A chiusura del libro “La me terra” di Margherita Neri Novi penso a un altro suo possibile titolo: “Il mondo di Margherita”, per la ricca varietà di motivi, di immagini e di sentimenti che racchiude, sorprendente in un’opera prima che dovrebbe consumare ogni energia nel mettere a punto contenuti e strumenti espressivi.
La voce recitante, muovendosi come in una sinfonia, trascorre dai toni duri e risentiti dell’invettiva e della denuncia civile, a quelli dolci e struggenti dei ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza, alla contemplazione estatica della natura, alla melanconia del tempo che passa, all’amarezza del distacco da una terra avara, al dolore e alla fatalità della lontananza, all’amore per i luoghi e le figure care della vita, alla sensibilità verso chi vive in estremo bisogno.
La voce del poeta si leva dolorosa e sferzante contro “ ’sta mala fimmina, ’sta serpi ’mmilinusa ’sta cos’i nenti” (la mafia) che ammazza con fredda ferocia, non guarda in faccia nessuno, si nasconde tra la folla come il diavolo dietro l’altare, è prepotente, non ha scrupoli né sentimenti. Si fa dolente e amorosa quando si rivolge alla sua Palermo (“bedda Palermu mia”) costretta per paura la sera a stare chiusa in casa, offesa da delitti orribili, in preda all’angoscia e alla disperazione per la sua gioventù stroncata dalla droga, terrorizzata dagli assassinii e dalle stragi di mafia. “Chianci Palermu” è un pugno sullo stomaco, tocca le corde più profonde della coscienza di una cittadinanza, esposta alla violenza di un potere spietato, vittima del degrado e del disfacimento fisico e morale. Il poeta è piegato dal dolore e dalla pietà per questa città che era ed è bella per il suo mare, per la sua luce, per i monumenti senza confronti, per i profumi delle sue campagne. “Vattinni” e “Un pugnu di dda terra”, dedicate al dramma dell’emigrazione, trasudano tensione, amarezza, rimpianto.
Sembra quasi di sentirlo il grido del padre che sfoga il suo dolore per la partenza del figlio a causa di “sta terra amara, senza fruttu”. Esci da quella porta, singhiozza, e non ti voltare, non sentire il pianto di tua madre, cerca la fortuna lontano da qui. E’ un uomo sconfitto e umiliato quello che, senza infingimenti, dice al figlio di non ridursi come lui, povero vecchio che vive dentro una casupola, che della vita non ha goduto nulla, ha le mani indurite dal lavoro e per pasto la miseria del pane e cipolla. L’altro componimento racconta la storia di un emigrante, partito con i pantaloni rattoppati, la valigia di cartone, che vive una vita di risparmi e di nostalgia per tornare infine benestante al suo paese, disilluso e svuotato da un’esperienza di solitudine e di lontananza.
I testi dedicati alla propria terra, ai luoghi dell’infanzia, alle figure degli affetti più cari, agli eventi e ai riti del paese natio, all’amore, alla libertà, sprigionano tutta la capacità di canto del poeta. Conquistano per il nitore delle immagini, delle scene e dell’eloquio, per il realismo, ma anche per le atmosfere incantate, per la felicità dello sguardo su una realtà amata. Lirismo e narratività si fondono in un unicum di brillante tenuta e resa espressiva. La memoria è viva, l’occhio penetrante; indimenticabili sono le mani della madre che accarezzano teneramente, cullano, non sono mai stanche, che asciugano la lagrima del bimbo ridandogli gioia e sorriso.
I quadri familiari, nitidi, animati, ricchi di particolari, soffusi nella luce dolce dell’amoroso ricordo, sono temi che tornano via via col procedere della sinfonia. Così pure l’amore per la propria terra che cede alla voglia di un canto spiegato; come negli idilli dei giardini e delle campagne. Qui la passione rompe a tratti gli argini ed effonde libera e rapita, mentre nei ricordi dell’infanzia si fa corpo, immagine, trepida visione, verità di una lontana vita.
Il professore Francesco Marsala nella sua brillante prefazione parla di “pathos” per gli oggetti, per le campagne, per gli animali e per gli uomini. Pathos che Margherita Neri Novi riesce quasi sempre a trasformare in rappresentazione, a trasferire in parole che squarciano i veli della memoria, illuminano volti, gesti, sentimenti, ambienti.
L’inno alla propria terra non scade mai nella maniera, nell’enfasi incontrollata, ma si sostanzia e s’invera nelle sofferte evocazioni di vicissitudini e vicende della crudele realtà. Insieme a “Vattinni” e a “Chianci Palermu” va ricordata “Zittiti ca si fimmina”, opportunamente segnalata dagli altri due prefatori Bianca Dentici Teresi e Salvatore Piazza, rievoca la tradizionale subalternità della femmina rispetto allo strapotere del maschio: in sequenze dense di pensieri ed atti di grande realismo emerge la figura della donna di casa con la sua mitezza, la sua umiltà, la dedizione, la comprensione operosa, la mortificata ma ferma dignità. Il dialetto siciliano, che anch’io, al pari di tanti studiosi, chiamerei lingua per la sua millenaria persistenza (era vivo prima del greco e del latino), la diffusione, la capacità di dare espressione alle ancestrali caratteristiche dell’anima siciliana, è maneggiato con padronanza e totale aderenza ai temi, alle situazioni e alla cultura della sicilianità.
Grazie
9 gennaio 2008
Gentilissimo Prof. – Dr. – Sig. Antonio Carollo, non conoscendoLa, la prego di anteporre il titolo che più Le aggrada, e qualche cosa in più, significando che la scrivente lo ritiene superfluo avendoLa già annoverata, per le sue qualità espressive, tra i personaggi di cultura , di sani principi e sentimenti profondi! Non vado oltre.
Nel leggere le Sue note critiche nei miei confronti, sono stata colta dalle stesse piacevoli emozioni sentite e vissute in occasione della presentazione del libro dove, solamente il silenzio che avvolgeva la gremita aula, ha consentito di cogliere la sinfonia delle poesie ed il calore espressivo delle pur belle parole degli oratori, Professoressa Bianca Dentici Teresi, Dr. Salvatore Piazza e Francesco Marsala.
Se nelle mie opere, così come Ella lascia intendere, ha rilevato la purezza dei sentimenti, evidenziandoli profondamente nel suo insieme, li ridipinge attraverso i ricordi perduti nel tempo, riconducendoli a quei quadri familiari forti e prepotenti dei tempi andati o quando solo l’amore - nel suo ambito - faceva da padrone, e i pochi momenti di allegria ci consentivano di essere sempre felici , ebbene, sì, non vi è alcun dubbio, che quanto rilevato lascia supporre che in Lei, in cuor Suo, intimamente albergano e vengono coltivati gli stessi sentimenti che esterno attraverso la poesia e non solo.
Lusingata ed emozionata, al tempo stesso, Le sono profondamente grata per le belle cose che ha detto, piacevoli da leggere e sicuramente gratificanti nel sentirle. Grazie.
Cefalù, 9 gennaio 2008 Margherita Neri