Il 9 gennaio Joan Baez ha compiuto 70 anni: una vita di musica, poesia e una chitarra folk. Per provare ad illudersi ancora di rendere migliore il mondo.
Quaranta anni fa le rivoluzioni sociali si facevano anche con la musica. Bastava una chitarra folk, la conoscenza dei principali giri armonici, un amplificatore per chi se lo poteva permettere, un gruppo di amici sufficientemente stonati. Conoscere la musica, come si era solito dire nel gergo dei folk singer improvvisati, non era indispensabile. Spesso si adattavano gli accordi della canzone scelta portandoli tutti in maggiore, tecnica che incentivava l’improvvisazione ed evitava particolari problemi di barrè con inutili dolori alle dita.
Le canzoni, poi, erano tratte direttamente dal repertorio folk americano. D’obbligo era imparare prima possibile la mitica “Blowing in the wind” di Bod Dylan. Qualcuno preferiva rimanere entro i confini ed incantava la platea della propria stanza, in estate quella della spiaggia, con “La canzone del sole” di Lucio Battisti.
Chissà se Joan Chandos Baez, semplicemente conosciuta come Joan Baez, poteva immaginare di essere diventata una delle principali fonti musicali per i milioni di dilettanti italiani alle prese con la propria prima chitarra studio? Proprio lei, che ha appena compiuto 70 anni il 9 gennaio e che all’età di 16 anni acquistò la sua prima Gibson con 50 dollari.
Precorrendo così la moda degli anni Sessanta e Settanta dello studio autodidatta della chitarra per decantare i versi della protesta assorbiti dalle canzoni dei cantautori nostrani, quali Guccini, De Andrè, Lolli, per citarne qualcuno, Joan Baez negli Stati Uniti strimpellava i pezzi storici di Pete Seeger arricchiti dalle parole di Woody Guthrie, un’accoppiata della canzone di protesta americana che negli anni ’50 e ’60 girava gli Stati Uniti dentro vagoni merci e che sarebbe stata un decennio dopo, l’ispirazione principale dello stile di vita e dell’opera letteraria di Jack Kerouac (On the Road, il romanzo manifesto della Beat generation).
Joan Baez con la sua chitarra folk ha saputo darci, in cinquanta anni di carriera, l’emozione per un senso civile di concepire la propria esistenza, mai lontana dai problemi quotidiani della gente in ogni angolo del mondo. Ha saputo insegnarci uno stile di vita improntato sul desiderio di cambiare un mondo corrotto, appoggiato sulle guerre, le discriminazioni razziali, la violazione dei diritti umani.
Joan Baez lo ha fatto con le sue canzoni, ma anche con il suo impegno diretto e le sue scelte di vita. Nel 1968 sposò un attivista pacifista, David Harris, costretto al carcere per uno dei più emblematici esempi di obiezione di coscienza nei confronti del servizio di leva. E’ rimasto nella storia della musica il concerto del 24 luglio 1970 all’Arena Civica di Milano, durante il quale Joan interpretò il pezzo “C’era un ragazzo…” portato al successo in Italia da Gianni Morandi, a testimonianza della sua opposizione contro l’intervento armato degli Stati Uniti in Vietnam.
Le sue idee pacifiste e la sua musica di protesa l’avevano già fatta salire sul palcoscenico di Woodstock l’anno precedente, ma anche il grande maestro Ennio Morricone chiese ed ottenne la sua collaborazione per scrivere la colonna sonora del film “Sacco e Vanzetti”.
Sempre attenta ai problemi legati al rispetto dei diritti umani, ha trovato il tempo per diventare attivista di Amnesty International, visitando nel 1981 paesi quali Cile, Brasile ed Argentina, passati alla storia in quegli anni per le misteriose sparizioni e dove, per impedirle di denunciare questi orrori attraverso la sua musica, le fu vietato di esibirsi.
Maggior fortuna Joan Baez ha ottenuto nel 1985, durante l’esibizione d’apertura del concerto Live Aid sulla sponda americana a Filadelfia, in Europa si tenne a Londra, dove l’artista trovò maggior conforto sull’ideatore e organizzatore di questo evento, bissato nel 2005 con il nome di Live 8, Bob Geldof.
La folk singer ha dimostrato negli anni, attraverso la sua musica e le sue esibizioni, che un personaggio di dominio pubblico non può ridimensionare la sua arte come mera fonte di guadagno, ma deve esternare nella pratica i contenuti di solidarietà sociale delle proprie canzoni. Oggi alla veneranda età di settanta anni, dopo aver esportato le sue idee anche da questa parte del mondo, non disdegnando di denunciare i soprusi e le angherie della guerra in Bosnia-Herzegovina grazie al suo viaggio in quei luoghi del 1993, mitico il suo concerto a Sarajevo, è rimasta la ragazza ribelle degli inizi carriera, sapendo sempre rigenerarsi e stare al passo con i tempi, raccogliendo fondi per le popolazioni colpite dall’uragano Katrina o protestando apertamente contro l’invasione dell’Iraq, chiedendo pubblicamente scusa per la sofferenza apportata dalla politica del suo paese al mondo.
Di lei si potrebbero citare decine di altri esempi di solidarietà ed altruismo. Esempi di coerenza che in cinquant’anni hanno spaziato tra tutti gli argomenti di criticità sociale, dai diritti delle minoranze etniche a quelli degli omosessuali, dal rispetto ambientale a quello per i diritti umani, dalla crudeltà subita dai carcerati di Alcatraz all’ipocrisia e atrocità della pena di morte.
E’ difficile, se non impossibile, ricambiare quanto Joan Baez continua a trasmetterci attraverso la sua soave voce che le ha dato l’appellativo di “usignolo di Woodstock”. Possiamo limitarci a imbracciare ancora una volta la nostra impolverata sei corde, strimpellare un semplice giro armonico, un attacco in Re maggiore e poi solo…”How many roads must a woman walk down, before you call her a woman?”, chiedendo scusa a Bob Dylan, per aver storpiato i suoi versi, e con la speranza che un giorno le "risposte" ci siano restituite dal vento.