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Argentina: il Collettivo Situaciones

La situazione in Argentina oggi, attraverso una intervista al Colectivo Situaciones, conosciuto in Italia anche attraverso un libro edito da DeriveApprodi sulla rivolta antiliberista.

di Redazione - giovedì 2 settembre 2004 - 4538 letture

[intervista uscita sul manifesto pochi giorni fa in forma breve. by the way of sandro mezzadra]

È dal 1999 che ogni anno vengo a Buenos Aires. Ho conosciuto la città al tramonto del menemismo, ho visto nascere le speranze e le illusioni della "Alianza" di De La Rua e "Chacho" Alvarez, una specie di "Ulivo" argentino. Poi sono tornato, nell’autunno australe del 2002, con ancora negli occhi le immagini della rivolta di dicembre. È stato allora che ho conosciuto i compagni e le compagne del "Colectivo Situaciones": sono stati le mie guide nel labirinto del movimento argentino, mi hanno fatto conoscere le assemblee di barrioe le fabbriche "recuperate"; con loro sono stato nella sconfinata e desolata periferia sud del conurbano di Buenos Aires, dove è nata una delle esperienze più radicali e interessanti del movimento piquetero, l’MTD ("Movimiento de los Trabajadores Desocupados") di Solano.

Al "Colectivo Situaciones" sono ormai legato da rapporti profondi di amicizia e di discussione teorica e politica. Dopo la pubblicazione in Italia del loro libro collettivo sul dicembre 2001 (Piqueteros. La rivolta argentina contro il neoliberismo, DeriveApprodi, 2002), abbiamo lavorato insieme ad altri progetti, collocati all’interno dello spazio transnazionale che i movimenti degli ultimi anni hanno costruito. Ci siamo rivisti, in queste settimane, ed è sembrato opportuno provare a fare il punto sulla situazione argentina di oggi, così diversa per molti aspetti da quella in cui ci siamo incontrati la prima volta.

Oltre a me, intorno al tavolo, ci sono Veronica Gago, Mario Santucho, Sebastián Scolnik e Diego Sztulwark. Beviamo l’immancabile mate, e parliamo: lentamente, emergono un racconto e un’analisi collettiva, in cui non sembra necessario distinguere le singole voci.

Non si può che partire, ancora una volta, dalla grande rivolta del 19 e 20 dicembre 2001. Il modo in cui il collettivo Situaciones ha interpretato quelle giornate ha da una parte messo in evidenza che si è trattato di una vera e propria insurrezione; dall’altra, tuttavia, avete insistito sul fatto che è stata un’insurrezione di tipo nuovo, e l’avete definita destituente…

Vedi, già da un po’ di tempo stavamo cercando di ragionare sulle esperienze maggiormente innovative all’interno dei movimenti, nel tentativo di formulare nuove ipotesi per pensare una politica radicale. Eravamo arrivati alla conclusione che, per dirla in breve, la politica non passava più per la politica. E per la prima volta nella storia, la sera del 19 dicembre, ci troviamo di fronte al dilagare di masse enormi di persone che, di fronte alla proclamazione dello stato d’assedio da parte di De La Rua, invadono le strade, quasi spuntando dal nulla, senza nessuna convocazione, senza direzione, ma anche senza che si fossero apparentemente attivati canali di comunicazione informale. Qualcosa di inesplicabile, sicuramente qualcosa di nuovo… E l’unica parola d’ordine che emerge è que se vayan todos, y que no quede ni uno solo: appunto una destituzione radicale di ogni forma di istituzionalità, politica e mercantile, un assoluto decentramentodelle istituzioni, che apriva uno spazio senza che fosse per nulla chiaro che cosa lo avrebbe riempito.

Non c’era nessun dubbio sul fatto che stavamo vivendo un’insurrezione: quella del 19 e 20 è stata l’esperienza insurrezionale della nostra generazione. Avevamo vissuto mobilitazioni di massa, penso ad esempio a quella della settimana santa dell’’87 contro il tentativo di golpe di Rico e dei carapintadas, ma allora era chiaro che quello che stavamo vivendo si inseriva in un meccanismo politico in qualche modo chiaro, con obiettivi precisi e con un protagonismo di forze politiche organizzate. Il 19 dicembre, quando cominciano a suonare le casseruole, nessuno di noi capisce che cosa significa quel suono! Parlare di insurrezione per descrivere quello che è successo di lì in avanti ha senso soltanto, del resto, se si assume il termine nel suo significato descrittivo minimo, senza alcun riferimento all’accezione marxista-leninista del concetto, per indicare quello strano miscuglio di insubordinazione generalizzata e di festa popolare che abbiamo vissuto in quei giorni: la sensazione, nonostante le decine di morti, era quella di vivere un gigantesco carnevale!

Al tempo stesso, è stata una rivolta spontanea nel senso del suo carattere anonimo, il che non esclude che se ne possa ricostruire la storicità profonda, la genealogia, nelle forme di lotta e di organizzazione che erano cresciute in tutto il paese nella decade menemista, a cominciare dai piqueteros.

Parlare di un’insurrezione, e non ad esempio di un semplice rioturbano, a proposito di quello che è accaduto il 19 e il 20 dicembre, mi pare però che abbia anche un altro significato: indipendentemente dall’accezione "minimalista" che proponete del termine, significa enfatizzare il carattere di cesura politicadi quelle giornate.

Sì, certo, il 19 e il 20 sono una soglia decisiva nella storia argentina recente, passata la quale nulla è più come prima. Tutte le posizioni politiche, all’interno dei movimenti così come all’interno delle istituzioni, sono costrette a ridefinirsi dopo l’insurrezione: chi non tenta di comprenderne e di elaborarne il significato è condannato all’anacronismo.

È comunque una soglia anche nella definizione di ciò che è la politica, a partire dal vero e proprio collasso di ogni distinzione tra il piano politico e il piano sociale determinato dalle giornate di dicembre. Il "palazzo", la Casa rosada, si poteva prendere, con un minimo di organizzazione non sarebbe stato difficile: ma non venne in mente a nessuno! Quando De La Rua abbandona la residenza presidenziale in elicottero, la gente cessa di interessarsi a quello che succede lì dentro, non c’è un’ipotesi di successione; piuttosto, si torna nei quartieri e quel che accade, la nascita di centinaia di assemblee in tutta la città (e in buona parte del paese) è di nuovo qualcosa di sorprendente per il tipo di dinamica del tutto spontanea che si produce.

Ma la sensazione generale, ben riassunta nella parola d’ordine que se vayan todos, è quella di un vuoto politico, come se la gente, in una sorta di gigantesca interrogazione collettiva, si stesse domandando: dov’è il potere? Non è nella Casa rosada, ma non è neppure da qualche altra parte… E bada bene: tutti i militanti, tutte le organizzazioni si aspettavano - e in molti hanno continuato ad aspettarsi nei mesi successivi - quella che sarebbe stata la più classica delle risposte secondo le "tradizioni" del paese: un golpe militare. Il fatto che un golpe non ci sia stato, di fronte a una mobilitazione popolare senza precedenti, è un altro segno evidente del fatto che con il 19 e 20 si è passata una soglia: dopo di allora è cambiata la stessa natura del potere. È cambiato, ancora più in profondità, il rapporto della gente con il potere e con lo Stato, a cui si guarda oggi con aspettative nettamente ridotte, quasi con una consapevolezza a livello di massa del decentramentodello Stato e delle istituzioni prodotto dall’insurrezione di dicembre. Le parole di Kirchner al momento di assumere la presidenza, "siamo gente comune con grandi responsabilità", in qualche modo si pongono in risonanza con questa consapevolezza, e mostrano da parte sua un livello tutt’altro che superficiale di elaborazione della rottura che si era determinata.

Capisci, è un cambiamento profondo, quasi a livello antropologico: è come se si fosse affermata l’idea che la precarietà estrema e la contingenza più assoluta sono le premesse inaggirabili di ogni forma di azione politica… E contemporaneamente, a un livello altrettanto profondo, continua ad agire, come un’ipoteca sullo sviluppo politico argentino, l’onda lunga dell’insurrezione destituente: una sorta di no attivo, che pone limiti precisi a ciò che il governo può fare.

Riprendiamo, sinteticamente, il filo della cronologia. Che cosa succede dopo il 19 e il 20 dicembre? Come si muovono i diversi attori nel vuoto politico prodotto dall’insurrezione?

Be’, intanto il 21 dicembre tutto il paese è in qualche modo riunito in assemblea! Da una parte c’è l’assemblea legislativa, convocata per eleggere un nuovo presidente e trasmessa in diretta televisiva; dall’altra parte le centinaia di assemblee di barrio. Poi i due presidenti in una settimana: Rodriguez Saá e Duhalde. Quest’ultimo, che era stato sconfitto da De La Rua nelle elezioni presidenziali di due anni prima, già da qualche anno stava guidando una frazione del peronismo critica nei confronti del neoliberismo menemista, che aveva cominciato soprattutto a considerare la possibilità di abbandonare la parità tra dollaro e peso. È questa componente politica che arriva al potere. E mentre in un primo momento evita ogni forma di repressione aperta nei confronti dei movimenti (non disdegnando semmai di ricorrere all’apparato peronista della provincia per contendere a questi ultimi, anche in modo violento, il protagonismo a livello di piazza), Duhalde si propone alcuni obiettivi minimi: la stabilizzazione dei prezzi e della moneta, una tregua con i risparmiatori travolti dal crollo dei mesi precedenti, un primo piano di emergenza di sussidi ai disoccupati (il "Plan Jefas y Jefes de Hogar").

In questa situazione, con il neoliberismo chiaramente in difficoltà e con il duhaldismo che comincia a delineare un’ipotesi di gestione post-menemista, i movimenti continuano a svilupparsi con una creatività e una forza incredibili. È in questi mesi che centinaia di fabbriche vengono "recuperate" da parte dei lavoratori, che si definiscono processi di scambio tra queste fabbriche e le assemblee di barrio, che emerge una vera e propria economia alternativa, attorno alle reti del "baratto" e agli "acquisti comunitari". Molto schematicamente, il dibattito politico all’interno dei movimenti si polarizza attorno a due posizioni: da una parte, la sinistra tradizionale (comunista e trotzkista) parla di una "situazione pre-rivoluzionaria" e lancia la parola d’ordine dell’"assemblea costituente"; dall’altra, e in questo momento con una grande diffusione a livello di massa, un insieme di situazioni sviluppa un’ipotesi che potremmo chiamare del contropotere, insistendo sull’autonomia dei movimenti, sulla loro capacità di produrre vere e proprie forme di vita, istituti sociali privi di ogni vocazione di sostituire le istituzioni

Tutto questo vale, mi sembra, fino al 26 giugno del 2002. Quel giorno, Duhalde viene meno alla regola di non reprimere le manifestazioni popolari. Al ponte Pueyerredon, che collega la capitale con Avellaneda e con il conurbano sud, la polizia carica selvaggiamente un blocco stradale piquetero. Due militanti del movimento, Darìo Santillan e Maximiliano Kosteki, vengono inseguiti all’interno della stazione di Avellaneda e assassinati a sangue freddo. Il 26 giugno si è passata un’altra "soglia"?

Certamente. Però è una soglia affatto particolare, che mostra quanto in profondità continuasse ad agire quello che abbiamo prima definito il no attivo. Varrebbe la pena di ricostruire nel dettaglio i retroscena di quel che avviene al ponte. Ma forse, ora, è più importante insistere su quello che accade subito dopo: di fronte all’indignazione e alla protesta, Duhalde capisce immediatamente che la sua presidenza ha i giorni contati, ed è costretto a convocare le elezioni in anticipo!

Il processo elettorale che si apre è anch’esso ben singolare. Ci sarebbero anche qui molte cose da dire, ma il punto fondamentale è che anche e soprattutto nel processo elettorale la precarietà e la contingenza hanno giocato un ruolo essenziale. Per dirla in due parole: la candidatura di Kirchner, la sua conquista della presidenza è stata determinata da una serie di circostanze in cui il casoè stato decisivo. Con il radicalismo annichilito dopo la fine del governo di De La Rua, e con il peronismo profondamente diviso, a un certo punto Duhalde pensa di contrapporre alla candidatura di Menem quella di Reuteman, confidando evidentemente più sulla fama che quest’ultimo si era conquistato come pilota di formula uno che sulla sua esperienza di governatore della provincia di Santa Fe. Be’, Reuteman incontra Menem e, parlando subito dopo con i giornalisti, dichiara di voler rinunciare alla candidatura perché "aveva visto cose che non gli erano piaciute per niente". Così, senza dare ulteriori spiegazioni…

E però, una volta eletto presidente (con circa un 11% reale dei voti), Kirchner si trovò ad avere un potere enorme, in fondo proprio per quel processo di profonda destituzione dell’istituzionalità che l’insurrezione del 19 e 20 dicembre aveva determinato.

A questo punto succede ancora una volta qualcosa di inatteso. Al di là dell’appoggio che gli era venuto da Lula, visto dall’Europa Kirchner sembrava l’ennesimo peronista, per di più totalmente ostaggio dell’apparato di potere duhaldista, costruito nella provincia di Buenos Aires su pratiche clientelari e mafiose. Kirchner, invece, nel momento in cui assume il potere, fa un discorso retoricamente potente, di rottura.

Sì, il discorso fu realmente impressionante. Kirchner dichiarò apertamente la fine del neoliberismo, ma anche dell’impunità per i militari genodici a vent’anni dalla fine della dittatura; dichiarò la fine del clientelismo, fece direttamente riferimento al 19 e al 20 di dicembre come inizio di una nuova epoca nella storia argentina. Ma poi tutto il contesto della cerimonia fu incredibile, con l’accoglienza calorosa riservata a Lula e a Chavez, con il trionfo di Fidel! Una nuova epoca nella storia argentina e al tempo stesso nella storia latinoamericana…

E non sono state solo parole: sulla questione dell’impunità Kirchner ha subito dimostrato di voler fare sul serio, attaccando contemporaneamente i centri di potere del menemismo all’interno dell’esercito, della polizia e della Corte suprema. Il discorso del presidente all’ONU, quando affermò che "siamo tutti figli delle madres de plaza de Mayo", è stato davvero una svolta, di enorme valore simbolico e politico! Nel governo formato da Kirchner, tra l’altro, ha un peso notevole la generazione del peronismo di sinistra, della stessa esperienza montonera, degli anni Settanta. Ed è da questa generazione che provengono soprattutto i quadri del kirchnerismo che in questi dodici mesi hanno maggiormente puntato sul rapporto con i movimenti sociali, gestendolo per altro in prima persona.

Ecco, mi pare che questo sia un punto chiave. Come valutate l’atteggiamento di Kirchner nei confronti dei movimenti? Schematizzando molto, mi pare si possa dire che il rapporto con i movimenti è stato gestito in una duplice chiave: tentando in qualche modo di ridefinire alcune funzioni fondamentali di politica sociale dello Stato, e al tempo stesso tentando di costruire una base autonoma di mediazione sociale che consenta a Kirchner di emanciparsi dall’apparato di potere duhaldista…

Mah, la nostra impressione è che la situazione sia molto più complessa. E molto più ambigua. A noi pare che Kirchner, anche comprensibilmente se vuoi, in questo anno si sia concentrato su alcune rotture simboliche molto importanti, praticate però là dove era più facile praticarle. Ad esempio: quando finalmente, nel ventottesimo anniversario del colpo di Stato del ’76, Kirchner fa rimuovere il quadro di Videla dai muri della ESMA, il famigerato campo di concentramento gestito dalla marina militare, fa al tempo stesso una cosa di fondamentale importanza, ma relativamente "facile", appunto. Anche quello che succede il 24 marzo di quest’anno all’interno della ESMA, del resto, si deve leggere su più piani: da una parte Kirchner dice sulla dittatura praticamente quello che i movimenti stanno dicendo da vent’anni, ne riprende, ne rappresenta e ne amplifica il discorso riconoscendone il ruolo fondamentale; ma al tempo stesso comincia ad articolare una lettura del dicembre del 2001 che lo riconduce all’interno di una continuità di lungo periodo con le lotte degli anni Settanta, naturalmente interpretate a loro volta in modo selettivo. Non diciamo che questo sia di per sé negativo: ma è chiaro che in questo modo si determina una certa lettura "ufficialista" della storia argentina, in cui le potenzialità dell’insurrezione di dicembre sono al tempo stesso riconosciute e catturate. E Kirchner, oltre a rappresentare e riconoscere i movimenti, entra così direttamente in competizione con essi, giocando sul loro stesso terreno.

D’altro canto, restando all’ambito dei "diritti umani", l’ambiguità, prendendo il termine in un senso meramente descrittivo, di quello che accade alla ESMA è evidente anche da un altro punto di vista. Il governo si riappropria di quello che è stato un campo di concentramento, un luogo di tortura e di sterminio, dichiara di volerlo trasformare in un museo della memoria, perché mai più possa accadere in Argentina qualcosa di simile a ciò che è accaduto durante la dittatura. Al tempo stesso, però, c’è uno sconfinato territorio sociale in cui ogni giorno la polizia del "grilletto facile" uccide e tortura, nello stesso momento in cui il discorso della destra si sta riorganizzando proprio attorno al tema dell’"insicurezza"! E il punto non è domandarsi se Kirchner abbia o no la volontà di intervenire in questo territorio, ma se abbia il poterenecessario per farlo: a noi pare molto difficile rispondere affermativamente a questa domanda… Vedi, il problema fondamentale è proprio questo: il gesto della ESMA è precisamente un gesto di un potere destituito, e a noi sarebbe piaciuto molto se Kirchner lo avesse in qualche modo riconosciuto, mentre la retorica del suo governo è una retorica interamente fondata su un’idea forte dello Stato! È come se il presidente, nel momento stesso in cui presenta i suoi ringraziamenti al movimento del contropotere e si propone di rappresentarlo, lo disarmasse, a tutto vantaggio della costruzione di una retorica dello "Stato popolare" che appare totalmente priva di fondamento se la si guarda dall’interno della società. In questa situazione, d’altro canto, il tema dell’autonomia dei movimenti diventa un tema estremamente delicato: proprio perché, di fronte a questo tipo di retorica del governo, insistere nel mantenere e rafforzare la propria autonomia significa immediatamente passare a essere qualificati come "anti-kirchneristi". E da una situazione di politicizzazione e mobilitazione generale si passa a uno scenario in cui Kirchner e il governo pretendono di porsi come unici protagonisti, superando quello "spiazzamento" dello Stato che, prima ancora di essere il prodotto dell’insurrezione del 19 e 20 dicembre, era stata incorporata tra le premesse fondamentali dell’azione dei movimenti.

Mi pare che in tutto questo sia stato molto importante il modo in cui, a partire dalla cerimonia di assunzione della presidenza, Kirchner ha giocato la carta della politica latinoamericana. Anche durante le manifestazioni, in queste settimane, mi ha molto colpito vedere sugli striscioni, rigorosamente bianco-azzurri, dei settori di movimento che stanno sostenendo Kirchner il ritratto del presidente accanto a quelli di Lula, Chavez e Fidel. Al di là del piano delle retoriche, comunque di fondamentale importanza, vi pare che Kirchner abbia un vero e proprio progetto latinoamericano, in qualche modo condiviso con altri governi più o meno "progressisti"?

Anche a questo proposito la situazione è molto complessa. Se si guarda superficialmente alla situazione, che cosa salta agli occhi? Per esempio che Lula è il presidente che ha legalizzato la soia transgenica in Brasile, che Chavez non ha toccato nei fatti gli interessi delle grandi compagnie petrolifere statunitensi e che Kirchner ha rinegoziato il debito con il FMI a partire da una solida alleanza con gli USA: un’alleanza che non si limita alle questioni finanziarie, ma si estende ad altri campi - dalla "lotta al terrorismo" alla mediazione esercitata dal governo di Kirchner nel conflitto boliviano…

Ma proviamo ad andare più a fondo: l’impressione è che oggi ci sia in America latina il tentativo di costruire un multilateralismo politico, di per sé un elemento importante e innovativo, senza un corrispondente progetto di multilateralismo economico e sociale. È come se stessimo vivendo una situazione di stallo, in un continente profondamente trasformato dalle politiche neoliberiste in cui è tuttavia chiaro che il neoliberismo non ha alcuna ricetta per gestire la crisi che esso stesso ha generato. I progetti di integrazione "regionale" che sono attualmente in campo assumono precisamente questa crisi come punto di partenza, e puntano a modificare la forma di inserimento dell’America latina nel mercato mondiale, passando da una logica di subordinazione a una logica di "negoziazione" puntuale: ma da una parte si scontrano con la presenza di fortissime divergenze di interesse tra diversi paesi chiave del continente (evidenti ad esempio sul tema dell’Accordo di libero commercio americano sostenuto dagli USA), mentre dall’altra non sembrano, come si diceva poc’anzi, essere sostenuti da un reale modello economico-sociale alternativo al neoliberismo.

Ora, nel tipo di situazione che si sta definendo allo stesso livello continentale, è più che legittimo vedere la persistente azione dei movimenti che sono sorti in America latina nella crisi del neoliberismo (e che hanno a loro volta concorso a determinare questa crisi). Ma il processo è tutt’altro che lineare, e soprattutto non ci pare in alcun modo definire una tendenza "progressista" che i movimenti dovrebbero sostenere e forzare. Anche perché, in generale, ci pare che effettivamente i movimenti producano (o concorrano a produrre) una tendenza, ma che non sia in alcun modo evidente che essi debbano poi subordinarsi alla tendenza stessa: al contrario il problema è quello delle forme in cui possono essere difesi e potenziati gli spazi di autonomia aperti dai movimenti, nelle condizioni di volta in volta date.

Restiamo alla questione della politica latinoamericana. Come vi sembra che venga pensato, all’interno del governo di Kirchner ma anche più in generale, il rapporto tra progetti di integrazione "regionale" e Stato nazionale?

Ricapitoliamo: oggi la questione dell’integrazione latinoamericana è chiaramente posta, è per così dire in agenda per i principali governi del continente. Anche a partire dalla necessità di contrastare una serie di processi, fortemente accelerati dal neoliberismo, di frantumazione degli spazi politici nazionali in cui si esercitava la sovranità dello Stato. Però, attenzione: l’integrazione è pensata in tutta l’America latina in termini che potremmo definire "sovranisti", ovvero come l’altra faccia di un processo di ricostruzione e di rafforzamento degli Stati nazionali. E questo processo, in modo particolarmente evidente in Argentina, viene a sua volta immaginato in termini che sono del tutto interni alla vecchia tradizione del desarrollismo, che possiamo definire come la variante latinoamericana di quello che in Europa è stato il Welfare State. E quella che sembra mancare platealmente è proprio una riflessione sulle trasformazioni radicali che hanno investito le basi materiali di quel modello!

D’altro canto, anche all’interno dei movimenti sociali (così come tra gli intellettuali), in America latina nei fatti c’è un’egemonia "sovranista", che corrisponde a un modo di pensare l’integrazione che non si distingue sensibilmente, se non per la retorica più o meno "anti-imperialista", da quello dei governi. Si tratta di un’egemonia costruita in buona parte su pregiudizi che inibiscono l’immaginazione politica, sull’idea in particolare che qualsiasi messa in discussione dello Stato nazionale in condizioni di "dipendenza" non possa che essere pienamente funzionale al "neoliberismo" e all’"imperialismo". Non mancano, sia chiaro, posizioni che tentano di muoversi in un’altra direzione, noi stessi siamo certamente parte di questo tentativo. Il fatto è, però, che la critica del "sovranismo" rischia di essere nulla più che una petizione di principio, di fronte a un effettivo e forte radicamento popolare del "sovranismo" stesso, che costituisce nei fatti la base sulla quale si articolano i movimenti di resistenza in America latina.

Una parola d’ordine come "nazionalizzazione" dei servizi e della produzione, che sembra sorgere in modo quasi spontaneo dall’interno dei movimenti (pensa alla Bolivia dello scorso ottobre), è del resto profondamente ambivalente: nel senso che, per quella che è la nostra esperienza, è ben difficile che dietro alla parola d’ordine ci sia un preciso progetto di ricostruzione dello Stato nazionale. Anzi: molto spesso quella parola d’ordine è semplicemente un modo generico di rivendicare servizi per tutti, e se parli con la gente che la utilizza ti rendi conto che sono pochi coloro che pensano allo Stato nazionale come erogatore di quei servizi. Sono molti di più coloro che hanno in mente qualcosa di più grande o qualcosa di più piccolo dello Stato nazionale… Però questo "qualcosa" rimane totalmente impensato, e non articolato politicamente.

Cerchiamo, per concludere, di tornare a Kirchner, al tipo di politica sociale in particolare che questo anno di governo ha lasciato intravedere e al tema del rapporto tra il governo e i movimenti.

Be’, intanto per intendere la politica sociale di Kirchner bisogna sottolineare che essa si interseca con lo scontro tra kirchnerismo e duhaldismo all’interno del partito giustizialista. Attorno ai piani di assistenza ai disoccupati si è sviluppato in questi anni un apparato clientelare formidabile, costruito molto chiaramente attorno allo scambio tra sussidi e garanzia della pace sociale. Oggi, il controllo di questo apparato clientelare, la sua composizione e il suo funzionamento sono al centro di uno scontro molto duro, a cui partecipano settori del movimento piqueteroche hanno optato per un appoggio incondizionato al governo, settori del duhaldismo e un sindacalismo peronista che proprio in questi giorni si è riunificato, candidandosi a riguadagnare il protagonismo che gli è stato sottratto negli ultimi anni dai movimenti dei disoccupati.

Più in generale, il tentativo di Kirchner è stato quello di passare dai piani di assistenza al finanziamento di micro-imprese economiche capaci di porsi sul mercato. Indipendentemente dal fatto che fino a oggi il successo di questo tentativo è stato molto relativo, la condizione per ottenere i finanziamenti è precisamente quella di accettare le regole del mercato, con la conseguenza di un secco ridimensionamento degli spazi di autonomia dei movimenti. Da una parte, poi, questo tipo di politica è presentata come esemplificazione di un nuovo modo di pensare la funzione dello Stato e la stessa "comunità nazionale"; dall’altra, rimane totalmente senza risposta il problema del finanziamentodi questa politica - ovvero del modello di sviluppo che la renderebbe possibile. Resta un abisso tra la retorica di un nuovo Stato sociale e la realtà permanente dell’esclusionedi una quota enorme di popolazione da ogni forma di attività produttiva. E attorno a questo problema, come si diceva prima, la destra riorganizza le proprie retoriche politiche, puntando precisamente sul tema dell’"insicurezza", rilanciando soluzioni che puntano alla completa militarizzazione degli sconfinati territori periferici. Mentre è a tutti chiaro che, in quei territori, nella produzione dell’"insicurezza" e nelle stesse attività "criminali", il ruolo delle forze di polizia è determinante, sia per quanto riguarda il "grilletto facile" sia per quanto riguarda le complicità plateali con le "bande criminali"…

Tra l’altro, guardando a quello che è successo in questi anni, nei quartieri più poveri, nelle stesse villas miseriache costituiscono per molti versi l’equivalente argentino delle favelasbrasiliane, si può vedere chiaramente che l’alternativa è tra sviluppo di una dinamica di movimento (assembleare e/o piquetero) e aumento dell’"insicurezza". Ancora una volta, puoi misurare l’ambiguità delle politiche kirchneriste: nella misura in cui hanno determinato polarizzazione e frammentazione all’interno dei movimenti, ponendo di nuovo in un modo o nell’altro lo Stato al centro della loro azione, ne hanno profondamente indebolito l’azione a livello territoriale. E gli spazi lasciati liberi da assemblee e picchetti sono stati immediatamente occupati dalle "bande".

È questo il punto fondamentale: il governo di Kirchner ha sì cercato un rapporto forte con i movimenti, ma esclusivamente in termini di cooptazione, e questo non può che condurre a un indebolimento dei movimenti. Bada bene, non è un processo unilaterale: per la natura stessa dei movimenti, la richiesta di cooptazione è stata molto forte anche "dal basso". Però, quello che è completamente mancato al kirchnerismo è precisamente un tentativo di immaginare il rapporto con i movimenti in un altro modo, a partire dall’idea che l’autonomia, la forza progettuale e l’attivismo dei movimenti possano essere un capitale di fondamentale importanza per lo stesso governo!

In queste condizioni, il risultato non poteva che essere la polarizzazione durissima che oggi divide soprattutto il movimento piquetero, ma con ripercussioni su tutto l’arco dei movimenti sociali: da una parte le organizzazioni "ufficialiste", che tendono a divenire articolazioni periferiche del governo, implementando i criteri selettivi che sono propri di ogni amministrazione, dall’altra le organizzazioni della sinistra tradizionale, che attaccano il governo, denunciano la cooptazione degli "ufficialisti" e in fondo sembrano spesso auspicare un’ondata repressiva che rimetta le cose al loro posto…

Lo spazio tra queste posizioni, tuttavia, non è in alcun modo vuoto. Per quanto frammentato e apparentemente minoritario, esso è piuttosto occupato da un arco eterogeneo di esperienze che rifiutano l’alternativa appena indicata e che puntano al rafforzamento e al rilancio dell’autonomia dei movimenti. Sono esperienze, per dirla in due parole, che sanno perfettamente distinguere tra Kirchner e Duhalde; che accettano ad esempio di buon grado i finanziamenti per lo sviluppo di micro-imprese, ma rifiutano che insieme ai finanziamenti arrivino i tecnici del governo per spiegare come devono essere organizzate e gestite le microimprese. Al tempo stesso, sono esperienze che non vedono affatto positivamente che il governo assicuri protezione ai tecnici delle imprese privatizzate che entrano nei quartieri per tagliare gli allacciamenti "illegali" alla luce e al gas organizzati dai movimenti…

È precisamente in questo spazio, a nostro parere, che vivono e si riproducono gli elementi di maggiore novità, creatività e ricchezza che hanno caratterizzato i movimenti in Argentina negli ultimi anni. Le esperienze che lo occupano sono del tipo più diverso: piqueterose studenti, settori del movimento contadino del nord del paese e del movimento indigeno del sud, gruppi che lavorano allo sviluppo di softwarelibero, collettivi che sono sorti dalle assemblee di quartiere e gruppi di docenti impegnati nella costruzione di "comunità educative" con genitori e studenti. E l’elenco potrebbe continuare: ma quello che unifica le diverse esperienze è più un "modo di costruzione" che una rappresentanza di settori sociali. È uno spazio frammentato e diviso ma incredibilmente diffuso e capace di ricomporsi in modo improvviso e sorprendente di fronte a specifiche emergenze, che siano di carattere repressivo o determinate dall’insorgenza di lotte singolari ma percepite come "esemplari". Solo dall’interno di questo spazio, crediamo, possono venire risposte innovative alle grandi questioni politiche all’ordine del giorno in Argentina e in America latina.


L’articolo di Sandro Mezzadra è stato pubblicato in forma breve su Il Manifesto, e ridiffuso il 25 agosto in forma completa nella lista di www.rekombinant.org


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