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Alitalia, il giorno dei licenziati

La nuova Alitalia CAI, infatti, nonostante la struttura più snella e le numerose agevolazioni di cui ha beneficiato, non è mai decollata.
di Giovanni Greco - giovedì 11 ottobre 2012 - 2153 letture

Il 13 ottobre per molti è una data come un’altra; per altri rappresenta un ricordo, felice o triste. Per 4.000 lavoratori di Alitalia-Linee Aeree Italiane significa il licenziamento. L’inizio di un calvario. «Quello vecchio fatto di speranze di essere richiamati o di ritrovare un lavoro è durato quasi 4 anni», si legge sul blog del Comitato dipendenti Alitalia per il rientro al lavoro (http://alitaliacigs.blogspot.it) che inizia con un perentorio «Saremo licenziati!!».

La nuova Alitalia CAI, infatti, nonostante la struttura più snella e le numerose agevolazioni di cui ha beneficiato, non è mai decollata. Da quattro anni continua a perdere utili, allontanando di anno in anno l’ annunciato pareggio di bilancio.

«Gli unici obiettivi chiari – denuncia l’Unione Sindacale di Base - sembrano essere l’abbassamento del costo del lavoro e l’aumento della produttività con la riduzione del numero di occupati. Mentre all’orizzonte si prospettano ulteriori annunciati tagli di personale, che ogni volta sembrano essere gli ultimi, ed invece si continua a colpi di mille all’anno, assumendo contestualmente migliaia di precari». Tecnicamente il lavoratore ha 68 giorni di tempo, a partire dalla data di licenziamento, per iscriversi nelle liste di mobilità e richiedere all’INPS il pagamento dell’indennità di mobilità. Per l’iscrizione nelle liste di mobilità il lavoratore deve recarsi presso il centro per l’impiego competente, in base alla sua residenza, presentando un documento d’identità e la copia della lettera di licenziamento. Sia l’iscrizione alle liste di mobilità che la richiesta dell’indennità non possono essere presentate prima del 13 ottobre 2012. Le domande vanno tassativamente presentate entro 68 giorni dal licenziamento pena decadenza del trattamento.

E’ la burocrazia che prende il posto dell’attività sindacale e politica. Ma è anche l’ammissione chiara del fallimento dei quattro punti contenuti nel Piano Fenice, annunciato quattro anni fa: creazione di un modello operativo a basi per raggiungere "una forte leadership sul mercato domestico" attraverso un ribilanciamento dei voli a favore di Milano su Roma e di Malpensa su Linate ; accordo di partnership internazionale con una delle maggiori compagnie europee che dovrà essere industriale e potrà nel tempo essere rafforzato da accordi azionari; nuovi contratti di lavoro in funzione di un adeguato modello di relazioni industriali; drastico snellimento del perimetro aziendale e il netto incremento della produttività in modo da raggiungere una struttura di costo in linea con i principali concorrenti. Proprio questo punto rappresentava l’elemento di rottura con i lavoratori perché puntava a risparmiare nel tempo 350 milioni annui sia attraverso una riduzione della attività e del personale che attraverso contratti di lavoro meno onerosi. «Contrariamente agli annunci di quattro anni fa il Piano Fenice – accusa l’USB -si è rivelato un piano di ulteriore ridimensionamento dell’azienda che sembra ormai avviata ad essere una piccola azienda regionale regalando di fatto il Trasporto Aereo in mano a vettori stranieri».

Per USB Trasporto Aereo «le responsabilità di questo disastro siano da imputare a quegli stessi soggetti che da anni operano politiche distruttive nel settore, avvallando liberalizzazioni selvagge e il far west contrattuale e che oggi pensano di ristrutturare l’intero settore perpetrando gli stessi errori che hanno portato al fallimento della compagnia di bandiera».

Ma come solitamente capita a pagare il conto di queste scelte sono i lavoratori, «i 4.000 cassa integrati di Alitalia utilizzati come “materiale umano” da scartare e tutti gli altri che si aggiungeranno al bilancio già pesante. Una situazione – conclude l’USB -che rischia di diventare devastante, anche alla luce delle modifiche degli ammortizzatori sociali e delle drammatiche prospettive sulla tenuta del Fondo Straordinario del Trasporto Aereo». Una situazione drammatica che è ben rappresentata da Mizio (nome vero o di fantasia poco importa) che sul blog http://alitaliacigs.blogspot.it posta il suo commento. «Che tristezza una volta entrati all’Alitalia ci rimanevi fino alla pensione, avevi un minimo di dignità e potevi stare almeno sereno e se ti davi da fare potevi ambire anche a piccole soddisfazioni lavorative, era come una grande famiglia». Tutto è, invece, cambiato perché, aggiunge Mizio, «migliaia di lavoratori non hanno i requisiti pensionistici e si incamminano verso la disoccupazione». E chi lavora vive con la paura di perdere il posto; un’ansia che «ci attanaglia tutte le sere e le notti fissando lo sguardo verso l’orizzonte alla ricerca di un segnale di serenità di luce». A questi lavoratori e alle loro famiglie il governo e Alitalia devono dare una risposta. Secca e precisa. Il futuro dell’Italia passa anche da loro.


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