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Bobby Fisher against the world

Regia di Liz Garbus. Con Bobby Fisher, Boris Vasil’evic Spasskij. Documentario. (Usa, GB, Islanda 2012, 90 min.)
di Orazio Leotta - mercoledì 25 gennaio 2012 - 3464 letture

Se non il più grande di tutti i tempi, Robert James Fisher (Bobby), senza dubbio è stato il più geniale degli scacchisti. Il cinema si era già indirettamente occupato di lui con “Searching for Bobby Fisher”, meglio noto al grande pubblico col titolo di “Sotto Scacco”, film del 1993 in cui un ragazzino di sette anni, Joshua, che ha uno spiccato talento per gli scacchi, viene mandato a lezioni private da un Grande Maestro, il quale ravvisa nell’enfant prodige, analogie tattiche simili a quelle dell’ex campione del mondo Bobby Fisher.

Sul grande schermo adesso è la volta del documentario “Bobby Fisher against the world”, regia di Liz Garbus, ove oltre all’indiscusso genio, vincitore del titolo di campione del mondo 40 anni fa in un pomeriggio di fine estate a Reykjavik (unico americano di nascita ad esserci riuscito), viene rappresentato l’aspetto umano, la dimensione interiore, la fragilità, le contraddizioni attraverso le testimonianze di chi l’ha conosciuto personalmente e le immagini di repertorio che ne ripercorrono la sua esistenza a partire da un’ infanzia difficile addolcita solo dai successi cogli scacchi, divenuti metafora di ribellione a una vita infelice.

Genio per forza, campione per necessità, per non pensare, ad esempio, ad un padre mai conosciuto. Ben presto infatti prese atto, che il suo padre naturale non era Gerhardt Fisher, il fisico tedesco, compagno della madre, Regina Wender, ebrea polacca, bensì il fisico ebreo-ungherese Paul Nemenyi, che la madre aveva conosciuto negli Usa nel 1942. Conferme successive si ebbero anche dall’FBI, che per altri motivi (spionaggio-primi barlumi di guerra fredda) era molto interessata alle vicende del fisico ungherese, oltre che di Regina - che si era laureata a Mosca - ritenute spie al servizio del KGB.

Bobby non aveva ancora quindici anni, quando nel 1958 vinse il torneo da cui doveva venir fuori il rappresentante degli Usa, che l’anno successivo avrebbe partecipato al Torneo dei Candidati, da cui doveva venir fuori lo sfidante dell’allora campione del mondo Botvinik. Non arrivò alle semifinali, battuto da Tal - che poi diventerà il nuovo campione del mondo - ma il suo nome era già noto in tutto il mondo per la sua giovane età mista ad eccentricità e genio.

Ci riuscirà solo nel 1971 a ottenere il diritto di potere sfidare l’allora campione del mondo, dopo anni di tornei e lotte “burocratiche” intese a rendere più trasparenti sorteggi e modalità di svolgimento delle gare, fino ad allora monopolio degli scacchisti del blocco sovietico. Fisher contro Spasskij 1972 Quello che la stampa di tutto il mondo battezzò “L’incontro del Secolo” tra lo sfidante Fisher e il campione del mondo, il sovietico Spasskij, si svolse tra Luglio e Settembre del 1972 nella capitale islandese.

Alla fine, dopo molto materiale consegnato ai cronisti internazionali al seguito, per le sue reiterate intenzioni di volersene tornare a casa, Fisher si laureò campione del mondo per 12,5 a 8,5, spronato pare, con continue telefonate, da Kissinger in persona, che vedeva nel match qualcosa che andava oltre la semplice partita di scacchi. Si rifiutò poi di difendere il titolo contro Kasparov nel 1975, in quanto la FIDE non approvò alcune sue richieste di modifiche regolamentari, specie a proposito delle partite “patte”.

La sua vena istrionica lo caratterizzerà per il resto della sua vita unita ad un crescente antisemitismo (rinnegando di avere origini ebree) ed antiamericanismo (nonostante il divieto, ad esempio, volle giocare la sua rivincita con Spaskij nell’ex Jugoslavia, in territorio sottoposto ad embargo ONU – fu per questo poi per futili motivi arrestato all’aeroporto di Tokio). Ironia della sorte, Fisher che era nato a Chicago il 9 Marzo 1943, morirà proprio a Reykiavik nel gennaio del 2008, proprio nella città che aveva “ratificato” la leggenda delle sua gesta sportive e non.

Garbus, la regista di questo documentario, già autrice di apprezzati lavori sull’11 Settembre e su Marylin Monroe, ha magistralmente improntato la sua opera sulla metafora che la scacchiera può offrire, intesa come scenario tattico intriso di mosse, apparentemente prive di significato, ma che si riveleranno lungimiranti e utili più avanti, nel corso della gara, così come avviene nella politica, fenomeno altamente strategico, ove la mossa più insignificante ha sempre una motivazione anche se ignota ai più.


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