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Allucinazioni

Allucinazioni / di Oliver Sachs ; Traduzione di Isabella C. Blum. - Milano : Adelphi, 2013. - 3ª ediz., pp. 325. - (Biblioteca Adelphi). - isbn: 9788845928093

di Sergej - martedì 22 aprile 2014 - 7736 letture

Sono di quei libri che si leggono tutto d’un fiato, quasi in una sorta di stato allucinatorio. E’ il caso di dirlo. Questo saggio di Oliver Sachs è molto bello, centrato su un tema - lo stato di allucinazione - declinato nei suoi vari aspetti, sempre con l’occhio clinico e con una solida base saggistica - di ogni tema viene riepilogata la "letteratura" precedente (in gran parte statunitense e inglese, con timide aperture verso la produzione scientifica francese e tedesca). Più di 300 pagine, in formato Biblioteca Adelphi, che affascinano e coinvolgono. Oliver Sachs sa scrivere e comunicare. Parte sempre da storie concrete, quelle di suoi pazienti, o di pazienti di altri medici. Ne vien fuori un tassello completo e vastissimo sul tema dell’allucinazione ma non solo.

896948eda19a0009918bb1316b24b040_w190_h_mw_mh Uno dei pregi della scrittura di Oliver Sachs è l’umanità. Come medico e come studioso. Non c’è nulla di intellettualistico o di algidamente "scientista" in lui. Come nel resto della sua produzione, che si pone tra la divulgazione e il rigore scientifico. Di lui abbiamo amato "L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello", "Zio tugsteno : ricordi di un’infanzia chimica", e ci ripromettiamo di leggere "Musicofilia", e "Risvegli" (uno dei suoi saggi più famosi), tutti editi da Adelphi. Il "metodo" Sachs, anche per il successo di pubblico che ha ottenuto, non è stato esente da critiche da parte dei colleghi ricercatori - ma dal punto di vista letterario e della comunicativa, Oliver Sachs è tra i migliori divulgatori degli ultimi anni.

Il gusto aneddotico, la concretezza comunicativa di partire sempre da storie concrete - le "storie" di pazienti con nome e cognome, i "casi" particolari che diventano idiomatici. La capacità di miscelare nozioni scientifiche e storia personale. In questo saggio un capitolo è dedicato alle proprie esperienze con le droghe, da giovane. E’ un quadro che compone alla fine, in cui nessun aspetto della vita delle persone sfugge al momento allucinatorio. Quante volte ci addormentiamo e nella fase di rilassamento cominciamo a percepire forme, movimenti, persino suoni, che ci accompagnano al sonno... E ovviamente i "casi clinici", le allucinazioni della demenza senile, quelle del dejavu. Vi si parla di emicranie, sdoppiamenti di personalità, gli "arti fantasma", gli effetti della deprivazione sensoriale, l’epilessia... En passant si accenna agli episodi di sdoppiamento della personalità provati da Maupassant e da Linneo (p. 238 e segg.), le crisi epilettiche di Dostoevskij (p. 149 e segg.)... Disturbi della visione, dell’olfatto, sonori... Le allucinazioni per Sachs non hanno mai nulla di extracorporeo né tantomeno sovraumano (divino a paradivino), sono sempre riconducibili a un "inganno", il cervello che interpreta a modo suo i "rumori" provenienti dall’ambiente esterno e dal proprio interno, decodificando sempre secondo quello che ritiene più simile nella memoria. Il cervello ha imparato a "sentire la musica" utilizzando le varie parti del cervello stesso; esse si riattivano quando debbono interpretare il rumore, in maniera automatica. L’automatismo della risposta del cervello al rumore "interpretato" sotto forma di allucinazione.

Un libro ricchissimo, e stimolante.

"Noi esseri umani abbiamo molto in comune con gli altri animali, per esempio i fondamentali bisogni di cibo, acqua e sonno; tuttavia, vi sono anche esigenze e desideri mentali ed emozionali, che forse sono una nostra esclusiva. Vivere alla giornata non ci basta; abbiamo bisogno di trascendenza, estasi, evasione; abbiamo bisogno di significato, comprensione e spiegazione; di riconoscere nella nostra vita modelli generali; e di sperare, di vedere un futuro. Infine, dobbiamo avere (o almeno illuderci di avere) la libertà di spingerci oltre noi stessi: non importa se con telescopi, microscopi e tecnologie in continuo sviluppo, oppure grazie a stati mentali che ci permettano di viaggiare in altri mondi e di trascendere la realtà immediatamente circostante. Noi esseri umani abbiamo bisogno di questo tipo di distacco, proprio come di un coinvolgimento attivo nella nostra vita [...]. Cerchiamo una vacanza dai vincoli, interni ed esterni, cui siamo soggetti: una percezione più intensa del qui e ora, della bellezza e del valore del mondo in cui viviamo" (p. 94).

In un testo apparso su Adelphiana nel 2013 (costoso volumone di autopromozione a autoglorificazione della casa editrice Adelphi su cui un giorno forse ci capiterà di parlare), Sachs parla della sua propensione verso i "casi" e le storie umane, individuali: "Nell’ottocento, la scrittura di casi clinici - nei quali vengono presentati non soltanto gli effetti della malattia, ma tutta la realtà vissuta legata alla condizione esistenziale di paziente - raggiunse vette altissime; nella seconda metà del Novecento, però, con l’ascesi di una medicina più tecnologica e quantitativa, era una prassi ormai quasi estinta. Perciò, quando pubblicai i miei casi clinici, negli anni Settanta e Ottanta, mi fu pressocché impossibile farlo sulle riviste mediche, poiché esse pretendevano grafici, tabelle e un linguaggio . [...] Questo atteggiamento sta ormai cominciando nuovamente a cambiare [...]. Oggi, con l’affermarsi delle neuroscienze e di tutte le loro meraviglia, è ancora più importante conservare la narrazione personale, considerare ogni paziente come un essere umano unico con la propria storia e le proprie strategie di adattamento e sopravvivenza" (Adelphiana 1963-2013, pag. 331-332).

Leggere un libro come questo, coinvolgente e affabulante, fa entrare in uno stato allucinatorio - che è lo stato tipico della lettura. L’occidente è passato dallo stato ipnotico della lettura ad alta voce, allo stato ipnotico e allucinatorio della lettura interiore (quella di cui parla Agostino a proposito di Ambrogio e che sarà poi quella nostra da Petrarca in poi). La letteratura (la buona letteratura) potrebbe entrare di diritto come uno dei capitoli di questo libro. Miei cari allucinati lettori, fatevi allucinare da Oliver Sachs... :-)


Risvolto di copertina Adelphi

Charles Bonnet, naturalista ginevrino del Settecento, si era occupato di tutto: dall’entomologia alla riproduzione dei polpi, dalla botanica alla filosofia. Quando seppe che suo nonno, ormai semicieco, iniziava ad a­vere «visioni» di strani oggetti flottanti e di ospiti immaginari, volle stenderne un minuzioso resoconto, che passò inosservato per oltre un secolo e mezzo. Oggi la sindrome descritta da Charles Bonnet, che collegava l’insorgere di stati allucinatori con la regressione della vista – come se il cervello intervenisse, a modo suo, per compensare il senso perduto –, è ormai riconosciuta dalla letteratura medica, anche se viene raramente diagnosticata perché le allucinazioni sono associate alla demenza, alla psicosi, e chi ne soffre tende spesso a tacerne. Ma non è sempre stato così: in altri tempi e in altre culture, gli stati alterati di coscienza venivano percepiti come condizione privilegiata – da ricercare e indurre con la meditazione, l’ascesi, le droghe – e hanno influenzato l’arte, il folclore, il senso del divino.

Con questa «storia naturale delle allucinazioni» Sacks aggiunge un ulteriore tassello alla sua «scienza romantica», capace di tramutare la casistica medica in una forma d’arte empatica. E prosegue il racconto au­tobiografico avviato con Zio Tungsteno: dopo l’infanzia, scopriamo così la giovinezza del neurologo più famoso del mondo, trascorsa sulle spiagge della California e costellata di azzardate sperimentazioni psicotrope. Allucinazioni olfattive, uditive, tattili, spaziali, arti fantasma, Doppelgänger, e­pifanie mistiche, squilibri chimici: ogni argomento viene affrontato con la consueta capacità di immedesimazione, con curiosità ed eleganza innate, e analizzato sotto le lenti della ricerca specialistica, della letteratura e dell’esperienza – clinica e personale – di Sacks. Il risultato è una conferma di quanto scriveva Goethe: «La scienza è nata dalla poesia».


30/11/2012 - INTERVISTA

Oliver Sacks, i miei viaggi con l’Lsd nel paese delle meraviglie

Nel nuovo libro, Hallucinations, il grande neurologo rivela i suoi esperimenti giovanili con gli stupefacenti

Oliver Sack “Ci dedicavo i weekend negli Anni 60: un po’ di anfetamine, un po’ di Lsd e una spruzzata di cannabis. Ho visto capolavori cromatici che nemmeno Giotto aveva mai realizzato. Poi ho smesso per non diventare tossicodipendente”

PAOLO MASTROLILLI INVIATO A NEW YORK

L’arte, il folklore, forse anche la religione, sono frutto di allucinazioni? Viene naturale chiederselo, sentendo il dottor Oliver Sacks che presenta il suo nuovo libro, Hallucinations (Knopf). Una collezione di vicende personali, visite con pazienti, storie di personaggi famosi come gli scrittori Lewis Carroll e Dostoevskij, che riconducono quasi tutte allo stesso punto di partenza: le allucinazioni sono porte aperte sul paradiso, o fenomeni che la scienza può perfettamente spiegare?

Sacks, diventato famoso in tutto il mondo con il libro e il film Risvegl, insegna ancora neurologia a New York. Sale sul palco con una bottiglietta piena di un liquido trasparente, che ogni tanto sorseggia. Non a caso, comincia raccontando i fatti propri.

«Alla mia età, quasi ottant’anni, non c’è più ragione di nascondere le cose. Perciò ho deciso di rivelare anche gli esperimenti personali che ho fatto con gli allucinogeni. Negli Anni Sessanta, quando lavoravo in California, dedicavo i weekend a questi viaggi. Prendevo un po’ di anfetamine, a cui penso di essere stato dipendente, un poco di Lsd, e ci aggiungevo una spruzzata di cannabis, tanto per rendere più piacevole l’effetto. La sensazione era magnifica. Ricordo che una volta, presa questa miscela, mi dissi: adesso voglio vedere il colore indaco, proprio ora. Partii immediatamente per un viaggio, che mi mostrò un capolavoro cromatico che nemmeno Giotto era mai riuscito a realizzare. Ho provato molte volte a replicare quell’esperienza nella realtà, e forse ci sono riuscito una volta, durante un concerto nelle sale della collezione egizia al Metropolitan Museum. Nulla, però, mi ha più dato le stesse emozioni che avevo provato con gli allucinogeni».

Perché ha smesso?

«Avevo usato anche le iniezioni di morfina, e ho avuto paura di diventare tossicodipendente».

Le sue allucinazioni erano indotte da queste sostanze. Quali sono stati, invece, gli episodi professionali che l’hanno colpita di più?

«Due colleghi, neurochirurghi, che a causa di incidenti diversi avevano sperimentato allucinazioni e cambiamenti di personalità. Uno aveva scoperto la musica classica, si era innamorato di Chopin, e aveva iniziato a comporre. L’altro aveva scoperto Dio. Il primo venne da me e mi disse: so che sono diventato una persona diversa, analizza il mio cervello per capire cosa è successo. Il secondo, invece, mi spiegò che secondo lui Dio gli parlava direttamente, senza fare uso del suo cervello».

Perché li considera episodi così importanti?

«Posso capire che una persona soggetta alle allucinazioni pensi di entrare in contatto con il divino, e lo accetto. Ma un neurologo che nega l’utilità del cervello per percepire certe esperienze, e sostiene che Dio gli infonde direttamente le sue sensazioni, è una negazione della scienza che mi lascia molto perplesso».

Non accetta la dimensione divina di questi fenomeni?

«Dostoevskij era epilettico, e sosteneva di aver visto Dio, durante uno di questi attacchi. In seguito cambiò idea. Quasi tutte le persone che hanno avuto esperienze extracorporali, in coma o vicino alla morte, le descrivono nella stessa maniera: buio e paura, poi una luce viva che li attrae, e la sensazione di compiere un viaggio che li porta in un luogo identificabile con il paradiso. Poi il ritorno, anche se alcuni sostengono di essere entrati effettivamente nel paradiso, e aver percepito la gioia della completa comunione con Dio. Capisco questi fenomeni, anche se la scienza è in grado di spiegarli con varie cause: l’assunzione di sostanze, la cecità, la febbre, le malattie, la mancanza di sonno, incidenti e traumi di vario genere. Fatico però a comprendere uno scienziato che nega se stesso, e va contro le sue conoscenze più radicate e dimostrate».

Lei ha accennato a Dostoevskij, e nel libro parla anche di arte e altri aspetti della cultura umana legati alle allucinazioni. Quanto è forte questo legame?

«In alcuni casi è molto intenso. Lewis Carroll soffriva di emicrania, ed è lecito pensare che alcune visioni di Alice nel Paese delle meraviglie siano state ispirate da questa sua condizione. Però un conto è l’ispirazione artistica, e un altro la rivelazione religiosa: la capisco, nel caso delle allucinazioni, ma la scienza non la prova e io resto un ateo convinto».

Quale consolazione le rimane, se tutte le esperienze del nostro cervello sono solo frutto di combinazioni chimiche?

«Io traggo le mie gioie dalle espressioni della cultura umana, la musica in particolare: quella di Mozart mi trasporta e penso che sia paradisiaca. Anche la scienza mi dà alcune soddisfazioni. Però non credo nell’immortalità e penso che, se esistesse, farebbe un grave danno al genere umano. Io mi accontento di vivere ancora qualche anno in buona salute, per provare ancora le mie gioie, e poi togliere il disturbo».

Fonte: http://www.lastampa.it/2012/11/30/cultura/i-miei-viaggi-con-l-lsd-nel-paese-delle-meraviglie-AkfSibk3IYCT8zYO0z207I/pagina.html


VEDERE QUALCOSA? ASCOLTARE QUALCOSA? ACCADE A MOLTI

di Oliver Sachs

Le allucinazioni sono molto sorprendenti e terrificanti: improvvisamente vedi, oppure ascolti o fiuti qualcosa – qualcosa che non è lì. La tua sensazione, immediata e confusa, è: che cosa sta accadendo? L’allucinazione è apparentemente reale, prodotta dalla medesima via nervosa di una vera percezione, eppure nessun altro sembra vedere cosa tu vedi. Ed allora ti senti costretto a concludere che qualcosa – di straordinario – sta accadendo nel tuo cervello o nella tua mente. Stai forse andando verso la pazzia, o una forma di demenza (‘dementia’)? stai per avere un colpo?

In altre culture, le allucinazioni sono state considerate come doni degli dèi o delle Muse, ma nei tempi moderni sembra che esse portino con sé un peso ominoso nell’opinione della gente ( e, pure, dei medici), quasi fossero presagi di gravi disordini mentali o neurologici. Avere allucinazioni è un tremendo segreto per molti – per milioni di persone – da non menzionare mai, da ammettere davanti a sé stessi con difficoltà, e tuttavia molto comune. Nella gran parte esse sono benigne – e, invero, in molte circostanze del tutto normali. Di volta in volta, molti di noi ne hanno fatto esperienza, durante una febbre o nella monotonia sensoriale di una strada deserta o vuota, oppure, qualche volta, e in apparenza, all’improvviso.

Molti di noi, quando sono a letto con gli occhi chiusi, prima di dormire, hanno allucinazioni cosiddette ipnagogiche – figure geometriche, facce, talvolta paesaggi. Tali figure o scene possono essere troppo deboli per venir notate, o invece molto elaborate, dai colori squillanti e in rapida trasformazione – le si paragona alle immagini di una pellicola cinematografica.

All’altro capo del sonno, sono le allucinazioni ipnopompiche, vedute ad occhi aperti, al risveglio. Queste possono essere ordinarie (come un’intensificazione dei colori, per esempio, o qualcuno che ripete il tuo nome) oppure terrificanti (in particolare se associate a paralisi durante il sonno) – un enorme ragno, uno pterodattilo al di sopra del letto, pronto a colpire.

Le allucinazioni (della vista, dell’udito, olfattive o altre sensazioni) possono essere correlate con l’emicrania o con accessi di febbre o delirio. Negli ospedali per malati cronici, nelle case di riposo, e negli I.C.U. (unità di cura intensiva), le allucinazioni sono spesso il risultato dell’uso di troppi medicinali e delle loro interazioni, aggravati dalla malattia, dall’ansia e da ambienti poco familiari.

Ma le allucinazioni possono avere anche un ruolo positivo e consolatorio – ciò è in special modo vero delle allucinazioni da lutto – vedere il volto o ascoltare la voce del coniuge deceduto, dei fratelli, dei genitori o di un figlio –, e possono giocare una parte importante nell’elaborazione del lutto. Queste allucinazioni, date dalla perdita di una persona, spesso si verificano nel primo o nel secondo anno dopo la sua scomparsa, quando se ne ha più “bisogno”.

Avendo lavorato nelle case di riposo per molti anni, sono rimasto colpito da quanti anziani, con l’udito ormai compromesso, siano predisposti a soffrire di allucinazioni acustiche, ed anche più di frequente, di allucinazioni musicali – una musica involontaria presente nelle loro menti, tanto reale che dapprima essi credono provenga dallo stereo del loro vicino. Persone con gravi problemi di vista, allo stesso modo, possono iniziare a soffrire di strane allucinazioni visive, qualche volta sono solo figure, ma più spesso sono visioni più elaborate, di situazioni complesse o di schiere di persone con abiti esotici. Circa il 20 per cento di chi ha perduto la vista o l’udito potrebbe avere di queste allucinazioni.

Fui chiamato a visitare uno di questi pazienti, Rosalie, una donna cieca di circa novant’anni, quando lei iniziò ad avere allucinazioni visive; anche lo psichiatra del reparto era stato allertato. Rosalie credeva di avere in atto una apoplessia o di essersi presa l’Alzheimer, oppure di reagire così a qualche medicina. Ma potei rassicurarla che neurologicamente tutto era in ordine. Le spiegai che se le parti del suo cervello dedicate alla vista vengono private di veri impulsi, restano affamate di stimoli e possono crearsi da sé delle immagini. Rosalie fu molto sollevata dalle mie parole, e compiaciuta che esistesse un nome per il suo stato clinico: la ‘sindrome di Charles Bonnet’. “Dica alle infermiere”, affermò, tirandosi su nella sedia, “che io ho la sindrome di Charles Bonnet!”.

Rosalie mi domandò quante persone avessero questa sindrome, le risposi centinaia di migliaia, forse, e solo negli Stati Uniti. Le dissi che molti avevano paura di parlare delle loro allucinazioni. Le descrissi uno studio recente su pazienti anziani nei Paesi Bassi, che prova che solo un quarto delle persone con tale sindrome ne parla ai loro medici – gli altri sono troppo spaventati o troppo vergognati. Solo quando i medici indagano con garbo (evitando di usare la parola “allucinazione”), le persone si aprono e ammettono di vedere cose che non ci sono – a dispetto della loro cecità. Rosalie ne fu indignata, e disse, “Lei deve scrivere su questo, narrare la mia storia!”. Mi sentii in dovere di raccontare la sua storia, distesamente, nel mio libro sulle allucinazioni, accanto alle storie di molti altri. La maggior parte è stata riluttante ad ammettere le allucinazioni. E spesso così facendo ha ottenuto diagnosi falsate o nulle – gli si è detto che non è niente, o che la loro condizione è inspiegabile.

Una diagnosi errata è molto comune quando le persone ammettono di “sentire delle voci”. In un famoso studio del 1973, condotto dallo psicologo di Stanford David Rosenhan, otto “pseudo-pazienti” si presentarono in diversi ospedali in tutto il paese, dicendo di “sentire delle voci”. È normale che tutti si comportavano in modi diversi; ma, ciò nonostante, fu stabilito che fossero (e trattati come) schizofrenici (eccetto uno, cui fu diagnosticata una “psicosi maniaco-depressiva”). In questo studio e nei successivi, il Prof. Rosenhan dimostrò in maniera convincente che ‘allucinazioni acustiche’ e ‘schizofrenia’ nella mente dei medici erano sinonimi. Mentre è vero che molte persone con la schizofrenia sentono proprio delle voci in certi momenti della loro vita, l’inverso non è provato: la maggior parte delle persone che sentono delle voci (almeno il 10 per cento della popolazione) non sono malate di mente. Per loro, ascoltare voci è un normale modo di fare esperienza.

I miei pazienti mi raccontano le loro allucinazioni poiché sono disposto a sentirle, perché mi conoscono e confidano nel fatto che io sappia di solito trovare la loro causa. Per lo più, queste esperienze non sono minacciose e una volta che ci si è abituati, sono pure moderatamente divertenti. David Stewart, un paziente affetto dalla sindrome di Charles Bonnet con cui tenevo una corrispondenza, scrive delle sue allucinazioni che sono “tutto sommato amichevoli”, ed immagina che i suoi occhi dicano: “Scusa per averti deluso. Sappiamo che la cecità non è uno scherzo e per questo abbiamo inscenato questa piccola sindrome, una specie di appendice della tua vita da vedente. Non è molto, ma è il massimo che potevamo fare”. Il signor Steward è riuscito a prendere le sue allucinazioni con umorismo, perché sa che non sono un segno di declino mentale o di pazzia. Per troppi pazienti, tuttavia, la vergogna, il riserbo, lo stigma, continuano.

[Il testo originale: “Seeing Things? Hearing Things? Many of Us Do” è stato pubblicato su: THE NEW YORK TIMES – Sunday Review |The Opinion Page, 3 novembre 2012] Traduzione di Maudecus (che ringraziamo).

fonte: http://mrearbrass.com/2012/09/11/le-allucinazioni-di-oliver/


Allucinazioni / di Oliver Sachs ; traduzione di Isabella C. Blum. - Milano : Adelphi, 2013. - pp. 325. - (Biblioteca Adelphi). - isbn: 9788845928093



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