In Brasile i vertici militari hanno favorito la creazione di imprese minerarie e l’apertura di grandi progetti economici a capitale straniero. Questi progetti rappresentano gravissime catastrofi naturali
I Guaraní-Kaiowá sono i discendenti degli indigeni del Brasile che, nel 1600, rifiutarono di entrare nelle missioni dei gesuiti. Essi mantengono tutt’oggi una loro peculiare identità e come gli altri gruppi Guaraní, attribuiscono grande importanza alla terra, fonte di vita e dono del “grande padre” Ñandè Ru.
La globalizzazione sta rompendo l’equilibrio dell’uomo con la Terra Madre degli indigeni.
In Brasile i vertici militari hanno favorito la creazione di imprese minerarie e l’apertura di grandi progetti economici a capitale straniero. Questi progetti rappresentano gravissime catastrofi naturali e rompono l’equilibrio che da sempre gli indigeni hanno instaurato con la natura.
Nella regione del Mato Grosso do Sul, da alcuni anni i Guaraní-Kaiowá si ribellano ai bianchi e rioccupano le loro terre sfidando i fazendeiros e i loro sicari assoldati per punire ed uccidere, oltre ai pistoleros ingaggiati dai latifondisti per sedare le ribellioni delle popolazioni autoctone.
A partire dagli anni venti, infatti, alcuni fazendeiros avevano ottenuto i primi titoli sulle terre occupate dagli indigeni. Durante gli anni cinquanta e sessanta avveniva la definitiva appropriazione da parte loro delle terre indigene. Da quel momento i fazendeiros cominciavano ad attuare il loro dominio su quelle terre ponendo gli indigeni in condizione di subalternità tramite l’instaurazione di relazioni di dipendenza come la cessione delle donne indigene ai padroni allo scopo di divenire loro domestiche e spesso anche destinate a subire abusi sessuali col benestare dei loro uomini. Allo stesso tempo il senso di inferiorità veniva inculcato anche ai bambini indigeni i quali venivano educati all’interno delle fazendas alla cultura dei bianchi. Era in questo modo che gli indigeni venivano privati della loro identità.
Gli indigeni non potevano, dunque, più accedere alle risorse su cui si basava tradizionalmente la loro sussistenza. Non potevano più pescare né cacciare perché le terre erano di ‘proprietà’ dei bianchi. Tutto ciò ebbe come risultato l’aumento dei conflitti.
Lo sfruttamento delle risorse determina, attualmente, il trasferimento di masse di indigeni nelle città, confinandoli nelle riserve. Spesso queste riserve non sono altro che veri e propri campi di concentramento, luoghi di sfruttamento e miseria.
Nella regione del Mato Grosso do Sul sono stati trasferiti 40.000 Guaraní in un’area piccolissima, di appena 20.000 ettari, per fare spazio alle monoculture di soia .
Come reazione a questi tragici eventi molti indigeni si abbandonano all’alcool e i più giovani vivono in condizioni di totale smarrimento. Le risorse di caccia e pesca delle riserve sono troppo esigue per sostenere i Kaiowa. I bambini soffrono di malnutrizione e gli adulti per sopravvivere sono costretti al lavoro nelle piantagioni adiacenti le riserve.
Negli ultimi vent’anni oltre cinquecento Kaiowa si sono suicidati, fra essi molti ragazzi (tra loro Luciane Ortiz di soli nove anni!). Il termine che, molto di frequente, viene utilizzato per indicare tali episodi è ‘autogenocidio’. Sembra evidente che in questo caso il suicidio sia sintomo di un disagio di localizzazione. Gli indigeni si suicidano perchè vengono loro sottratte le terre.
Le violenze e i soprusi inflitti agli indios dell’America Meridionale equivalgono a etnocidi praticati tramite lunghe serie di minacce, torture e omicidi perpetrati a danno dei leaders indigeni ma anche della popolazione. Tali etnocidi vedono sempre la partecipazione di politici, giudici, stampa e polizia. I crimini restano quasi sempre impuniti