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Angelique Kerber, The Queen of Wimbledon

Un doppio 6-3 e la tennista tedesca torna a essere protagonista del tennis femminile che conta.
di Piero Buscemi - sabato 14 luglio 2018 - 1145 letture

Non c’è mai stato un momento di dubbio sulla direzione che la finale femminile di Wimbledon stesse prendendo, sin dai primi scambi. Non eravamo abituati a vedere la Williams, sulla quale sarebbe banale spendere eccessive parole che riepilogassero i successi in carriera di questa marziana della racchetta, in giro per il mondo ormai da diversi anni, in difficoltà costante per un’intera partita. Di solito, era normale vedere la figurante di turno interpretare alla meno peggio, la parte della vittima sacrificale, in attesa che il sorriso di Serena illuminasse la scena, alzando al cielo il suo ennesimo trofeo.

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Serena

Stavolta, senza nulla togliere alla Kerber, anche gli appassionati di tennis, che non hanno mai troppo amato Serena, spinti anche da un pizzico di invidia verso una sportiva che ha monopolizzato questo sport, lasciando davvero le briciole alle avversarie, si sono trovati davanti uno scrupolo di coscienza. Uno scrupolo dettato da una campionessa che, all’improvviso della sua carriera, aveva deciso di provare a pensare come vivere il proprio futuro da essere umano normale, da donna in ogni sua magica sfaccettatura.

Molti hanno immaginato un nuovo capitolo della vita di questa immensa campionessa, addolcito dalla sua nuova veste di madre, quasi a voler scrivere una pagina di sentimentalismo da abbinare all’agonismo, dove l’aspetto umano di ogni vicenda terrena, ci si augura possa sempre prevalere sugli aspetti eccessivamente meccanici della nostra esistenza.

Una solida Kerber, pressata sicuramente da un epilogo che molti avevano già scritto, è rimasta aggrappata mentalmente ai suoi mezzi tecnici e a quella freddezza, tipica e da sempre riconosciuta ai tedeschi. Passo dopo passo, ha in pratica perfezionato la tattica impostata dalla nostra Giorgi contro Serena, rimanendo concentrata per limitare gli errori che il gioco potente dell’americana ha messo sul prato di gioco per provare a evitare scambi troppo lunghi, ai quali rischiava di consegnare un eccessivo dispendio delle forze.

Serena ha provato a contrastare il gioco della tedesca. Frequenti discese a rete. La sua arma vincente di sempre, il servizio potente. Colpi incrociati, sempre vicini al limiti di rischio, sfiorando spesso le linee del campo. L’abbiamo vista eseguire delle stop and volley, degne dei migliori tempi. E raffinatissime smorzate, che hanno confermato una classe sopraffina, nonostante una stazza giunonica che l’ha sempre contraddistinta.

E’ riuscita anche mettere in ombra la vittoria di Angelique, che si è presentata quasi intimorita e sul punto di chiedere scusa per avere guastato la festa. La stessa Serena le ha lasciato la scena durante la premiazione, riconoscendole con eleganza il diritto al momento di gloria. La stessa BBC, condizionata dal momento di disagio e fuori programma, ha finito per chiamare ai propri microfoni proprio l’americana, lasciando la tedesca a stringere il trofeo della vittoria, dietro un secondo piano delle immagini consegnate agli spettatori del mondo.

Un errore ingenuo, che vogliamo prenderci anche noi, scrivendo questo articolo. Giustificati, solo in parte, da una sorta di nostalgia verso l’ennesimo tramonto di eroi nel mondo del tennis che ci ha costretti a vivere la sconfitta di Roger Federer, in campo maschile, facendoci prendere coscienza che lo svizzero e Serena hanno in comune l’anno di nascita: il 1981!


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