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Avremo mai una visione strategica del futuro del paese?

Sentiremo mai dire che il fulcro della crescita economica siano il sapere, la conoscenza delle novità del mondo, la ricerca scientifica e umanistica, la competenza professionale...
di Gaetano Sgalambro - venerdì 25 dicembre 2020 - 670 letture

... il paese è cresciuto in mezzo a troppa politica verbale. Questa si consuma tutta in accesi e interminabili dibattiti sui tanti errori compiuti dai governi degli altri; nel dissertare spropositatamente, alla luce dei più alti valori costituzionali, su ogni minimo particolare delle problematiche quotidiane, laddove ne trascura l’incidenza di merito, sia pure minima, sul risultato complessivo dell’obiettivo da raggiungere; ...

Così scrivevo su fb il 24 dicembre 2018, in una mia ideale rubrica:

«Messa a fuoco controcorrente n°7 di n,n, …infiniti: Avremo mai una visione strategica del futuro del paese?»

E’ un dato oggettivo, imprescindibile per chi voglia intraprendere almeno una semplice prospezione politica di sistema, che storicamente (da diversi decenni) il nostro paese industriale abbia imboccato un percorso di decrescita economica, in proporzione a quello (di crescita) dei paesi del centro e nord Europa. Attualizzandolo, questo significa che oggi la maggior parte del nostro apparato produttivo, fatto di piccole e medie imprese con produzioni mediamente di basso livello tecnologico, sia alla mercé della concorrenza dei paesi orientali che hanno un costo di produzione parecchio più basso.

Ha anche un settore minore validamente competitivo, il quale, essendo stagnante il mercato interno, vive essenzialmente di esportazioni: come dire in ragione della crescita economica dei paesi con produzioni di livello tecnologico mediamente molto più avanzate.

Inoltre, bisogna considerare che tutto il sistema produttivo opera entro un apparato statale farraginoso e poco efficiente, il quale offre un pool di servizi pubblici scadenti e ad elevato costo (pare che incida per 10% sul costo di produzione). Ed infine, che lo Stato ha un alto tasso di evasione fiscale e che è inchiodato nell’immutabilità dalla mancanza di risorse economiche (oltre che progettuali) per ristrutturarsi. Risorse tutte (presenti e future) inghiottite dal mostruoso debito pubblico (il terzo del mondo). Tutto questo si traduce socialmente in un elevato tasso di disoccupazione, di povertà e di diseguaglianza economica; politicamente in un’assoluta mancanza di veri progetti per il buon futuro della collettività, entro il quale ognuno possa trarne il legittimo vantaggio.

Ciò è dovuto al fatto che il paese è cresciuto in mezzo a troppa politica verbale. Questa si consuma tutta in accesi e interminabili dibattiti sui tanti errori compiuti dai governi degli altri; nel dissertare spropositatamente, alla luce dei più alti valori costituzionali, su ogni minimo particolare delle problematiche quotidiane, laddove ne trascura l’incidenza di merito, sia pure minima, sul risultato complessivo dell’obiettivo da raggiungere; nel ripetere incessantemente e passivamente il mantra: "occorra investire sulla produzione", se si vuole fare crescere l’economia e l’occupazione –vero uovo di colombo-, o "bastai uscire dall’euro" (per alcuni)!

Di contro, a prova inconfutabile dell’incapacità di sapere vedere e progettare il futuro del paese, la politica non ha mai presentato un organico e sistematico progetto per arrestare la brutta china e per intraprendere l’uscita dalla crisi, sia pure nel medio-lungo periodo. Pertanto, per spiegare lo stato di crescita economica raggiunto dal paese dopo la guerra, si può con una certa ragionevolezza supporre che sia stato il risultato dell’impegno di ciascuno dei suoi cittadini nel sapere risolvere (imbrogliando e sbrogliando) i propri problemi esistenziali e che nel loro insieme abbiano costituito la dimensione corale di una risposta di sistema. Poi, quando per crescere ulteriormente hanno avuto bisogno che il sistema-paese fornisse loro indirizzi di piano e supporti concreti questa crescita si è stoppata.

A questo punto il paese s’è trovato imbottigliato, a mo’ di un popoloso condominio, in un groviglio di contrastanti interessi di bottega e di categoria, non più esaudibili per totale mancanza di risorse economiche; privo di una visione d’insieme dell’interesse della collettività verso cui puntare per potere uscire fuori dalla crisi. E’ paradigmatico che ancora oggi siamo costretti a sentire i rappresentanti della categoria degli imprenditori, una delle più forti del condominio, rivendicare il ruolo di fulcro della crescita economica. Una volta, non molto tempo fà, lo avevano rivendicato i lavoratori bracciantili. I risultati di queste due antitetiche visioni totalitarie sono sotto gli occhi di tutti. Sentiremo mai dire che il fulcro della crescita economica siano il sapere, la conoscenza delle novità del mondo, la ricerca scientifica e umanistica, le licenze brevettuali, la competenza professionale e la meritocrazia, tutte supportate dal lavoro della collettività e operanti in una burocrazia solerte? A realizzazione dell’equità sociale e, in sintesi, della democrazia costituzionale? Utopia, vero?


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