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“Caduta Libera” (Einaudi) – recensione


L’inferno delle guerre del Caucaso raccontato con un tono estremo e volutamente indifferente.
lunedì 18 ottobre 2010, di Emanuele G. - 175 letture

Nicolai Lilin è nato in Transnistria nel 1980. Un particolare di non poco conto. Nel proseguo degli anni combatte nel Caucaso. Cecchino in un gruppo di assalto. Altro tassello biografico di particolare importanza. Dopo decide di trasferirsi in Italia e iniziare la professione di scrittore.

“Caduta Libera” esce per i tipi della Einaudi. Si tratta di un libro autobiografico e storico allo stesso tempo. Autobiografico per via del fatto che Nicolai Lilin ha vissuto realmente i fatti che descrive. Storico perché sono eventi appartenenti alla complessa storia post-Unione Sovietica.

Tuttavia, Nicolai Lilin ha escogitato un “trucco” per rendere universale il suo romanzo. Ha omesso qualsiasi riferimento a persone e luoghi reali. Ha trasferito lo scenario in un non-luogo che potrebbe essere qualsiasi parte del mondo. Già la guerra, la violenza e le atrocità sono dappertutto.

In un certo senso “Caduta Libera” è un libro del verosomigliante. C’è la realtà. Nulla quaestio. Ma c’è anche un processo di astrazione. Non metafisica, attenzione. Sappiano che l’autore è partito dalla realtà. Una realtà passata a un processo di delocalizzazione e con alcun riferimento temporale.

Interessanti, poi, inserti mediati dalla letteratura russa e dalle norme comportamentali di un cecchino impegnato in una guerra dove l’uomo non esiste. Un uomo che vive una forma nuova di inferno. Uno stato della mente capace di azzerare le nozioni del bene e del male. Una vita semplicemente a perdere? Aspetto rintracciabile in un tono volutamente parossistico e quasi indifferente.

Parossismo e indifferenza per mostrare tutta la sua avversione – di Nicolai Lilin – contro la guerra? Ma siamo sicuri che ci sia solo questo?

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