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Antifascisti a Como

Un bel presidio purtroppo confinato in periferia con meno di 5 mila persone. Fascisti in centro e commercianti soddisfatti
di Adriano Todaro - martedì 12 dicembre 2017 - 2416 letture

Appena si esce dalla stazione di Como, la prima cosa che si vede sono i furgoni della Guardia di Finanza e della polizia. Sono accolte così centinaia e centinaia di persone, quasi tutti avanti con gli anni che hanno preso il treno che da Milano porta a Como. A ogni fermata, salgono militanti con le bandiere d’appartenenza. Soprattutto, però, le bandiere in larga maggioranza sono quelle del Pd.

E’ stato il Pd, infatti, ad organizzare il presidio a Como per protestare contro l’irruzione, il 28 novembre scorso, di un gruppo di skinheads nella sede dell’associazione “Como senza frontiere” e il recente attacco nei confronti di Repubblica e l’Espresso. Organizzato dal Pd, hanno aderito i sindacati, l’Anpi, l’Arci, Mdp, Campo Progressista, Rifondazione comunista, Possibile, Sinistra Italiana, Partito socialista e altri raggruppamenti della sinistra. Non c’è il M5S. Un atto di miopia politica. Dalla stazione a dove è stato eretto il palco, nei giardini di via lungolago Mafalda di Savoia, vicino al Monumento ai Caduti, ci sono una decina di minuti a piedi. E il lungo serpentone di persone passa anche nei pressi del Palace Hotel dove sono riuniti i fascisti di Forza Nuova, superprotetto da uno schieramento di polizia.

Sì perché mentre una cinquantina di fascisti se la conta fra loro in un albergo del centro, gli antifascisti sono confinati in periferia, a ridosso dello stadio comunale, vicino al monumento ai caduti delle guerre. Locazione infelice perché nessun comasco si accorge della manifestazione. Sono migliaia i manifestanti, certo, ma la città non c’è, è indifferente, è tutta in centro a guardare negozi o ad acquistare panini, cappellini e guanti di lana dalle “casette” del mercatino natalizio allestito nella piazza principale. E infelice è anche l’orario: si comincia alle 11 e avrebbe dovuto durate sino alle 14. Invece, poco dopo mezzogiorno si chiude.

E’ il risultato delle pressioni che hanno fatto i commercianti preoccupati che una manifestazione in centro potesse limitare le loro vendite. Anche l’Amministrazione comunale si è dissociata dalla manifestazione: il sindaco Mario Landriscina (lista civica sostenuta da Lega Nord, Forza Italia e Fdi) annuncia il suo gran rifiuto. Con una breve nota stampa, il sindaco lariano prende decisamente le distanze da un’iniziativa che, bontà sua, ritiene "seppur lecita", e spiega che non scenderà in piazza insieme a cittadini e associazioni perché non ritiene necessario “partecipare con chi manifesta esteriormente la propria preoccupazione per quanto accaduto". Anche se condanna quanto avvenuto nella sede di “Como senza frontiere”. E’, insomma, la linea portata avanti in questi giorni dalla Lega e da altri esponenti della destra. Ridurre l’azione degli skinheads a una ragazzata.

E la vicesindaca si schiera con i commercianti: "Como domani vivrà una situazione drammatica”, aveva affermato la vicesindaca. “Quello che è successo a fine novembre è da condannare, ma la decisione di manifestare proprio durante le feste è poco rispettosa per la città". Per questo, aggiunge Locatelli, "potevano farlo prima o dopo il ponte".

Comunque, con buona pace della vicesindaca, la giornata di sabato 9 dicembre non è stata per nulla “drammatica”. E’ stata una bella mattinata, anche dal punto di vista meteorologico. Sul palco si sono avvicendati dieci giovani, dove in apertura è risuonata Bella Ciao – con la presidente nazionale Anpi Carla Nespolo. Al microfono, oltre alla responsabile di “Como senza frontiere”, si sono alternati associazioni e studenti nella lettura di brani di Piero Calamandrei e Primo Levi. Sotto il palco, tanti sindaci Pd con la fascia tricolore e numerosi esponenti politici. Ben cinque i ministri presenti, oltre a Matteo Renzi e a Susanna Camusso. Presente anche la presidente della Camera Laura Boldrini. Attorniati da fotografi e cameramen, hanno rilasciato dichiarazioni in parte consone con la finalità del presidio. Con qualche “sparata” propagandistica, come quella del ministro Maurizio Martina: “Siamo più di 10 mila!”. E così hanno titolato quasi tutti i giornali. In realtà, bastava salire sul monumento dei caduti per capire che i partecipanti erano meno della metà. Molto opportuna, invece, la scelta di non far parlare i politici. Hanno fatto passerella ma si sono risparmiati gli inevitabili fischi e contestazioni.

Quello che è avvenuto a Como nella scorsa settimana e a Roma, non sono semplici ragazzate. Sono i prodromi di qualcosa che potrebbe sfociare anche in situazioni più serie. E’ qualcosa che viene da lontano da quando si sono sdoganati i fascisti, da quando è normale vedere esponenti fascisti nei talk show, fin da quando Berlusconi dichiarò di votare, se avesse avuto la residenza a Roma, per Gianfranco Fini. Da quando si è cercato di trasformare il 25 Aprile come la giornata di riconciliazione nazionale e non una giornata di lotta, un monito per tutti coloro che vogliono riportare in auge non solo i gagliardetti ma le finalità antidemocratiche del fascismo.

Le leggi ci sono ma non sono applicate. A Forlì, pochi giorni fa, è stato ferito a bastonate il sindacalista Fiom Gianni Cotugno. E la polizia? La polizia è stata “equidistante”: una manganellata a uno e una all’altro. Sullo stesso piano i fascisti di Casa Pound e i sindacalisti. Per questo è inutile la cosiddetta “legge Fiano”. E’ solo paccottiglia, fumo, distrazione di massa. Applicare le leggi costituzionali deve essere compito delle forze dell’ordine e chi non fa questo, deve essere duramente perseguito. Ricordiamo sempre che anche nel 1921 si sono cominciati a bastonare i sindacalisti. Nel primo semestre nel 1921 saranno distrutti dai fascisti 17 tipografie e sedi di giornali, 59 Case del Popolo, 119 Camere del Lavoro, 107 Cooperative, 17 Leghe contadine, 8 Società di Mutuo Soccorso, 141 sezioni socialiste e comuniste, 100 Circoli culturali, 10 Biblioteche e teatri popolari, l’Università popolare, 28 sedi centrali del sindacato, 53 Circoli ricreativi operai.

Quando Mussolini fonda, in piazza San Sepolcro, a Milano, il 23 marzo 1919, i fasci di combattimento, sono presenti meno di 300 persone. Nelle elezioni del 15 maggio 1921, i fascisti portano in Parlamento solo 35 rappresentanti su un totale di 535 seggi. Eppure, poco dopo, Mussolini sarà il padrone dell’Italia.

Oggi la battaglia della destra è contro l’immigrazione. E in un momento di crisi economica, con tanti poveri, con tante famiglie sull’orlo della povertà è necessario creare un nemico. E’ il nemico è lì, a portata di mano. Sono gli immigrati. Le parole stanno a zero. Non si può essere equidistanti. Ad esserlo si sta, di fatto, con chi vuole abbattere la democrazia nel nostro Paese.

Comunque un bel presidio. Sigle politiche diverse, ma uniti su questo grande tema che è la democrazia. Peccato essere stati confinati in periferia. Forza Nuova, invece, stava in centro. La Lega aveva un banchetto vicino al Tribunale. Gli antifascisti, vicino allo stadio. I commercianti soddisfatti.


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