In questi giorni gli aquilani si sono ritrovati compatti, ancora una volta, pronti a riconquistare un senso di appartenenza alla città. Ed un orgoglio da contrapporre all’ipocrisia di volti sorridenti e mostrine del dovere da mostrare nelle parate politiche.
Noi c’eravamo. Una giornata di pioggia, a fine dicembre. Abbiamo lasciato l’auto davanti allo stadio Tommaso Fattori. S’intravedeva qualche tendone colorato, attraverso le inferriate. La voce sommessa di una messa recitata sfuggiva a quel silenzio, confuso tra le nuvole.
Poi ci siamo incamminati mestamente, calpestando storia e tradizione, cancellati, forse per sempre, dalla Natura ribelle. E dall’indifferenza. Il castello ci guardava da sinistra e neanche un cenno storico regalatoci da un aquilano doc, che ci precisava l’uso improprio della definizione "castello", al posto del più corretto "forte", ci ha fatto tornare il sorriso.
Don Pedro di Toledo lo aveva eretto nel 1534, per sopprimere la rivolta degli aquilani contro la dominazione spagnola. Quell’alea rassegnata, sorretta dalle giornate natalizie, creava un’atmosfera di una rivolta placata senza lotta.
In questi giorni gli aquilani si sono ritrovati compatti, ancora una volta, pronti a riconquistare un senso di appartenenza alla città. Ed un orgoglio da contrapporre all’ipocrisia di volti sorridenti e mostrine del dovere da mostrare nelle parate politiche.
Con loro c’erano gli altri italiani vittime delle tragedie recenti, sparse per il territorio. C’erano i viareggini, che cercano ancora i nomi dei colpevoli sulle pagine dei giornali. Mentre di certo, c’è solo il numero 32. Il totale delle vittime.
C’erano anche i cittadini di Giampilieri, ma anche i familiari degli operai della Thyssen, perché in Italia, le tragedie non le provoca solo la "natura" imprevedibile.
Tra loro, anche i comitati di San Giuliano di Puglia e della strage di Bologna. Tutti con un’agenda rossa in mano per ricordare anche via D’Amelio. Simbolo di strage eroica per un ideale di giustizia che abbiamo saputo "onorare" con un’altra inchiesta sulla Casa dello Studente dell’Aquila. E una beffarda e vigliacca risata incisa in un’intercettazione telefonica.
A dicembre abbiamo attraversato le vie del centro storico, che trasudavano altre voci sorridenti attraverso le mura puntellate delle case. Le voci degli studenti che non ci sono più. E della gente multietnica che popolava quelle case. Le voci che meritano più rispetto.
