Alfabeto minimo(Raffaelli, Rimini, 2005)
nuovi versi di Francesco Margani
“Alfabeto minimo”. Il nuovo libro di Francesco Margani
C’è nella poesia di Francesco Margani una essenzialità che induce a scoprire il
non detto, i versi sono nitidi, snodati come un discorso quotidiano, il linguaggio
declina subito l’essenza delle cose, i paesaggi, i sentimenti con un sussurro intimo,
pacato, l’infinitesimo slittare di sillabe o parole: senza spreco, con la parsimonia che la preziosità della parola richiede, detta con la semplicità di ogni giorno.
Sono talvolta versi brevi alternati a respiri più lunghi, poesie come pause di
raccoglimento mentre lo sguardo si posa sugli oggetti, nelle stanze, sul mare, sulle
stagioni che designano il transito dell’anima.
“Alfabeto minimo” (Raffaelli, Rimini, 2005), l’ultima opera in versi di Francesco
Margani, è una mappa di “sillabe rare” di “parole intrappolate” nella “rete verbale”.
Dettagli, frammenti di un discorso rigoroso e fors’anche amoroso, ma di un amore che
si concede senza chiedere, sprazzi d’un distacco già avvenuto o sta per compiersi
senza recriminazioni, forse un po’ di nostalgia attraverso cui recuperare il senso del
prima, il risveglio che scioglie piccole e importanti rivelazioni - “Io la notte sogno di te”-, echi, bisbigli e ombre “a bordo delle nubi, /sorriso d’acque, tamburi”.
Perdita e recupero da elencare con un alfabeto minimo, appunto, con parole adeguate
alla solitudine come condizione dell’ascolto interiore, poesia che interroga e “si interroga,
in cerca di se stessa e del senso del mondo: un viaggio testuale - senza visibilità di meta, certezza d’alfabeto”, scrive Maria Attanasio in prefazione, che “strappa dettagli
oggettuali e frammenti di vissuto alla loro ovvietà esistenziale; liberati dalle abituali connessioni essi si ricompongono in un’inedita correlazione metaforica tra esterno e interno, tra passato e presente: respiro, battito, scrittura del corpo che privilegiatamente
in figura d’amante si rappresenta”.
“Ascolta il soffio, / la caduta dell’acqua nel vento”, scrive il poeta, e l’acqua cancella,
fa pulito lo sguardo, offre nuove visioni d’intrecci, “geometrie tracciate e annullate”, è “corridoio” da traversare, uno stretto, lavacro di rovine, richiamo fluente.
L’acqua che è foce e mare: “Il fiume esce allo scoperto / nel rosso del tramonto, / cheto racconta il naufragio”; che è temporale “d’agosto trascinaci /come fuscelli o pagliuzze”,
“dolore dell’estate che si allontana”.