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Chiesa e politica, quali rapporti?

I siciliani e la religione: storie e paradossi.

di Antonio Carollo - giovedì 20 dicembre 2007 - 2977 letture

La notizia è scarna: venerdì 21 dicembre, ore 11,30, Sala consiliare-Palazzo comunale di Trabia. S. Messa e scambio di auguri. Come dire. nel luogo per eccellenza della laicità, il Comune, si celebra l’atto più significativo del cattolicesimo. Che significa? I valori e i precetti morali della Chiesa hanno fatto breccia nella politica, compenetrano di sé l’agire dei politici?

Mi viene in mente un libro ormai dimenticato, ma richiamato da Leonardo Sciascia nel suo “Fatti diversi di storia letteraria e civile” e, recentemente, da Andrea Camilleri in un suo scritto sui siciliani. Si tratta di “Che cos’è questa Sicilia” di Sebastiano Aglianò (1945), ristampato dalla Sellerio nel 1996. Aglianò dice che dalla quantità di chiese esistenti nell’isola e dalle folle che le frequentano si potrebbe dedurre che nessun popolo è più cattolico di quello siciliano.

Ma in realtà le cose stanno diversamente. “La coreografia del cattolicesimo trova facile appiglio nell’immaginazione degli abitanti, tocca poco l’animo o non lo tocca assolutamente”. Del diffuso culto dei santi egli dice che anche questo è segno di esteriorità. “Forme di idolatria si mescolano bizarramente con i dettami di madre Chiesa”. Giuseppe Stocchi, già nel 1874, sul quotidiano “La Gazzetta d’Italia” aveva scritto: “La natura del siciliano è intrinsecamente non religiosa, ma superstiziosa”.

Gesualdo Bufalino in “La luce e il lutto”a proposito di certe manifestazioni esteriori della religiosità dei siciliani parla di una naturale disposizione al teatro, una fiducia nel mondo come rappresentazione e recitazione perpetua. Ultima citazione: in una lettera diretta al Presidente della Regione Siciliana Rocco Chinnici, in qualità di coordinatore di un circolo palermitano, esprime il suo forte dissenso dall’intento di inserire nel preambolo del nuovo statuto della Regione un riferimento alle radici cristiane della Sicilia perché “sarebbe discriminatorio sia nei confronti di coloro che appartengono ad altre religioni, sia nei confronti dei non credenti. Una carta Costituzionale deve mantenersi al di sopra e ad di fuori di qualsiasi settarismo”.

Personalmente non credo che la religiosità dei siciliani si distingua molto da quella dei residenti di altre regioni. Storicamente la Chiesa fin dal medioevo ha considerato la Sicilia come una terra legata alla sua protezione. Fenomeni di profonda religiosità hanno convissuto sempre con scetticismo e agnosticismo. Certo, i costumi della popolazione sono fortemente influenzate dalle istituzioni e dalla predicazione cattoliche. Il popolino per secoli si è segnalato per varie forme di fanatismo religioso relativo al culto per un patrono o altro santo, salvo poi a dedicarsi, per l’estrema miseria, ad attività ed espedienti di infimo degrado morale e umano. Le classi più elevate in genere si sono mantenute su un certo livello di osservanza religiosa, in molti casi, però, soltanto di facciata e di convenienza. L’ipocrisia di una religiosità ostentata, con venature di ironiche e caute contestazioni, si è diffusa nella borghesia sotto l’influsso. peraltro piuttosto debole, delle correnti di pensiero della modernità scaturite dalla rivoluzione francese.

In generale, nonostante le rivoluzioni palermitane indipendentistiche del 1820 e del 1848, le lotte dei fasci siciliani e la rivolta dei contadini contro il latifondo, può dirsi che il credo e la cultura religiosa in Sicilia abbiano conservato una netta egemonia rispetto al liberalismo e al marxismo e al socialismo. In tutto ciò ha giocato l’eredità di una storia fatta di dominazioni e di asservimento, di precarietà, insicurezze e prepotenze, di clientele e di protezioni. Ancora oggi in Sicilia la vita delle comunità paesane e cittadine è scandita dalle feste ed dagli eventi religiosi; ma il radicamento del sentimento religioso non ha impedito l’estendersi di fenomeni come la mafia che è agli antipodi degli insegnamenti della religione cattolica. Amore per il prossimo, pietà, tolleranza, rispetto della vita sono concetti sconosciuti nell’universo mafioso, nel quale l’unico dio venerato è il proprio interesse a tutti i costi e con tutti i mezzi.

Nel secondo dopoguerra, col predominio politico della Democrazia Cristiana, percepita in gran parte come braccio laico della gerarchia ecclesiastica, dopo l’incompatibilità vissuta fin dalla breccia di Porta Pia, il potere politico e quello religioso ritornarono a parlarsi ed a coesistere in stretta comunanza di intenti. Per la verità bisogna dire che generalmente partito e Chiesa mantennero nei loro rapporti un certo stile improntato alla naturale separazione dei rispettivi ruoli. Nella maggioranza e all’opposizione prosperavano importanti forze liberali, comuniste e socialiste. che in qualche modo e in varia misura condizionavano l’incontro tra religione e politica. Vigeva una certa rigida distinzione: da una parte i clericali, dall’altra gli anticlericali o comunque le forze ostili alla confusione del ministero religioso con la politica.

La disfatta del socialismo reale e la scomparsa del partito dei cattolici ha rotto definitivamente questo equilibrio. Paradossalmente il venir meno della compagine politica, che s’ispirava direttamente alla sua dottrina sociale, ha rafforzato l’influenza della Chiesa. Essa ormai penetra con la forza dei suoi valori e dei suoi principi morali nell’intero arco delle forze politiche. I cattolici non hanno più un loro partito, ma sono presenti in tutti.

Se, ad esempio, la Chiesa dice no alla legalizzazione delle coppie di fatto è più facile che tale precetto venga rispettato oggi, anziché ieri. Così credo che sulla messa celebrata nell’aula consiliare del palazzo comunale di Trabia nessuno avrà da ridire. Siamo più religiosi?


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