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Baci e abbracci

di Sergej - venerdì 9 ottobre 2020 - 494 letture

Non, non era affatto “bello” “quando prima ci si abbracciava” in continuazione appena ci si vedeva e ci si incontrava per strada. Era tutto uno sbaciucchiamento, smack smack. All’improvviso, sul finire del Millennio precedente e con l’inizio del nuovo Millennio, le persone quando si incontravano usavano questa cosa strana - che non era mai stata vista prima, non con tale diffusione. Si sa, nel Meridione si è più “affabili” e “comunicativi”. L’adulto si sente in dovere di avvicinare il pargolo e accarezzarlo, riempirlo di complimenti, baciarlo; non così nel “freddo” Nord dove i rapporti umani sono sempre stati più “distanti”. In parallelo con il degrado economico del Paese, con i processi di meridionalizzazione dell’Italia nelle regioni del Centro e del Nord colpite dall’immigrazione e dalle nuove occupazioni territoriali di ndrangheta e mafie varie - l’epidemia del bacio e dell’abbraccio ha colpito anche queste regioni un tempo restie.

Vivevamo in un Paese che ampiamente s’era sbragato nella decadenza infelice - altro che “normalità”. L’Italia nel “prima” non era affatto un Paese “normale”. Il Covid-19 non ha fatto altro che esplodere quella anormalità esistente: le aule delle scuole insufficienti; gli ospedali pubblici degradati; le strade e i ponti in caduta libera; gli autobus e le metropolitane al di sotto di qualsiasi standard civile; servizi da Terzomondo; una qualità del lavoro che era ed è solo controllo su una massa di schiavi di cui non importa la produttività reale, né la qualità di vita - ma solo che rimanesse buona, ovattata nel restringimento progressivo: come quel prigioniero nella stanza buia a cui progressivamente si diminuisce la quantità di cibo e di calorie, in modo che si accasci e si lasci morire d’inedia.

(Si dice di un famoso asino di Francofonte - ma il nome del paesello varia da luogo a luogo - con il padrone che si vantava con il compare: “Il mio asino è un portento, gli basta un pugno d’avena e lavora per due giorni di seguito”. Qualche tempo dopo, nuovo vanto: “Il mio asino, ora l’ho abituato a mangiare un pugno d’avena e lavora per una settimana intera”. Finché il compare incontra il proprietario dell’asino e chiede notizie dell’asino, e quello si compiange: “Proprio ora che l’avevo abituato a mangiare una volta al mese, il mio povero asino è morto...”).

Dopo il bacio (propagandato) di Andreotti, sembrava che tutti si dovessero baciare. Quasi per segno d’affetto nei confronti di quel grande statista, o di emulazione - rapporti tra i ceti sociali basati sul reciproco riconoscimento, l’alleanza ristabilita ad ogni incontro che tutela la mia propria esistenza nel momento in cui io ammetto la tua e nessuno osi rompere le scatole (parallelamente c’è stato un involgarimento del linguaggio partito dalle televisioni berlusconiane e poi cazzo divenuto intercalare normale a tutti i livelli). Insomma, un patto tra gentiluomini mafiosi.

Chissà che questo covid-19 non ci spinga a ristabilire le distanze, a smetterla con quella promiscua complicità in cui tutti si era gatti grigi, tutti collusi, tutti nella stessa ipocrisia condivisa. Magari un po’ più adulti e meno bambineschi, più consci dei processi reali e meno incantati dalle barzellette dei comici.


In margine a:

Mascherine, Immuni, media e abbracci di Alessandro Gilioli

Ieri, all’ingresso dell’aeroporto di Fiumicino, i poliziotti privati incaricati di controllare che i passeggeri entrassero con le mascherine non avevano le mascherine. O meglio, le avevano abbassate sotto il mento, che è come non averle.

Non è una denuncia da caccia alle streghe: è il nostro contraddittorio vivere quotidiano, in questi angustiati tempi. È il confronto tra gride manzoniane - mascherine obbligatorie ovunque, multe fino a tremila euro! - e prassi molto più complesse, difficili, strette tra ideologismi del cazzo (la mascherina come privazione della nostra libertà, delirano i QAnon e gli Sgarbi vari) e, all’estremo opposto, pulsioni questurine che rischiano di trasformarci in poliziotti di strada come al tempo dei runner.

Non è più utile, adesso, entrare nella disputa mascherina sì o no.

L’esperienza di quasi nove mesi ha messo fine almeno a questa discussione. Le malattie di Johnson, Bolsonaro e Trump hanno ulteriormente aiutato a capire chi aveva ragione, sulle mascherine. Resta semmai un po’ di incazzatura verso quei medici di chiara fama - o capi della Protezione civile - che ancora a marzo-aprile ne negavano o sottostimavano l’utilità sia sociale sia individuale. Amen.

Ora abbiamo capito che più le si usa meglio è per tutti, non solo perché si rischia meno il virus ma anche perché si rischia meno il lockdown, con annessi devastanti danni sociali, psicologici, affettivi ed economici.

Mi auguro che questo almeno sia chiaro, definitivo, non più oggetto di disputa, appunto.

Quindi ciò che è utile capire ora è semmai come andare rapidamente verso un modello di universalizzazione dell’uso (corretto) delle mascherine - e della app Immuni.

Perché, banalmente, se tutti tutti tutti usassimo sempre le une e scaricassimo l’altra, avremmo ottime possibilità di non passare il Natale da soli in casa, di non veder fallire la nostra attività, di non finire in Cassa integrazione, di non ritrovarci di nuovo i bar chiusi, con i ragazzini a casa a litigare con Zoom e così via.

A me sembra che, in termini di efficace comunicazione, si sia fatto e si stia facendo davvero poco. Si sono preferite le minacce di multe mostruose e di nuove puntate di caccia al runner.

È incredibile come nell’era della comunicazione questa sia stata usata pochissimo, a livello istituzionale, per indirizzare il senso comune nella direzione giusta.

È incredibile come ancora nel 2020 si pensi che la minaccia di una multa pesante abbia efficacia maggiore della comunicazione ben fatta e diffusa, degli spot, delle campagne sui social, della divulgazione, dei testimonial, delle maratone televisive, e così via.

Immuni, per esempio, è stata lanciata e subito dopo abbandonata, comunicativamente. Abbandonata anche alla stupidità virale di chi, non avendo neppure una vaga idea del suo funzionamento, vi vede un’intrusione dello Stato nella sua privacy, spesso dopo aver ceduto tutta la sua privacy in cambio di un videogiochino gratis sul cellulare.

Su Immuni ci sarebbero dovute essere mille campagne e mille trasmissioni, di Immuni avremmo dovuto vedere in tivù i volti degli sviluppatori che ne spiegavano garanzie ed efficacia, su Immuni si sarebbero dovuti schierare pubblicamente politici di ogni parte e testimonial di ogni tipo che ne elencavano i vantaggi per tutti, per Immuni magari avremmo dovuto fare perfino campagne di stimolo legate a quel tipo di lotterie che adesso vengono proposte per i pagamenti digitali.

Invece, nulla, o pochissimo.

Con il paradosso finale: siccome Immuni è stata scaricata solo da sei milioni di persone, chi l’avversa festeggia strillando "avete visto, non funziona?", e vagli a spiegare che non funziona proprio perché non è stata abbastanza scaricata, non perché non funziona in sé.

Anche sulle mascherine si sono viste più minacce che campagne, stimoli, testimonial, divulgazioni, spiegazioni. Abbiamo visto le urla di De Luca, ora si minaccia l’esercito e si brandiscono le mega multe. Preferirei vedere cinque puntate in prima serata con Alberto Angela che ci spiega il perché e il per come, per esempio. O una clip di Mahmoud. O uno spot di nonno Libero.

Ma non lo dico per sciocco ribellismo antiautoritario: lo dico proprio per efficacia. Perché ne va dei prossimi otto-nove mesi - e anche molto dopo, come conseguenze economiche e sociali.

Non so: secondo voi siamo ancora in tempo, a cambiarla, questa cosa?

Siamo in tempo a capire che la comunicazione è più efficace delle gride manzoniane?

Siamo in tempo a cambiare il senso comune che vede mascherine, gel e app come "privazioni della libertà", mentre sono l’unico modo certo per riconquistarla, la nostra libertà di vivere, abbracciarci, amare, commerciare, viaggiare e tutto il resto?

( e voi ve lo ricordate, vero quanto era bello abbracciarsi, sì?).

di Alessandro Gilioli, articolo pubblicato su Piovono rane.


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regalo abbracci


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