo non l’ho detto a Luigi. Qualcosa che non ho e che mi sono portato dietro al ristorante e per il resto della serata, spostando il mio senso di disturbo dagli acciaccati col bottiglione, venendo a letto con me fino a quando non ho ricordato una frase di Chatwin: "Il mio Dio è il dio dei viandanti. Se si cammina con abbastanza energia, probabilmente non si ha bisogno di nessun altro Dio". Ed è stato così che ho risolto, almeno per il momento.


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