Una liquidazione di 2,3 milioni di euro per un ottimo professionista entrato in Rai grazie al Pci. Nell’ultima puntata, Santoro sparge retorica a piene mani. Una vicenda che dimostra l’incapacità dei partiti, di destra e di sinistra, di gestire la Rai
Annozero è morto. Viva Annozero. Potremmo cavarcela così, parafrasando le parole di rito recitate dalla monarchia francese quando moriva il re e veniva sostituito da un altro membro della famiglia reale. Si è conclusa così la vicenda (anche un po’ tormentone) fra Michele Santoro e la Rai. Si è conclusa “consensualmente” così come avviene nei matrimoni finiti mali. E come nei matrimoni finiti mali, la legge prevede un risarcimento al coniuge più debole. La buona uscita del presentatore sarà di 2,3 milioni di euro.
Santoro è un ottimo professionista. Gestire i tempi televisivi non è impresa da poco e lui li sa gestire bene. Ha lavorato per una rete, Raidue, che mediamente arriva all’8 per cento di share. Con Annozero arrivava al 21 per cento e 6 milioni di spettatori. Aumentava, di conseguenza, anche la pubblicità e, quindi, gli introiti nelle casse disastrate della Rai. Sicché una grande risorsa da non lasciarsi scappare e invece i nostri grandi pensatori Rai cosa fanno? Gli fanno la guerra per anni e lo costringono ad andarsene umiliando, di fatto, gli spettatori che pagano il canone televisivo.
L’ex direttore generale Mauro Masi (715 mila euro l’anno) non è stato capace di trasformare la Rai in una completa dépendance di Mediaset, ma bisogna riconoscere che ha fatto molto. Ha fatto il lavoro sporco concluso dalla nuova responsabile Lorenza Lei (quando era vicedirettore, 350 mila euro), la donna che è diventata direttrice generale Rai perché aveva l’assenso, oltre che da parte di Berlusconi anche del Vaticano. Siamo a questo: per dirigere la Rai ci deve essere l’assenso di uno Stato straniero e la benedizione di Ratzinger.
Quando si è saputo di quella che viene chiamata, impropriamente, la “cacciata” di Santoro, sono cominciate le illazioni: va non va a La7? E se ci andrà, con quale programma? Quale autonomia? Santoro, dimostrando di essere un vero uomo-spettacolo, ha tenuto tutti sul filo. Annullata la conferenza stampa nei locali della Rai perché un ex dipendente non può utilizzare i locali, la conferenza non è stata fatta da nessun altra parte. Il pensiero di Santoro verrà esplicitato, diceva un comunicato, nell’ultima puntata di Annozero in onda giovedì 9 giugno.
Così è stato, ma chi si aspettava grandi rivelazioni, è rimasto deluso. Un pistolotto, quello di Santoro, tutto sommato garbato, molto attento agli aggettivi, a non rinfocolare polemiche con i partiti. Santoro si è rivolto, questa volta, al “Caro presidente Garimberti”, il cosiddetto “presidente di garanzia”. Paolo Garimberti (448 mila euro l’anno) è stato nominato, dal Consiglio di amministrazione, all’unanimità, presidente della Rai nel 2009 e anche da parte del Comitato di vigilanza ha avuto l’unanimità. Giornalista di lungo corso è stato anche direttore del TG2. E cosa dice Santoro a questo giornalista ora suo presidente? Fa tutto un discorso sugli artefici “dei destini della Rai” e si abbandona ai ricordi e, bisogna dire, con molta autoreferenzialità e retorica.
Ricorda che da trent’anni lavora in Rai, che suo padre faceva il macchinista nelle ferrovie e che, con il suo lavoro, ha mandato all’università cinque figli. Poi risponde a coloro che l’hanno criticato per il suo stipendio: “Io guadagno molto e ne sono orgoglioso (700 euro lordi l’anno-Ndr): è il frutto del mio lavoro e di quello di mio padre che ha fatto sacrifici per farci studiare. Si tratta di dignità del lavoro, di libertà. Le polemiche sono assist per la macchina del fango. Voi attaccando chi come me era figlio di ferroviere ed è arrivato qui, attaccate un sogno di quelli come mio padre”.
Come si vede molta retorica. Santoro avrebbe dovuto anche dire come è arrivato alla Rai. Anche perché sono tantissimi i padri, semplici operai, che fanno sacrifici inenarrabili per far studiare i figli. Poi magari, questi, si laureano, scrivono bene, sono bravi ma non vengono assunti nei giornali e quando li fanno scrivere danno loro 3 euro ad articolo. Michele Santoro, invece, è stato molto fortunato. Ma non è solo fortuna quella che lui ha avuto. Ci sono le conoscenze giuste e altre complicità come la riforma della Rai, quella del 1975, che vedeva la spartizione partitica delle varie reti. E così Santoro dopo aver scritto su Servire il Popolo ed aver diretto La voce della Campania, periodico del Pci, essere stato funzionario di quel partito, a Salerno, fa il praticantato all’Unità, dà gli esami per diventare professionista e, grazie ai rapporti che ha con il suo professore di Filosofia, Biagio De Giovanni, è indirizzato a Beppe Vacca che – i casi della vita – in quel momento è consigliere d’amministrazione, per il Pci, della Rai.
Certo, lo abbiamo già detto, lui è bravo ma anche molto fortunato. Ed è anche uno che dice le cose senza nascondersi. Come quando nel 1996 passò a Italia Uno dell’odiato cavaliere Berlusconi. A chi lo criticava, Santoro rispondeva che lui era un professionista e come tale “era sul mercato”, facendo intendere che era disponibile ad andare da chi lo pagava meglio. Problema suo, certo. Ma almeno ci risparmi la retorica autoreferenziale, il padre ferroviere, i figli studiosi, l’attacco della Rai nei confronti dei sogni “di quelli come mio padre”.
Su una cosa Santoro ha ragione. Ed è quando si rivolge al presidente Napolitano a proposito dell’Agcom: “Napolitano, si rende conto che l’arbitro della comunicazione qui è lottizzato dai partiti? E’ uno scandalo mondiale”. Sì, è vero, è uno scandalo com’è uno scandalo che le segreterie politiche gestiscano e decidano quali programmi mandare in onda e chi assumere. Una vergogna.
E non è forse una vergogna che, con tutto quello che succede alla Rai, dalle censure ai mancati rinnovi dei contratti, alle retribuzioni di certi personaggi, i rappresentanti del cosiddetto centro-sinistra non si schiodano, neppure per protesta, dalla sedia? Qual è la logica di restare incollati, di non avere un sussulto di dignità? Possibile, mi domando, che personaggi come Garimberti o Sergio Zavoli che dirige il Comitato di vigilanza Rai, valenti giornalisti, ormai in pensione e con pensione non certo da metalmeccanico, rimangano ai loro posti, disposti ad inghiottire certi rospi?
Ricordo nell’agosto 2009, quando Gianluigi Paragone (ex direttore della Padania e di Libero) è nominato vice direttore di Raiuno. Il presidente Paolo Garimberti vota contro perché, a suo giudizio, la nomina di Paragone non rispondeva al criterio di ricorrere il meno possibile a professionisti esterni all’azienda. Posizione corretta, ma le conseguenze? Paragone è restato ed anche il presidente del CdA della Rai Paolo Garimberti.
Certo, sono stati nominati dai partiti così come i vari consiglieri (quelli del CdA prendono 98 mila euro a testa) e i partiti, si sa, non vogliono perdere nessuna posizione di potere. Questo, però, significa affossare l’azienda, non metterla in condizione di sviluparsi, di frenare la concorrenza. E che dire che con l’approssimarsi dell’estate tutti i programmi di un certo impegno spariscono e ci ripropongono, per l’ennesima volta, il commissario Montalbano? Forse che l’abbonamento lo pago solo per i mesi invernali?
Su un problema simile è intervenuto Altroconsumo che ha promosso una class action a seguito del fatto che durante la campagna elettorale amministrativa del 28 e 29 marzo scorso, la Rai ha cancellato principali programmi di approfondimento politico venendo così meno ad uno dei compiti principali del servizio pubblico radiotelevisivo e cioè garantire un’informazione libera, obiettiva e corretta. Altroconsumo ha chiesto un risarcimento per tutti gli abbonati del 2010 per un importo minimo di 500 euro e il 1° giugno ci sarà la prima udienza.
Oltre a Santoro, in forse ci sono i contratti di altri conduttori giudicati dal potere berlusconiano, inaffidabili e pericolosi. Sono, come risaputo, Fabio Fazio (circa 2 milioni l’anno), Serena Dandini (700 mila), Giovanni Floris (450 mila euro l’anno), Milena Gabanelli (150/180 mila euro). Forse, però, quest’ultima si salverà perché il contendere non sono i soldi ma la tutela legale. Fazio e Floris (Berlusconi deve essere proprio alla frutta se ha paura di questi due, sempre molto attenti a non urtare il cavaliere con punte di assoluta comicità come quando, nel passato, Floris aveva gli occhi brillanti per una telefonata, in diretta, da parte di Berlusconi) non è detto che vadano a La7. Mediaset non vede di buon occhio questo passaggio perché significherebbe una concorrenza troppo agguerrita da parte della televisione di Telecom Italia. Che in questo momento non se la passa bene (in dieci anni ha accumulato un miliardo e mezzo di perdite) e sembra che l’azienda telefonica la voglia sbolognare a De Benedetti. Ma Enrico Mentana si è già dichiarato contrario. Per un miliardo di euro la potrebbero comprare gruppi come Sky o il tedesco Bertelsmann.
Mentana (320 mila euro lordi l’anno) ha un contratto a “cottimo” nel senso che per ogni punto di share in più il suo stipendio cresce di conseguenza. Gi ascolti del suo TG, negli ultimi tempi, si sono quadruplicati e lui può permettersi, ma fino ad un certo punto, di affermare che entrando De Benedetti ci sarebbe meno autonomia giornalistica. Ormai Mentana è diventato un’icona per un certo centro-sinistra (lo è stato anche Maurizio Costanzo anche se iscritto alla P2) che vede in lui il giornalista “libero”. In realtà fa un buon telegiornale (tenendo conto che non ha, praticamente, concorrenza) ma ci si dimentica che l’ex socialista Mentana, entrato in Rai per volere di Craxi, è stato sempre congeniale al potere. Prima, appunto, in Rai poi a Mediaset. Quando lo estromettono, lui non va via ma resta come direttore editoriale con conseguente stipendio. Poi va a La7 e lancia accuse a Mediaset. Ma, appunto, dopo. Non prima. Ed è lui, come direttore del TG Mediaset, che per ingraziarsi politici di destra e di sinistra, assume figli, nipoti, cugini di personaggi celebri. Bravi professionisti, per carità. Come la figlia di Cesare Geronzi, la figlia di Eugenio Scalfari, l’ex moglie di Luca da Montezemolo, il figlio del capo della Polizia Gianni De Gennaro, la nipote di Fedele Confalonieri e tanti altri.
Che ora anche Michele Santoro vada a La7 interessa relativamente. Lui ha lasciato la porta socchiusa: “Ritorno in Rai anche per un euro a puntata”. A parte le sparate, non credo proprio che sarà possibile. Anche perché, dopo quello che è successo, dopo anni e anni di pressioni, Santoro non potrebbe lavorare con serenità a nessun programma.
Al suo posto si parla di Gianluigi Paragone oppure altri. Vedremo chi sarà il nuovo miracolato. Se non farà audience, non importa poi molto così non si va a danneggiare l’azienda di Berlusconi. E’ il gioco delle tre tavolette e si troverà senza dubbio il nome giusto. Con la giusta retribuzione.
D’altronde chi lavora in Rai non ha problemi di soldi. Prendete ad esempio un supermiracolato come Emanuele Filiberto. Sapete quando prende ogni volta che appare nella televisione di Stato? Venti mila euro. Non scandalizziamoci perché il Parlamento ha votato compatto, all’unanimità il ritorno dei Savoia in Italia (per la verità gli unici che hanno votato contro sono stati quelli di Rifondazione comunista). E ancora buona che si accontenta di 20 mila euro a botta. Potrebbe volere ben altro.