Osannato e ricordato con parole di encomio, forse in contraddizione con il pensiero espresso nei suoi libri, ci ha lasciato un messaggio di invito all’autodeterminazione contro qualsiasi forma di potere politico.
Sembrava quasi incoerente la cerimonia funebre, che i politici russi, da Gorbaciov a Putin a Medvedev, hanno voluto riservare alla scomparsa di uno dei più grandi scrittori del ‘900, Aleksandr Solzenicyn. Perché sicuramente, è stato definito uno dei più grandi, di caratura internazionale, come amava lui stesso fare autoironia, anche in varie occasioni, nelle quali il potere politico sovietico si è accostato opportunamente, per poi allontanarsene, alla sua opera letteraria che era, di fatto, una denuncia contro quel modo di fare politica, non del tutto variato nel corso dei decenni della recente storia dell’ex URSS, sin dai tempi della dittatura staliniana.
Nato l’11 dicembre 1918, tra la Rivoluzione d’Ottobre e la fine della Grande Guerra, c’è veramente da chiedersi se sia stato uno scrittore, nel senso più puro del termine, o piuttosto un cronista di verità nascoste; uno dei precursori del genere, più giornalistico, di moda fino agli anni ’80, sparsi per il mondo.
Forse lo è stato nella sua fredda e inattaccabile dichiarazione, che sosteneva la indiscutibile verità che “il potere non ha mai amato i grandi scrittori, al contrario di altri che creano meno imbarazzi”. Di fatto, si riduce a questo pensiero testamentario, la missione che secondo Solzenicyn, lo scrittore deve assumersi come responsabilità di portare avanti. Una testimonianza del tempo in cui vive, da tramandare ai posteri, perché gli orrori dell’uomo vengono facilmente dimenticati per non essere ripetuti.
Questi orrori, Solzenicyn li ha vissuti in prima persona, durante tutta la sua vita. Le sue origini gli avrebbero consentito di evitarli, se solo avesse voluto piegarsi all’adeguamento di sudditanza al potere, chi per paura e chi, come lui, per la propria estradizione sociale. Appartenenza sociale, quella dei ricchi proprietari terrieri alla fine della I Guerra Mondiale, che dovette abbandonare ben presto, sia per la morte prematura del padre Isaakij (qualche mese prima della sua nascita), sia per la politica di esproprio, adottata da governo che ridusse la famiglia in miseria.
L’indole di scrittore (cronista) risveglierà la sua sensibilità sin dagli anni Trenta, ponendogli davanti questo obiettivo, rimandato diverse volte, ma al quale non avrebbe mai potuto sottrarsi. Neanche quando nel 1941, dopo il conseguimento del diploma di matematica e fisica a Rostov-sul-Don, si arruolò nell’Armata Rossa, in piena II Guerra Mondiale. La sua dedizione alla patria e alla lotta contro la follia espansionistica di Hitler, non gli eviterà l’arresto nel 1945 con l’accusa di attività , controrivoluzionaria, a seguito di una critica mossa dallo scrittore nei confronti di Stalin ed espressa in una lettera inviata al suo amico di infanzia Nikolaj Vitkevic, che gli regalerà una condanna a 8 anni di reclusione e al confino a vita.
Inizierà per Solzenicyn il calvario da prigioniero politico, culminato con l’internazione nel campo di concentramento di Ekibastuz nel 1950, dal quale uscirà solo nel 1953 per essere confinato a Kok-Terek, nel Kazachstan, dove svolgerà la sua attività di insegnante. Sarà riabilitato solo nel 1957 con l’annullamento della sentenza.
Gli anni successivi saranno preparatori all’uscita del racconto-denuncia “Una giornata di Ivan Denisovic”, inviato nel 1961 alla rivista letteraria Novyj Mir che lo pubblicherà nel novembre 1962, dando avvio alla carriera del cronista Solzenicyn. Per la prima volta nella storia della ex URSS, un’opera letteraria rappresentò una descrizione dettagliata e veritiera della “vita” in un lager sovietico. La censura staliniana, fino a quel momento, aveva condotto la propria opera di omertà, contrastata solo parzialmente dal rapporto segreto sul dittatore Stalin, scritto da Nikita Chruscev nel 1956, ma che rimarrà “segreto”in URSS per almeno tre decenni.
L’uscita del racconto venne a sconvolgere l’assurdo silenzio convenzionale di quei tempi. Un professore di matematica raccontò le barbarie e le torture subite per decenni dai così detti nemici del popolo. Ma questo non fu sufficiente per evitare ai posteri altri soprusi ed abusi di potere. I Gulag, descritti e denunciati nelle opere di Solzenicyn e in seguito, da altri scrittori russi, non verranno eliminati neanche dall’innovatore Chruscev, che li modificherà, rendendoli più “umani” e giustificando la loro esistenza, quale freno ad un avanzante terrorismo.
L’intera produzione letteraria di Solzenicyn sarà caratterizzata da questa ossessiva necessità di denuncia culturale, frutto della propria esperienza personale, che lo condurrà ad una continua ricerca del mezzo più idoneo per trasmettere al suo popolo la testimonianza della stoltezza e la crudeltà dei propri simili. Una ricerca che spazierà tra opere, mai del tutto completate e accentrate nella sua opera segreta de L’Argipelago Gulag. Tre volumi, rivisti e corretti più volte,nel tentativo di confezionarne un testo dalle credenziali di assoluta verità nel contenuto.
Il rapporto contrastato con il potere politico sovietico caratterizzerà tutta la vita dello scrittore. La maturazione letteraria, culminata con la stesura del romanzo Primo Cerchio, che riscontrerà enormi difficoltà di pubblicazione, raggiungendo l’apice della censura con l’espulsione dall’Unione degli scrittori, una sorta di corporazione sovietica, nel 1969. Nel frattempo, il suo oppositore principale diventa Breznev, che con il Kgb metterà sotto stretto controllo la sua attività letteraria, da costringerlo a pubblicare i propri libri in Occidente. Nel 1970 conseguirà il Premio Nobel per la letteratura.
Disturbato dall’attività culturale di Solzenicyn, il potere sovietico attenterà anche alla sua vita nel 1971, con un tentativo di avvelenamento. Nel 1974, a seguito della notorietà conseguita nel resto del mondo, grazie ad interventi pubblici ed interviste rilasciate, il Kgb lo arresta nel febbraio del 1974. L’accusa prevedibile: tradimento della patria. La pena prevista: condanna a morte.
Solo grazie alle proteste sollevate dal mondo culturale e politico occidentale ed un interesse economico dell’URSS nei riguardi delle altre potenze, da non disperdere, trasformerà la condanna in un altro esilio. Saranno gli Stati Uniti il suo rifugio letterario, che abbandonerà solo nel 1994, quando un declinante Gorbaciov sancirà il crollo del comunismo.
Le condizioni di miseria, nelle quali troverà il popolo russo, la divisione del paese con l’indipendenza delle province quali l’Ucraina e la Bielorussia, lo porterà ad un isolamento culturale, manifestato con la pubblicazione de La questione russa alla fine del XX secolo. Nel 1998 rifiuterà il Premio della Presidenza, per protestare contro le dure condizioni di vita del popolo russo. L’ultimo decennio della sua vita, Solzenicyn continuerà ad occuparsi di quella che lui definirà La Russia nel precipizio, caratterizzata da altri abusi di potere e di rivolte culturali e politiche soffocate nel sangue, in nome di una non ben definita democrazia.
Non avrà il tempo, e chissà se non è da considerarsi una fortuna, di assistere allo scoppio dell’ennesima guerra civile tra la Georgia e l’Ossenzia, i resti di due Repubbliche Socialiste Sovietiche. Non più in Unione, da tempo.