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Caffè freddo

Una bevanda estiva d’altri tempi. Ricordando Salvatore Quasimodo a cinquanta anni dalla sua morte.
di Piero Buscemi - martedì 19 giugno 2018 - 1135 letture

Era come un rito di iniziazione, che si rinnovava tutte le estati. Si arrivava la mattina presto, quando ancora anche le onde del mare dormivano. Il traghetto notturno ci riconsegnava all’isola, dopo undici mesi di Brianza, in una nebbia nostalgica, che non era come decenni prima, così ci raccontavano i vicini di casa con i capelli bianchi, ma che ci faceva smarrire tra le strade statali sconosciute e la paura di finire nei fossi.

Non bastavano quei venti minuti di traversata per riportarci alle origini. Occorreva qualcosa di più familiare. Più vicino alle nostalgie bisognose di salmastro da inalare a pieni polmoni, sopra il ponte del traghetto, aspettando le luci della madonnina e quelle reminiscenze scolastiche, troppo lontane nel tempo e nel ricordo per riuscire a tradurre anche la scritta in latino di quel saluto classico peloritano.

Occorreva un richiamo gustativo, di quelli che nei mesi lombardi ci facevano sempre dire "questi hanno i soldi, ma certi sapori devono venirli a prendere a prestito da noi". Una consolazione che ci aiutava a superare un altro settembre del ritorno, con una pioggia di fine estate a chiazzarci il parabrezza, mentre pagavamo il pedaggio a Melegnano.

Il rito si completava giunti al porto di Messina, mentre il sole cominciava a spezzare la notte. Il primo bar di passaggio, aperto a un nuovo giorno, o forse mai chiuso. Caffè freddo? La domanda di rito. Il barista seguiva l’istinto di mosse ripetute a memoria milioni di volte. Bottiglione di vetro, apertura del tappo ermetico, bicchiere di circostanza. Poi uno sguardo verso di noi e la fatidica domanda: uno o mezzo?

Uno era la risposta più consueta. Una speranza per smaltire il sonno arretrato di dodici ore di viaggio. Ce ne vorrebbe un bagghiolu. Già un secchio bello colmo da sorseggiare durante gli ultimi chilometri fino alla fine del viaggio. Rimaneva soltanto una provocazione. Si rimontava in auto con il retrogusto dolceamaro del caffè freddo.

Negli anni il rito è rimasto, quasi come una scaramanzia alla quale credere per prudenza. Le domande dei baristi sono cambiate e, come capita in questi casi, tutto ciò che cambia, in culo al passato e a quelle illusorie tradizioni, lo fa sempre in peggio. Shakerato? Con panna? Con la granita? Domande che lasciano uno strano silenzio negli occhi di chi le ascolta. E’ inutile cercare di trasmettere a quell’assonnato barista che stiamo parlando di caffè freddo. Nient’altro. Semplice caffè, fatto alla mattina con la macchina dell’espresso. Una parte utilizzata per fare la granita, l’altra per riempire il bottiglione di vetro.

E pensare che si rideva, molte volte veramente per non piangere, quando nei bar della Brianza ingenuamente ordinavamo il "nostro" caffè freddo, come un pensiero nostalgico al quale aggrapparsi con l’arrivo della prima afa cittadina. Si rideva davanti alla sguardo inebetito del ragazzo dietro il banco, sospeso tra l’aver capito male la richiesta e l’esigenza di accontentare i clienti. Bizzarri, ma clienti. Guardavamo il barista armarsi di volontà e confezionare un caffè caldo. Porgerlo con gesti accademici, quasi da applausi e poi crollare da un piedistallo di successo, nel momento stesso che con la pinzetta d’ordinanza aggiungeva il cubetto di ghiaccio che avrebbe dovuto rendere "freddo" il caffè.

Abbiamo imparato a peggiorare questo smarrimento. Siamo bravi noi siciliani a raccogliere in giro la globalizzazione delle mode più strane. Importate dai turisti che ci vengono a visitare, o dai viaggi occasionali che noi stessi compiamo fuori stagione. Come se tutto quanto sia stato prodotto al di là dello Stretto, debba in ogni caso essere migliore. E’ la nostra natura di clienti da prostituzione etnica, ereditata dal nostro passato di terra da conquistare.

Difficile scardinare certe cattive abitudini che le guide turistiche spacciano per accoglienza. La memoria corta, pandemia diffusa in tutto il territorio nazionale, così radicata negli italiani da giustificare quell’unità rivendicata periodicamente, completa la nostra contraddizione. E’ così che dimentichiamo le parole di chi ha riversato a un’epica colata lavica la soluzione di tutti i problemi italiani. Dimentichiamo quella bocca impastata da un caffè eccessivamente allungato, che ci ha tacciato di servilismo parassita. A quella bocca abbiamo riconosciuto il diritto di parlare, prima ancora di chiederci un consenso elettorale.

Non facciamo più caso a quei vassoi di destino shakerato, montato con panna vegetale, serviti ai tavoli per i turisti che hanno cambiato le nostre tradizioni, oltre al nostro modo di pensare. Sarà per questo che accettiamo gli slogan che sono diventati i nostri, senza neanche lo sforzo di comprenderli.

Pensando a tutto questo, durante l’ultima traversata sullo Stretto, ho saltato le tentazioni dei bar incrociati sulla strada. Diretto a casa. Nel tentativo di ritrovare me stesso, più che delle tradizioni affogate dall’ipocrisia, ho cercato la penombra di un mattino che avrei riaddormentato in un leggero fruscio di oleandro. Ho aperto il frigo dove sapevo di trovare il contatto con la mia terra. Il bottiglione dominava la scena. Un rumore secco a stappare la via di un aroma inebriante. Mezzu cafè friddu, una risposta a una domanda allo specchio di voglia di serenità.

Non sufficiente, neanche questa volta, il carico emozionale di un momento. Un tocco di poesia pretendeva un ruolo da protagonista, durante quell’albeggiare procrastinato. Ho aperto un libro a caso, appoggiato in mezzo ad altri sul tavolo.

T’ho visto: eri tu,
 con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
 senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
 come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
 gli animali che ti videro per la prima volta.

I primi versi, letti a caso, il primo sorso di quel nettare raffreddato...


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