Il 19 luglio 1992 Paolo Borsellino fu ucciso. La mafia utilizzò un’auto bomba. Via D’Amelio fu devastata. Girodivite ricorda.
Ricordiamo Paolo Borsellino, magistrato ucciso il 19 luglio 1992 a via D’Amelio, a Palermo, sotto la casa della madre. Il brano che segue è una rievocazione del giornalista Alexander Stille.
"La storia del potere mafioso a Palermo si potrebbe raccontare attraverso l’edilizia: isolato per isolato, edificio per edificio; una fisionomia inequivocabile che si esprime tanto nelle costruzioni dozzinali e nell’infernale congestione della città «nuova» quanto nel totale degrado del centro storico. I mutamenti imposti alla città furono così radicali che quasi nessuno ne è stato immune. Le famiglie Falcone e Borsellino non costituiscono eccezione.
Nati rispettivamente nel 1939 e nel 1940, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vissero quel periodo di trasformazione a pochi isolati di distanza l’uno dall’altro, nel vecchio e alquanto malridotto quartiere della Kalsa, nei pressi del porto. La zona era stata per secoli una delle più eleganti della città. Nel diciottesimo secolo Goethe aveva ammirato le splendide prospettive geometriche create dall’incrociarsi dei viali che i nobili percorrevano in carrozza durante il «passeggio» per vedere e farsi vedere. I Falcone abitavano in via Castrofilippo, nella casa dove aveva vissuto un prozio che era stato sindaco della città; i Borsellino nella vicina via della Vetriera, a due passi dalla farmacia di famiglia. I due ragazzi giocavano a calcio insieme in piazza Magione. Il quartiere era decaduto parecchio dai tempi di Goethe, ma conservava ancora parte dell’antica eleganza e ospitava una sana mescolanza di professionisti e operai, aristocratici e pescatori, imprenditori e mendicanti.
Nel 1956 la casa dei Borsellino venne dichiarata pericolante e la famiglia fu costretta al trasloco. La farmacia (retta all’epoca dalla madre di Paolo, oggi dalla sorella Rita e dal marito) sopravvisse, mentre intorno tutto andava in rovina. Gruppi di senzatetto occuparono abusivamente l’edificio abbandonato e, costretti a vivere senza energia elettrica e senza riscaldamento [sic!], finirono per appiccarvi un incendio che lo distrusse parzialmente. La casa dei Falcone, invece, fu destinata alla demolizione per far posto a una nuova strada. Invano i componenti della famiglia si presentarono negli uffici delle varie autorità cittadine con fotografie che mostravano i soffitti dell’edificio affrescati, nella speranza di farne riconoscere il valore storico e artistico.
La costruzione venne abbattuta nel 1959, ma la strada che avrebbe dovuto passare al suo posto non fu mai costruita, a testimonianza della cieca e stolta pianificazione urbanistica dell’epoca. Alle due famiglie non restò altra scelta che migrare negli anonimi quartieri dormitorio dove un tempo erano stati i sobborghi periferici della città. [ Alexander Stille, Nella terra degli infedeli, Mondadori, 1995, pp. 21-22]