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Berlusconi non ha inventato nulla

Se gli italiani conoscessero meglio la propria storia capirebbero che Berlusconi ha sapientemente utilizzato il relativismo morale da sempre in auge nella politica del nostro paese.
di Emanuele G. - martedì 13 dicembre 2011 - 3516 letture

L’errore fondamentale del c.d. “antiberlusconismo” è stato quello di aver parlato di Berlusconi come un caso a sé stante nella storia della politica italiana. Un’azione decisamente perniciosa in quanto ha impedito a noi tutti italiani di interrogarci con coscienza e profondità sui nostri mali endemici. Abbiamo preferito buttare la croce su Berlusconi e lavarci le mani in bella tranquillità. Orbene così ci siamo deresponsabilizzati e in questo abbiamo aiutato Berlusconi che ha potuto impunemente approfittare della situazione regalandoci un ventennio al dir poco catastrofico per le sorti del nostro paese.

Berlusconi non è stato un prodotto eccezione alla regola. Cioè non è stato creato così dal nulla. Come quasi fosse un incidente della storia. Un intreccio di casuali connessioni astrali. Trattasi di un errato quanto tragico abbaglio. Lui – semmai – è il risultato di pregresse criticità etiche presenti nella politica italiana dai tempi dell’unità dell’Italia. Ha avuto – questo sì – la capacità di giocarci sopra e costruire un formidabile strumento di pura amoralità in grado di distruggere la coesione etica e morale dell’Italia.

Porto a sostegno delle mia tesi tre fatti storici inoppugnabili. Molti inorridiscono allorquando si fa riferimento ai suoi costumi morali per lo meno deboli. Nulla quaestio su tale argomento. Berlusconi ha trasformato la Repubblica Italiana in uno sfavillante panorama di belle signorine disposte a tutto. Tuttavia, se si leggesse con miglior profitto la storia italiana ci accorgeremmo che già nel passato succedevano tali accadimenti. Mi riferisco alla Contessa Castiglione che Cavour aveva inviato in quel di Parigi ad allietare le lunghe giornate dell’Imperatore Napoleone III. Come possiamo definirla se non una “escort” ante litteram? Un altro caso che la storia ci offre a mo’ di esempio. Vi ricordate il delitto di Wilma Montesi nel 1953? La povera ragazza romana era capitata per caso in un giro di ragazze dai facili costumi e di droga che faceva perno sul figlio dell’allora Ministro degli Esteri Piccione. Addirittura! Lo scandalo fu così eclatante che il Ministro dovette rassegnare le dimissioni abdicando alla corsa per succedere a De Gasperi che sarebbe morto un anno dopo. Allora il connubio fra belle ragazze e la politica è da addebitare al lungo regno berlusconiano?

Certamente no…

Berlusconi ha intrapreso la sua carriera politica all’insegna del personalismo più spinto. Lui si è creduto l’unto dal Signore. Anzi in certi frangenti persino il Signore stesso. D’accordo il personaggio non manca certo di autostima. Almeno. Però il suo personalismo narcisista affonda le proprie radici in un campione dell’Italia post-fascista. Ossia quell’Enrico Mattei che rappresentò per vent’anni – anche lui – la più importante personalità italiana emersa dopo il conflitto. Anche lui mica era uno che stimava le liturgie democratiche e si considerava un primus inter pares. Per carità. Lui grazie all’immenso potere di Presidente dell’Eni ha regnato sull’Italia con pugno di ferro comandando su tutto e tutti. Lui della democrazia non aveva una considerazione positiva. Ripeteva con malcelato orgoglio che: “Per me i partiti sono come taxi. Salgo, pago la corsa e scendo.” Infatti, tutto l’arco costituzionale di allora beneficiò della sua munificenza. L’Eni di Mattei era uno Stato dentro lo Stato che difficilmente la politica riusciva a normalizzare.

Mattei il padre putativo di Berlusconi?

Tesi affascinante, ma veritiera. Tutti qui terrorizzati da P3, P4 e altre P in ordine sparso. Ma allora questa democrazia italiana che cos’è? Una proprietà privata dei circoli di bocce inaugurati da Berlusconi per far riposare la sua truppa? Forse i creduloni possono credere nelle favole, ma Berlusconi ha ereditato un fare politica che è più il risultato di azioni ufficiose che alla luce del sole. Insomma, la politica si fa con maggiore guadagno nella penombra che alla luce del sole come imporrebbe una vera democrazia. Berlusconi ha ereditato l’innato desiderio degli italiani di creare consenso mediante la creazione di strutture illegali posizionate all’interno delle strutture ufficiale dello Stato. Questo non ci ricorda i c.d. “comitati di galantuomini” di Giustino Fortunato?

Ossia quando un gruppo di persone che hanno rilevanza sociale usano il loro potere per assecondare interessi privati. Cosa dire allora della c.d. “maggioranza silenziosa” che andava così di moda nella Milano degli anni sessanta e settanta. Che cos’era la “maggioranza silenziosa”. Era un gruppo di persone – liberi professionisti, dirigenti pubblici, persone in vista, militari e altro ancora – che si organizzavano affinché si potessero sistemare i loro pasticcetti burocratici al fine di ottenerne un significativo riscontro in termini di potere e di guadagno. Mi sembra che le varie P e qualcosa non abbiano inventato nulla di nuovo. Già Berlusconi non ha inventato nulla di nuovo. Ha saputo – è vero – costruire un sistema di potere nuovo andando a pescare nella storia torbida della politica italiana degli ultimi due secoli. L’innovazione di Berlusconi è stata duplice. Il sistema concepito si reggeva su un’effettiva amoralità. Una perfetta assenza di qualsiasi valutazione etica e morale dei pensieri e delle azioni. Inoltre, ha usato le comunicazione a guisa di una “gioiosa macchina da guerra” – questa si… - per addormentare l’italiano medio per meglio occuparsi delle sue cose.

Non sarebbe meglio – a questo punto – passare dal berlusconismo/antibersusconismo all’aberlusconismo?

Cioè concepire la nostra sequela storica senza preoccuparci a ogni piè sospinto del Cavaliere? La storia del nostro paese, e la sua etica, ne guadagnerebbero molto. Liberandoci di una zavorra che sta opprimendo il nostro presente e il nostro futuro.


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