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Black sea files


L’oleodotto BTC copre distanze enormi e regioni culturalmente diverse. Ursula Biemann in una video opera cerca di riunire in molte storie distinte, dei piccoli ma precisi barlumi della vasta complessità del fenomeno. Nostra intervista

Autore: Roberta Bertoldi

Data di pubblicazione: 31.10.2008

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lunedì 3 novembre 2008, di Emanuele G. - 289 letture

Ursula Biemann è artista, teorica e curatrice. Temi chiave del suo lavoro sono la migrazione, la mobilità, la tecnologia e il genere. Le video-installazioni di Ursula Biemann sono state selezionate da numerosi festival d’arte internazionali tra cui la Biennale Internazionale di Istanbul, la Biennale di Ginevra, Zona B alla Tapies Foundation di Barcellona, LACE di Los Angeles, l’Artist Space di New York. L’opera Black sea files è esposta fino al 16 novembre al Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, nell’ambito della mostra “Eurasia . Dissolvenze geografiche dell’arte”.

In Black sea files lei esplora il tracciato dell’oleodotto che collega Baku al Mar Mediterraneo, passando attraverso l’Azerbaijan, la Georgia e la Turchia. Perché ha deciso di seguire questo percorso per parlare dei paesaggi sociali, umani e culturali?

Come suggerisce il titolo stesso, la mia idea iniziale per questo progetto video era di concentrarmi sul Mar Nero in quanto spazio concettuale di collegamento, a lungo rimasto sconosciuto alla coscienza europea. Quando ho incominciato le mie ricerche tutto puntava al Caucaso come la parte più potente e interessante in questa mappa di connettività. Il progetto era quello di costruire un corridoio di comunicazione multi-modale che comprendesse oleodotti, strade, ferrovie e cavi in fibra ottica, una vera mega-superstrada della seta. Tutto ciò accadeva nel momento in cui la definizione della regione cambiava da quella di una periferia post-sovietica politicamente dissestata ed impoverita, che ospitava milioni di profughi, ad uno spazio in cui l’energia e il capitale scorrevano ad una velocità ragguardevole anche secondo gli standard globali. Io ho notato che l’immagine che le multinazionali danno del progetto dell’oleodotto gigante raramente offrono un’idea delle complesse relazioni locali e dei soggetti coinvolti. L’oleodotto è un progetto geo-strategico di considerevole impatto politico, non solo per i potenti attori presenti nella regione ma anche per un gran numero di realtà locali: agricoltori, operai del settore petrolifero, migranti e prostitute, per i quali verrà ad essere trasformato il significato del loro spazio vitale. Questi sono i soggetti che popolano il mio video, mutando il corridoio dell’oleodotto in una complessa geografia umana. La geopolitica è per lo più rappresentata con una visione dall’alto, io invece propongo una visuale dal basso per queste grandi trasformazioni, connettendo micro-politiche e macro-politiche attraverso l’utilizzo di materiale che presenta gente filmata nel Caucaso, come pure offrendo qualche riflessione teorica sul significato dell’oleodotto. Black Sea Files mostra l’Off-Broadway della geopolitica.

Come è riuscita a coinvolgere la gente del posto nella sua ricerca artistica e sociale? Qual è stata la loro reazione?

Durante i miei viaggi sul campo in Azerbaijan, Armenia e Georgia ho parlato con un gran numero di agricoltori, attivisti, operai delle compagnie petrolifere, traduttori, camionisti e architetti. In Azerbaijan la gente non era molto loquace perché il governo non tollera alcuna critica su questo progetto che coinvolge lo Stato. Sarebbe impensabile mostrare Black Sea Files pubblicamente in questo Paese. Un anno dopo la mia prima visita sono ritornata a Baku per tenere un workshop di due settimane per gli studenti di Architettura dell’Università Tecnica, dove insieme abbiamo fatto un video sui differenti modelli di edilizia residenziale a Baku, dalla prima edilizia convenzionata per i lavoratori petroliferi, ai blocchi socialisti, agli slum dei rifugiati e ai palazzi dei nuovi ricchi, che beneficiano dei soldi freschi che arrivano dal petrolio.

In Georgia sono più espliciti, le loro mobilitazioni sono riuscite a fare modificare al consorzio petrolifero il tracciato dell’oleodotto e a preservare aree d’importanza archeologica ed ecologica. Dato che la mia intenzione non era quella di fare un video militante, la gente era interessata a come io mi approcciavo in quanto artista a questo soggetto politico. Il video è stato proiettato l’estate scorsa alla Biennale di Gumri in Armenia, dove è stato accolto con grande interesse.

La modificazione dello spazio geografico causata dall’oleodotto ha generato un insieme di storie. Perché ha scelto un video come modo di raccontarle? Questa scelta ha per lei un significato o una dimensione artistica particolare?

In qualità di video-artista era una sfida affrontare il progetto dell’oleodotto. Fino ad ora ho lavorato in altri posti in cui si manifestano i processi di globalizzazione, zone di libero commercio e terre di confine. Questo progetto infrastrutturale è una speciale forma di transnazionalismo, sviluppandosi attraverso tre Paesi e creando un proprio spazio legislativo. Copre distanze enormi e regioni culturalmente diverse, che ne avvertono gli effetti molto diversamente. Riunire in brevi file molte storie distinte era un modo per dire che noi possiamo solo avere dei piccoli ma precisi barlumi della vasta complessità del fenomeno. Era anche un modo per chiarire il mio metodo di ricerca, organizzando le mie informazioni in file, come avrebbe fatto un agente segreto. Nell’insieme, il processo di realizzazione del video assomigliava ad una missione sotto copertura, ed io mi collocavo come l’artista "embedded”.

Il video comprende file da Istanbul ed Ankara, posti del potere decisionale in cui ebbero luogo eventi che si riferivano ai nuovi flussi di petrolio e denaro. Questo modo di lavorare è caratteristico di un approccio al video making che offre un’interpretazione, affiancando eventi differenti, lontani da un punto di vista geopolitico ma concettualmente collegati, creando una piattaforma teorica per riflettere sui flussi delle risorse e dei capitali connessi ai movimenti delle persone. In quest’ottica di video “a tesi” l’interesse primario non sta nel rappresentare la realtà ma piuttosto nell’organizzarne la complessità.

A un certo punto nel suo video lei si domanda che significato hanno le immagini raccolte, come diventano un simbolo della situazione nel suo complesso, che tipo di conoscenza generano. Ha trovato delle risposte portando a conclusione il suo lavoro? Può dircele?

Queste sono domande teoriche per cui non ci sono risposte concrete. Il fatto è che le immagini ufficiali diffuse dai soggetti coinvolti rappresentano la realizzazione del progetto come una impresa avventurosa e una sfida di tecnologie avanzate. Nel loro immaginario, l’oleodotto collega il petrolio del Caspio col sistema marittimo mondiale della circolazione del petrolio, e qualsiasi cosa vi si interponga è semplicemente un ostacolo. Farsi domande su che significato abbia creare immagini in condizioni di pericolo mentre si mostra un raid militare che esegue uno sfratto di massa di cittadini curdi ad Ankara, traccia nuove connessioni. L’oleodotto ha fatto un’enorme deviazione attorno all’area curda della Turchia orientale per evitare sabotaggi. Non sorprende che le questioni irrisolte riemergano intorno a progetti statali a grande intensità di capitale, dove gli atti simbolici possono aver luogo in posti periferici. Questo manda segnali attraverso i media. Il progetto del mio intero video è quello di offrire una visione alternativa rispetto a queste versioni ufficiali.

Nel suo lavoro spesso si occupa di tematiche relative a questioni di genere in diversi contesti geografici. Come si è sviluppato questo approccio in Black Sea Files?

Il video può essere considerato una geografia femminista, nel senso che guarda ad uno spazio in un modo relazionale, esaminando relazioni di lavoro, solidarietà culturali e relazioni di genere. Lo spazio non è concepito come un’entità assoluta ma come una ragnatela di relazioni che ne costituiscono il significato. In alcuni video precedenti mi sono occupata della migrazione delle donne nell’industria globale del sesso, o della tratta delle donne nelle enclave spagnole del Marocco. In Black Sea Files includo una intervista che ho realizzato con delle prostitute russe nella cittadina di Trabzon, al confine tra Turchia e Georgia. Le rotte del traffico di donne seguono il percorso del petrolio verso l’Occidente. L’intervista ha avuto luogo in una stanza di hotel, alla presenza dei loro due protettori. La loro inibizione a parlare e le traduzioni in parte manipolate portano alla luce il meccanismo di repressione e disinformazione dell’intera situazione.

Quali sono i suoi prossimi progetti? Tornerà nel Caucaso?

Da allora ho prodotto l’impegnativa ricerca video Sahara Chronicle, sul transito dei clandestini attraverso il Maghreb, basata su viaggi sul campo in Niger, Mauritania, Marocco e Libia. E il mese scorso ho finito un nuovo video “a tesi” intitolato X-Mission, sul concetto di campo come forma di extra territorialità, sull’esempio del caso palestinese. Continuerò la mia ricerca nel Medio Oriente e stavolta aggiungerò un nuovo capitolo su spazi eccezionali dedicandomi alle QIZ, le Zone industriali qualificate in Giordania ed Egitto. Per l’immediato non prevedo di ritornare nel Caucaso.

VIDEO-CLIP

Osservatorio sul Caucaso

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