Chi scrive, nel bene e nel male, attira l’attenzione di chi legge. Molto spesso, anche l’invidia. La letteratura mondiale è satolla di personaggi che, con l’arte della scrittura, hanno conquistato un posto tra i posteri. Nessuno potrà dimenticare il Cirano di Rostand, così come Pasquino a Roma e le sue pasquinate contro i papi del tempo.
Ma è l’invidia, più che l’ammirazione, il sentimento che viene esternato, anche da quella percentuale di lettori che vengono qualificati “da spiaggia”, per la loro abitudine estiva di mostrare il “mattone” da seicento pagine, sotto il bicchiere del cocktail, accanto all’ombrellone.
Forse, la stessa che suscita il personaggio-scrittore che collauda le poltrone dei salotti televisivi, ostentando cultura ed espressioni di chi “ha sempre qualcosa di intelligente da dire”. Se poi, l’argomento trattato nel libro è la mafia, la camorra o la n’drangheta, oltre all’invidia, scatta un sentimento di ignoranza che non si riesce a giustificare neanche quando qualcuno ci fa notare la nostra eccessiva distrazione al mondo che ci circonda.
A conferma di questo, la produzione letteraria degli ultimi anni ha visto un incremento, esponenziale ad una forma strana di distacco della gente comune a certi problemi, di libri che trattano l’argomento che, per assurdo, vendono milioni di copie. Tra i titoli più presenti sui banchi delle librerie, si possono elencare: il libro di Ciancimino Massimo, quello di Nicola Gratteri, quello di Mangano Antonello, quello di Umberto Ursetta e quello di Alfio Caruso.
Per capirci qualcosa in più, siamo andati ad analizzare la lettera di Roberto Saviano, inviata attraverso le pagine de La Repubblica, al presidente del consiglio, in risposta all’attacco mediatico ricevuto, con il quale lo scrittore veniva accusato di supporto promozionale alle cosche.
Saviano esordisce con una domanda: "Il potere mafioso è determinato da chi racconta il crimine o da chi commette il crimine?"
Una domanda inattaccabile, senza dubbio. Il modo in cui è stata formulata, lascia poco spazio a qualsiasi congettura. Tanto efficace e diretta, che la risposta è insita nella stessa domanda. Avrebbe avuto lo stesso effetto se al posto di “…chi racconta” fosse stato scritto “…di chi lo combatte”, “…di chi lo aborra”, “…di chi ci è morto”. Magari con motivazioni diverse, ma avrebbe ottenuto lo stesso risultato.
“Il ruolo della ’ndrangheta, della camorra, di Cosa nostra è determinato dal suo volume d’affari - cento miliardi di euro all’anno di profitto. Questo significa che sono gli scrittori ad inventare? Ad esagerare? A commettere crimine con la loro parola?”, prosegue Saviano nel suo tentativo di sensibilizzare il presidente. Cita Michele Greco e Nicola Schiavone per dimostrare la paura della parola, provata dai due boss nei confronti di chi scrive di criminalità organizzata. A questa citazione, si potrebbe contrapporre un legittimo dubbio che un criminale “organizzato” possa realmente temere di essere nominato in un libro o reinterpretato, magari dietro un nome di fantasia, ne Il Padrino, se riportiamo il tutto alla propaganda, condotta con filmati e scritti, da altri storici criminali, quali Hitler, per citarne uno.
Ad un certo punto della lettera, Saviano riporta le parole di Paolo Borsellino e di Giovanni Falcone. Sembra, ma forse è solo una sbagliata impressione, che voglia mettere a confronto la sua opera letteraria con quanto prodotto da quella che passò alle cronache come la Primavera Siciliana. Non è semplice neanche immaginarlo, molto di più che giudicarlo. Perché a provarlo a fare, si sprofonda nella dietrologia. Quella meno controllabile che solleva lo scrupolo di rendersi complici dell’isolamento culturale, che portò agli omicidi dei due magistrati menzionati da Saviano.
Forse occorre mettere da parte l’ipocrisia. Dire a chiare lettere che il coraggio di esporsi dei Borsellino, dei Falcone, dei Padre Puglisi, dei Dalla Chiesa, dei La Torre, dei Montalto, dei Parisi, e la lista è interminabile purtroppo, causò la reazione delle mafie e le conseguenze hanno arricchito le pagine di cronaca, oltre alle piazze commemorative.
Si va ben oltre alla battuta di Saviano, utilizzata durante la trasmissione di Fabio Fazio, con la quale lo scrittore ha provato a coniare il teorema: verità uguale morto ammazzato. Perché la storia del nostro paese lo ha trasformato in slogan pubblicitario agli occhi del mondo. Quasi da poterlo inserire come tredicesimo Principio Fondamentale della nostra Costituzione.
Non si discute l’operato di Saviano, nel descrivere i malaffari di una parte del nostro paese, da molti ancora sconosciuti o sottovalutati. Si pretende, invece, di capire il nesso logico, se c’è, tra Saviano e chi ha sfruttato commercialmente il suo nome. Si pretendono le risposte, non dal pulpito di un presidente del consiglio, ma dalle strade siciliane macchiate dal sangue di altri “eroi”, inutili per coloro che ancora aspettano il risveglio delle coscienze. Eroi dei quali ne avremmo fatto volentieri a meno.
Uno di loro era nato a Palazzolo Acreide, era un giornalista. Iniziò a scrivere di cinema e di calcio. Poi, di mafia. E per farlo con libertà, fondò un suo giornale. Scrisse: «Mi rendo conto che c’è un’enorme confusione sul problema della mafia. I mafiosi stanno in Parlamento, i mafiosi a volte sono ministri, i mafiosi sono banchieri, i mafiosi sono quelli che in questo momento sono ai vertici della nazione. Non si può definire mafioso il piccolo delinquente che arriva e ti impone la taglia sulla tua piccola attività commerciale, questa è roba da piccola criminalità, che credo abiti in tutte le città italiane, in tutte le città europee. Il fenomeno della mafia è molto più tragico ed importante....». Ma anche: «Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo infatti che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente allerta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo.»
Pubblicò anche dei romanzi e dei testi teatrali, per conto di case editrici minori.
Si chiamava Giuseppe Fava e il giornale era I Siciliani. Il 5 gennaio 1984 fu ucciso dalla mafia.
Ringraziamo Saviano per il suo coraggio nel descrivere la camorra e le sue atrocità. Perché ha saputo risvegliare la curiosità su un problema che attanaglia il mondo e non più solo l’Italia. Perché il suo libro è diventato la sua scelta di vita. Una scelta che nessuno si sognerebbe mai di emulare. Perché ha consegnato ai cittadini onesti l’arma per contrastare la distrazione culturale di chi la subisce passivamente, e di chi, suo malgrado, pretende ancora di trasformare le mafie in un innocuo fenomeno di costume. Ringraziamo Saviano perché in ogni caso, tra uno scrittore e un presidente del consiglio, chiunque fosse, sceglieremmo sempre lo scrittore.
Ci permettiamo, però, di porre un paio di domande su dei dubbi umani, ai quali non sappiamo dare risposta e che, con la stessa enfasi degli elogi rivolti, non riusciamo a collimare con la figura dello scrittore:
Perché Saviano si è sentito in dovere di giustificarsi con il suo editore, scrivendo la lettera su La Repubblica?
E sopratutto, Saviano e Mondadori: perché questo binomio?