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Blog, nuove voci nella Rete

Non è solo uno strumento, non è solo il suo autore Appunti per una definizione di blog. Le peculiarità di un sistema complesso che sfugge alle classificazioni, va oltre le tecnologie da cui ha origine e sovverte le basi della competizione tra i contenuti online
di Redazione - martedì 27 maggio 2003 - 5311 letture

Il Weblog è uno strumento semplice e intuitivo. Per aprirne uno basta andare sul sito di una delle piattaforme che forniscono gratuitamente il servizio e registrarsi (in alcuni casi è sufficiente fornire solo un nickname e un indirizzo di posta elettronica). Nel giro di qualche secondo la password viene recapitata via e-mail e si può cominciare. Attraverso la password il sistema vi riconosce, vi fa alcune domande semplici (che nome volete dare al Weblog? Volete abilitare i commenti dei lettori?) e vi mostra alcuni esempi di layout grafico tra cui potete scegliere quello che più vi piace. Nel giro di due minuti avrete disponibile online il vostro Weblog, pronto per l’uso. A quel punto potrete pubblicare testi, link e immagini senza alcun problema. La stessa pagina Web che vi trovate di fronte dopo esservi fatti riconoscere con la password vi consentirà di scrivere i testi (in maniera molto simile a qualsiasi word processor), vi aiuterà a fare i collegamenti ad altre pagine Web, vi farà scegliere le immagini da pubblicare e così via.

Competenze necessarie: essere in grado di aprire un browser (Internet Explorer, Netscape, Opera o qualsiasi altro) e avere un minimo di familiarità con l’elaborazione dei testi su un computer. Prima dei Weblog non era mai stato così facile pubblicare contenuti sulla Rete. Tuttavia, se è facile spiegare come aprire e utilizzare un Weblog, non è altrettanto semplice definirne l’impatto, tracciando con poche frasi una descrizione delle logiche che un simile accesso alla pubblicazione e alla condivisione delle idee ha in qualche modo imposto di fatto. Né è facile spiegare come una tecnologia così semplice possa cambiare radicalmente le abitudini e le relazioni di rete, persino modificando una visione culturale complessiva, legata ai modi di raccontare il mondo.

Lo strumento, i contenuti, l’autore

Una spiegazione del Weblog non si esaurisce con la descrizione dello strumento e delle sue caratteristiche. Potremmo dire che il Weblog è il nipotino dei Cms (Content Management System) e che alla fine è una pagina Web con i contenuti divisi in post (banalmente: articoli o annotazioni), presentati in ordine cronologico inverso (il più recente in alto, i precedenti in basso). Potremmo aggiungere che una sua peculiarità è rappresentata da un aggiornamento quotidiano o quasi, oppure potremmo sottolineare la presenza dei permalink (link permanenti) che identificano ogni singolo post. Infine, potremmo centrare l’attenzione sulla possibilità di far interagire i lettori, attraverso i commenti. Non basterebbe. Anche tralasciando di ricordare che uno dei più famosi Weblog italiani (Wittgenstein di Luca Sofri [http://www.wittgenstein.it/]) in base a questa descrizione non sarebbe un Weblog (non ha commenti né permalink), i limiti di un simile approccio sono chiarissimi.

Non è sufficiente, infatti, parlare di possibilità di commentare e interagire per fornire una visione delle dinamiche sociali e cognitive che si stanno imponendo come nuovi standard. Inoltre, descrivere lo strumento non ci fornisce alcuna informazione sui contenuti, sulle relazioni e sul contesto culturale. Per questa ragione, alcuni hanno tentato di arrivare a una definizione di Weblog partendo dai contenuti. Nell’area linguistica italiana ci hanno provato un po’ tutti, paragonando di volta in volta i Weblog a una cosa nota , dal diario personale al giornalismo. Non è un mistero che la teoria proceda per analogie (la terra è un magnete; la terra è una pompa), tuttavia l’innovazione è sempre difficile da categorizzare e di fatto anche questa prospettiva di analisi non esaurisce l’argomento. Innanzitutto i contenuti di un Weblog, che pure rispondono sempre a un unico criterio di organizzazione, sono difficilmente omogenei per stile, scelta di argomento e tono. L’unità di contenuto valida per una simile analisi è il singolo post, non l’intero Weblog. Anche nei Weblog più caratterizzati (per esempio, quelli dedicati al commento della realtà sociale o politica) l’autore è libero di fare un post raccontando il suo stato d’animo o recensendo un disco. Così come l’autore di un blog che di norma racconta i suoi stati d’animo è libero di commentare una situazione politica o di teorizzare sull’economia. E non si tratta di una libertà teorica: anzi, è una libertà pienamente esercitata.

I limiti delle etichette

Forse, per ampiezza di etichetta, il paragone con il giornalismo è quello che regge di più a un esame superficiale. Tutti i post di tutti i blog sono tecnicamente informazione, anche quando la loro natura è intima o colloquiale. Ogni post può persino essere classificato con criteri redazionali (elzeviro, fogliettone, resoconto, commento), ma nella realtà si tratta di una similitudine poco funzionale e, in fin dei conti, persino inutile. Anche perché, ancora una volta, si terrebbe fuori dall’analisi ogni informazione relativa al contesto culturale, cognitivo e di relazione che distingue i blog dagli organi di informazione (e da molto altro). In ogni caso, anche se accettiamo di guardare solo ai contenuti, non possiamo fermarci alla facile analogia: siamo all’applicazione pratica e feconda di quei generi confusi che alcuni studiosi illuminati (Clifford Geertz su tutti [http://www.internetnews.it/www.sss.ias.edu/geertz.html]) avevano osservato e teorizzato nell’ambito scientifico alcuni anni fa, in tempi non sospetti. Il fenomeno Weblog è sufficientemente ampio e originale da suggerire che le analogie non bastino. Qualcosa sta succedendo al modo in cui pensiamo di pensare.

Tra l’altro, questa furia classificatrice ha prodotto per contrapposizione una nuova forma di interpretazione dei Weblog, basata proprio sulla libertà dell’autore di inventarsi (o rispecchiarsi) in ciò che scrive, al di fuori di ogni regola (se non quelle del vivere civile) e senza nessuna etichetta. In questa logica il blog finisce per coincidere con il suo autore e la teoria produce affermazioni tipo «il blog è mio e me lo gestisco io» oppure definizioni come «un blog è un blog è un blog». A differenza degli altri modelli interpretativi (che non sono esaustivi, ma sono comunque interessanti) questo ha un vizio di fondo: si basa sull’affermazione programmatica di scrivere per se stessi che, sebbene implichi una visione romantica e affascinante, è concettualmente impossibile e anche abbastanza datata. Già nel secolo scorso si osservava che solo la partecipazione immaginativa (e critica) del lettore completa il messaggio di un testo. Sull’argomento si sono espressi i massimi pensatori da Wittgenstein (il filosofo, non il blog) a Roland Barthes («l’unità di un testo non sta nella sua origine ma nella sua destinazione»), tanto che possiamo dare la questione per assodata. In fondo un blog è innanzitutto scrittura e quindi non sfugge a nessuna regola della comunicazione scritta, nemmeno alla necessità di avere un lettore per realizzarsi come processo comunicativo.

Ma anche questa osservazione, se vogliamo, è superflua. Il Weblog, oltre a essere un testo (o insieme di testi) è parte di un ipertesto collettivo perché per sua natura è in relazione con molti altri Weblog e questa continua relazione condiziona il comportamento del lettore. Il processo di lettura è infatti una caratteristica essenziale per comprendere i Weblog. A parte estemporanee eccezioni (di cui non si ha notizia, ma che si può ammettere per calcolo probabilistico) nessuno legge un solo Weblog. Qualsiasi lettore che si imbatta in un blog (anche per caso) si troverà di fronte una pagina che tende a mandarlo su altre pagine attraverso il puntamento temporaneo ai contenuti (link a post di altri blog) o attraverso il puntamento stabile ad altri Weblog che l’autore segnala come degni di nota (blogrolling). L’osservazione del processo di lettura, quindi, ci fa subito pensare al Weblog (con la maiuscola) come a un sistema di contenuti in cui il singolo Weblog (con la minuscola) è semplicemente un nodo .

Economia dell’attenzione

Se accettiamo l’idea del Weblog come sistema, possiamo provare a descriverne il funzionamento. I Weblog, abbiamo detto, sono testo e pertanto si completano solo attraverso la lettura, l’attenzione del lettore. L’attenzione è sempre stata, in Rete come su tutti gli altri media, il bene scarso per eccellenza. La carenza di attenzione ha determinato e determina il 90% dei problemi dell’editoria, sia che si parli di editoria digitale sia che si parli di editoria tradizionale o televisiva. Anche i grandi fallimenti della Rete si devono alla carenza di attenzione. Prendiamo, per esempio, la possibilità di pubblicare racconti inediti. La pubblicazione sulla Rete ha un costo prossimo allo zero (addirittura pari a zero se consideriamo solo il costo che deve sopportare l’autore). Si va su uno degli innumerevoli siti che pubblicano inediti, si fa l’upload del file con il racconto e il gioco è fatto. Ma le probabilità che qualcuno legga il racconto sono prossime allo zero. E, per una perversione dell’effetto-Rete, più aumentano i racconti pubblicati più questa probabilità si riduce. Sullo spostamento di attenzione si giocano, ovunque, le grandi battaglie.

In situazioni competitive (quelle in cui interviene il mercato) ci sono molti strumenti che servono a spostare flussi da un canale all’altro o da un giornale all’altro. Mai, però, questi strumenti sono strettamente legati alla qualità dei contenuti. Si tratta piuttosto di operazioni di marketing più o meno sofisticate (i libri con i quotidiani, i Cd con i settimanali, operazioni medianiche come la creazione di eventi). Oppure si sfruttano le posizioni dominanti (come, nel caso dei libri, usare la forza della distribuzione o del brand per dare visibilità a un volume, piuttosto che ad altri, sugli scaffali delle librerie). Nel mondo a cui siamo abituati, la percentuale di attenzione che viene incrementata da una fonte che dice cose interessanti è sempre e solo una piccola frazione, originata dal famoso tam tam dei lettori/telespettatori. Un’eccezione, più che la regola.

La ricchezza del sistema Weblog

Il sistema Weblog, invece, è un sistema ricco. Per la sua stessa natura, il blog è un atto di generosità: essendo un nodo in un sistema di lettura, sposta l’attenzione (e il lettore) su altri blog invece di cercare di trattenerlo sulle sue pagine. Se un blogger legge un post interessante in un altro blog, lo cita linkando la fonte e indirizzando il visitatore verso nuovi lidi. Questa scelta, che in un sistema competitivo sarebbe un suicidio, nel sistema Weblog è prassi. In questo modo ci guadagnano tutti: l’autore del post perché riceve nuova attenzione, l’autore della citazione perché ha fornito un input qualitativo al suo lettore e il lettore stesso, perché vede incrementate le probabilità di incontrare contenuti interessanti. Grazie a questa logica, con i Weblog si verifica una situazione esattamente contraria a quella dei racconti inediti: ogni nuovo Weblog porta in dote al sistema un valore di attenzione almeno pari a quella che i suoi testi richiedono. È un circolo virtuoso, in cui lo spostamento di attenzione è funzionale e non lesivo di interesse. Anche chi ha una posizione dominante (ma è un controsenso parlare di posizioni dominanti) partecipa a questo processo di spostamento di attenzione, perché una posizione difensiva (oltre a essere miope) sarebbe inutile.

Prendiamo come esempio ancora una volta il blog di Luca Sofri: si può leggere anche sul sito di un quotidiano (Il Foglio), quindi teoricamente parte da una buona riserva di attenzione, che si rigenera ogni giorno attraverso fonti diverse dal sistema Weblog. Eppure Sofri nel suo blog smista esclusivamente attenzione verso altri. Il risultato è sorprendente: l’attenzione che riceve di ritorno dal sistema Weblog è pari o superiore a quella che riceve dai lettori del quotidiano. Ovviamente in un modello simile, a differenza dei modelli competitivi regolati dal mercato, il contenuto interessante ha buone probabilità di ricevere attenzione, anche quando proviene dall’estrema periferia della blogosfera. È un dato di fatto: ogni Weblog nel giro di poche settimane trova i suoi lettori che, seguendo i loro interessi, lo raggiungono. Ma, come nel caso delle posizioni dominanti, anche parlare di periferia è poco corretto. La blogosfera non ha centri, ma milioni di relazioni la cui geometria cambia ogni giorno. In base a ciò che scriviamo, con il Weblog abbiamo la possibilità di crearci una reputazione presso i nostri lettori, che ci ascolteranno e terranno magari in grande considerazione le nostre opinioni. Tuttavia, se la nostra reputazione è solida quando affrontiamo determinati argomenti, non sarà necessariamente equivalente quando scriviamo di altro.

Reputazioni e affinità

Il meccanismo con cui si creano le reputazioni è simile a quello che Michael H. Goldhaber [http://www.well.com/user/mgoldh] chiama Star System: esistono alcuni blog che sono punti di riferimento in determinati ambienti, divenendo ciò che Goldhaber chiama Star, mentre sono semplicemente fan in altri ambienti. E per le stesse regole di funzionamento del sistema non ci sono barriere o blocchi di nessun tipo, né privilegi o sconti. Solo la capacità di interessare i lettori determina la nostra posizione in un ambiente o in altro, in base all’attenzione che riscuote ciò che scriviamo. Questo è possibile perché il Weblog ha portato alcune innovazioni che hanno fatto superare l’imprecisione comunicativa delle mailing list, di Usenet e dei forum. Con i Weblog, alle enormi potenzialità di relazione già implicite nella Rete si sono aggiunte la facilità di accesso, la capacità di memoria e la capacità di ricerca tipiche del Web (che gli altri sistemi in qualche modo emulavano soltanto). Ma l’innovazione principale è stata quella di raccogliere i contenuti per persona, fornendo uno strumento di identificazione fortissimo per gli individui. Questo facilita la relazione sia tra soggetti che si conoscono sia con soggetti che iniziano da zero un nuovo contatto.

Come racconta Paolo Valdemarin [http://paolo.evectors.it/] è molto più facile conoscere a fondo un blogger che si legge tutti i giorni piuttosto che un collega di lavoro. Le relazioni sono salde, poiché la profondità di rapporto che si raggiunge attraverso ciò che si scrive (e si legge) è decisamente superiore a quella raggiungibile in molti casi (non in tutti, è chiaro) con rapporti personali fuori dalla Rete. Sono diversi i tempi e i modi di relazione. Nel blog mettiamo tutti noi stessi e ci esprimiamo con la giusta meditazione che la scrittura consente (e che l’espressione orale nega).

Nel blog approfondiamo, limiamo, sviluppiamo il nostro pensiero in un modo che, senza questa traccia cronologica non ci sarebbe possibile. E attraverso questa nostra storia intellettuale affidata alla Rete le persone ci conoscono e interagiscono con noi. Soprattutto, attraverso i Weblog ci si sceglie e si viene scelti per criteri di affinità e di interessi comuni. Evidentemente, rendendo pubblico il nostro percorso intellettuale veniamo sempre giudicati, praticamente ogni volta che qualcuno ci legge. Il più delle volte questo giudizio è persino pubblico (attraverso la possibilità di commentare i post) e questo contribuisce a rafforzare. Il senso di appartenenza a una comunità intellettuale, in cui la regola è il confronto. Come dice Peter Kaminsky [http://www.istori.com/log/archives/00000189.html]: «A blog is a social network application that represents the basic social building block: one person». Senza un blog, aggiunge, sei solo un lurker (uno spione) nella Rete.


Questo contributo di Giuseppe Granieri è stato pubblicato nel dossier dedicato ai blog dalla rivista mensile Internet News, ottobre 2003: http://www.internetnews.it/interna.asp?ln=0&sez=49&info=579

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