ed i rumori sollevati da parte dei cubani esiliati negli Stati Uniti, a Miami in particolar modo, il concerto si è tradotto in realtà.
Nella storica Plaza de la Revoluciòn, lo scorso 20 settembre, a l’Avana si è realizzato il II concerto “Paz sin Fronteras”. L’idea, portata avanti dal famoso cantante colombiano Juanes, ha riscosso un grande successo di pubblico. Erano più di un milione di macchie bianche, sotto il sole cubano, accorse da tutta l’isola per vedere esibirsi quindici artisti di diverse nazionalità, fra i quali gli spagnoli Miguel Bosé e Victor Manuel, l’italiano Lorenzo Jovanotti, i portoricani Danny Rivera e Olga Tañón, l’ecuatoriano Juan Fernando Velasco ed i cubani Orishas, e Silvio Rodriguez.
Nonostante le critiche ed i rumori sollevati da parte dei cubani esiliati negli Stati Uniti, a Miami in particolar modo, il concerto si è tradotto in realtà. Le accuse puntavano il dito, non tanto contro lo spettacolo in sé, ma, contro l’immagine che poteva dare, fosse essa di un dono da parte dello Stato al popolo o, viceversa, di un omaggio al Regime castrista, colpevole di aver privato e di privare della libertà migliaia di esuli cubani. L’esibizione, finanziata dallo stesso organizzatore, al contrario, si è dimostrata del tutto priva di carichi ideologici pro o contro il Regime, evidenziando, questo si, un forte desiderio di libertà, di fraternità e di pace.
Già il 16 marzo del 2008, a Cúcuta, nel confine tra la Colombia ed il Venezuela, sul Ponte Internazionale Simón Bolívar si era svolto il I concerto “Paz sin Fronteras”. Il cantautore Juanes concepì l’iniziativa durante la crisi politica che coinvolse la Regione, quando l’esercito colombiano sconfinò oltre la frontiera con l’Ecuador per colpire un accampamento della guerriglia, bliz nel quale venne ucciso Reyes, numero due delle Farc. La reazione del Presidente Correa, aizzato dal suo omonimo venezuelano, fu quella del non dialogo e della rottura. Ancor di più fece lo stesso Chávez, mobilitando il suo esercito, con tanto di carri armati lungo il confine con la Colombia, e lanciando provocazioni, per fortuna cadute nel vuoto. L’esibizione ebbe un buon risultato sull’opinione pubblica, da sempre contraria all’idea di una guerra fratricida, dando speranza alla popolazione e, sopratutto, recapitando un chiaro messaggio di pace ai mandatari.
Dopo l’impatto positivo del primo concerto, Juanes ha avuto il sostegno di molte amministrazioni nella realizzazione di questo secondo concerto. In un colloquio con Hillary Clinton e diversi rappresentanti della Casa Bianca, l’artista – e la sua idea di utilizzare la musica per trasmettere un messaggio di pace – ha ricevuto l’appoggio di Washington. Entrambe le manifestazioni, effettivamente, non hanno avuto nessun colore politico ma, solamente, un emblematico bianco.
Il riscontro politico che può nascere da questa manifestazione artistica, come all’epoca del primo concerto, è inevitabile, anzi, auspicabile. Per Cuba, infatti, l’apertura verso il mondo esterno è sempre un evento eccezionale e, quindi, anche da questo punto di vista “Paz sin Fronteras” può e deve essere un primo passo. Un ponte fra l’isola e la “Piccola Avana di Miami”. Nel comunicato stampa che presentava l’avvenimento, Juanes si augurava, in effetti, che l’evento servisse proprio per l’estensione di un ponte fra tutti cubani specialmente i giovani. E nel finale del concerto ha urlato frasi – che non hanno bisogno di traduzione – come «Cuba libre, Cuba libre» e «Por una sola familia cubana, una sola familia cubana» con un chiaro riferimento ai prigionieri e agli esiliati cubani.
Dalle parole dette da Juanes, durante la sua esibizione, tra le canzoni “A Dios le pido” e “No creo en el jamás”, si possono trarre le conclusioni su questo evento: «Questo è l’amore vero e celebro profondamente poter stare con qui voi, al di sopra di ogni differenza, alla fine ragazzi, siamo tutti fratelli e dobbiamo rimanere collegati… Tutti i giovani di Cuba, tutti i giovani di Latino America, il futuro è nelle vostre mani, ragazzi, dobbiamo cambiarlo per bene, per favore signori!». In questo modo, se la musica può realmente influire sul destino di un Paese, di una Regione, di un Continente, allora, il nostro concerto avvia definitivamente una nuova rivoluzione, la “Revoluciòn” per una “pace senza confini”.