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Aperture

Le grandi conquiste sociali un giorno potrebbero essere raggiunte attraverso uno spot pubblicitario. I messaggi televisivi e le varie forme di comunicazione stanno provando a convicerci di questo.

di Piero Buscemi - mercoledì 8 dicembre 2021 - 1595 letture

Non molto tempo fa era ricorrente una battuta satirica su chi aleggiava in campo politico, alternandosi come tanti altri che coltivavano la stessa passione nei più svariati ruoli che una carriera in questo campo possa offrire, che il curriculum non potesse fare a meno di una buona dose di avvisi di garanzia, come se questa particolarità rappresentasse il requisito minimo che "garantisse" anche l’esperienza necessaria per candidarsi.

Sicuramente era più che una battuta, forse assomigliava di più a una considerazione amara su una cruda e scomoda realtà che suggeriva un tono di sarcasmo per renderla più accettabile. Stessa considerazione la si potrebbe fare se spostiamo l’attenzione verso la sensibilità e quella apertura di idee che da diverse parti ormai ci mandano segnali incoraggianti che fanno ben sperare in un modo più altruistico di concepire il mondo.

La pubblicità che da sempre è considerata l’anima del commercio, amata e odiata in eguale misura, ha occupato e occupa una buona fetta della nostra vita quotidiana. Non è solo il mezzo più usato per condizionare i nostri gusti e le nostre scelte d’acquisto, ma anche le mode e le priorità del nostro quotidiano che prima di un qualsiasi spot, ignoravamo pure di percepire.

La pubblicità dei nostri giorni riesce a fare ancora di più. Riesce a condizionare il nostro pensiero sulle varie problematiche che il vivere sociale ci impone di considerare in ogni momento della nostra giornata. Bombardati da scrupoli di coscienza e da informazioni che se non hanno almeno un poco di natura falsa, non riscontrano la giusta attenzione, la pubblicità ci viene incontro e con spot sagacemente confezionati e con una giusta dose di strumentalizzazione. Ed ecco che, mentre un film che ci ha fino a qualche secondo prima catturati quasi in estasi, un prodotto di consumo ci svela una sensibilità all’ambiente e al rispetto della natura. Una ragazzina con bizzarre treccine scandinave ci propone un rispetto insperato verso la terza età ed i suoi problemi di socializzare. Una lotta di classe del passato, con tanto di immagini di repertorio, diventa l’incipit per la réclame di un noto prodotto consumistico.

Dicevamo, la pubblicità di oggi sa andare oltre a quei messaggi preconfezionati che decenni fa hanno tracciato un pezzo della storia della società italiana, diventando spezzoni cult di nostalgici inseguitori di sogni infranti. Il superamento di barriere sociali, discriminazioni e violazioni di diritti umani portati in piazza dalle tante associazioni umanitarie in giro per il mondo, vengono semplificate e asservite al consumismo di immagine.

E’ quasi impossibile oggi soffermarci su quei pochi minuti che uno spot offre alla platea televisiva, senza che tutto questo non implichi obbligatoriamente un risveglio di coscienze, magari discutibile nelle reali intenzioni, ma inevitabile per creare un’immagine arcobaleno del mondo che nella realtà trova difficoltà di essere soltanto immaginata. Famiglie "colorate" a consegnarci una società che accetta un’integrazione di immigrati fuggiti da nuovi campi di concentramento in Libia che in pochi secondi di celebrità televisiva diventano la famiglia perfetta da emulare anche da una meno ipocrita di razza bianca.

Sulla famiglia ci sovviene il ricordo di un noto video pubblicitario che richiama una nota marca di elettrodomestici che non nomineremo per non fare "pubblicità". Nello spot è rappresentata la classica famiglia media che ritroveremmo in qualsiasi luogo del mondo occidentalizzato, madre padre figlio figlia. Durante lo scorrere delle sequenze filmate, si vede l’uomo che si alza la mattina, prepara la colazione, la merenda per la scuola e tutte quelle incombenze tradizionalmente ad appannaggio della donna. Si va avanti con la biancheria in lavatrice, la preparazione della cena, i panni da stirare, tutte azioni condotte dal protagonista con gli elettrodomestici in bella evidenza della nota marca. Il messaggio finale invita gli spettatori a riflettere sulla percentuale intorno al 66% delle attività domestiche a carico della donna e la sovrascritta in inglese "Do it together" è un chiaro riferimento alla rivendicazione sulla parità di genere. Peccato davvero che l’azienda sia la stessa che in Italia da almeno il 2015 già con il governo Renzi trattava una delicata questione di esuberi che ad oggi sono degenerati in licenziamenti.

E non parliamo di innumerevoli baci saffici, o di qualsiasi natura omosessuale, a lanciare un poco credibile messaggio di amore libero e liberato di stupida e anacronistica discriminazione sessuale che, nel breve spazio di un lancio pubblicitario televisivo, lasciano un fastidioso sconcerto a chi da anni rivendica diritti che una vera emancipazione di civiltà avrebbe dovuto riconoscere già da tempo.

Come abbiamo visto le occasioni per carpire l’attenzione degli spettatori sono molteplici e il pubblico di casa che, a causa di un’eccessiva propaganda di messaggi pubblicitari, utilizzerebbe quei quattro minuti medi tra uno spezzone di film o servizio giornalistico che si voglia e l’altro, per occuparli a soddisfare esigenze biologiche di varia natura, difficilmente riesce a staccarsi dalla visione di una premessa per immagini che sollecitano una coscienza annoiata e soffocata da un attimo di distrazione che le incombenze quotidiane gli concedono.

Certo i manifestanti, che da decenni urlano i loro slogan contro l’indifferenza dei molti davanti ai soprusi e alle atrocità che l’umanità ha consegnato e si appresta a consegnare alle generazioni future, non avrebbero mai immaginato che alcuni cenni storici delle battaglie condotte nelle piazze di tutto il mondo potessero ritrovare lustro e attenzione in pochi minuti di inneggio al consumismo.

Per assurdo sembra ci si debba addirittura accontentare di questi messaggi di aperture, più frutto di una fantasia speculativa di estrosi e furbi pubblicisti, perché il miraggio e a volte l’utopia di un mondo poggiato su un vero libero pensiero si trucca di speranza. E sempre più spesso, rimane l’unico sentimento al quale aggrapparsi.


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