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Al funerale di Vik per restare umani


Ultimo saluto per Vittorio Arrigoni, nell’assenza totale dei politici e la partecipazione commossa dell’altra Italia
martedì 26 aprile 2011, di Adriano Todaro - 592 letture

Quando arrivo, in auto, a Bulciago sono le 14,30. Sulle strade che portano in centro paese, ci sono gli uomini della protezione civile con la loro tipica tuta gialla che indicano dove posteggiare. Poi, a piedi mi dirigo alla palestra dove ci sarà l’ultimo saluto a Vik Utopia come era chiamato Vittorio Arrigoni ucciso una settimana fa, a Gaza, dopo essere stato rapito da integralisti salafiti.

Mancano due ore all’inizio della cerimonia ma gli spalti della palestra sono già occupati da tantissima gente. All’entrata distribuiscono belle fotografie di Vittorio, da solo e mentre parla con i bambini palestinesi. C’è tutt’attorno aria sospesa, di attesa. Giovani e meno giovani indossano, in onore di Vittorio e per marcare la vicinanza con il popolo palestinese, la kefiah, il famoso copricapo. Fuori dalla palestra staziona tanta gente, legge i numerosi cartelli dedicati a Vik, alla Palestina, ai crimini e complicità dei governi occidentali. Dentro, invece, solo bandiere della pace. La speaker lo dirà innumerevoli volte durante la cerimonia: solo bandiere della pace. Solo alla fine alcune bandiere della Palestina saranno sventolate da militanti palestinesi.

E’ una lunga attesa quella che facciamo appollaiati sugli spalti della palestra. Un’attesa di due ore. Poi, alle 16, 20 precise entra la bara di Vittorio e, finalmente, un applauso liberatorio lo accompagna negli ultimi metri prima di essere deposto sotto la pedana-altare. Tutti in piedi, occhi lucidi e un applauso che dura cinque minuti. C’è la famiglia, la madre Egidia Beretta, alta composta, occhi asciutti, la sorella, i parenti. Dietro numerosi palestinesi e una trentina di sindaci dei paesi limitrofi che indossano la fascia tricolore. Con loro, con la fascia azzurra, anche il presidente della Provincia di Lecco.

E’ l’ultimo atto dovuto a questo pacifista che credeva “come noi negli ideali di giustizia e di pace e li difendeva senza usare le armi” come ha detto il parroco di Bulciago, don Roberto Crotta. Funerali celebrati, come hanno sottolineato i sacerdoti che officiavano la messa, simbolicamente nel giorno di Pasqua, quello “dedicato alla resurrezione di Cristo”.

Ormai gli spalti sono affollatissimi. Non si può neppure spostarsi leggermente per cambiare posizione, tutti appiccicati, tutti intensamente con gli occhi rivolti alla bara, al parterre dove possono entrare solo parenti, sindaci, delegazioni di palestinesi, amici personali di Vik. In questo paese di 2.700 abitanti della Brianza lecchese, a 16 chilometri da Lecco, sono arrivati le televisioni nazionali, addirittura quella di Al Jazeera. C’è la Rai, c’è Skay. Tutti, però, sottotono per desiderio esplicito della famiglia. Ma ci sono, soprattutto loro, i pacifisti, molti arrivati da vari Paesi dell’Europa, ci sono gli amici di Vittorio arrivati da Gaza. Dietro di me un signore sfoggia un distintivo dell’ormai morta Lotta continua con il classico logo del pugno. Due ragazzi indossano una maglietta con slogan anarchici e, poco distante, una suora ha il rosario tra le dita. Mischiati tra la folla, donne palestinesi con la testa coperta dal velo, attente alle parole che le testimonianze lanciano dal microfono. C’è anche la Banda degli Ottoni, una famosa band milanese del movimento che non manca mai a nessuna manifestazione. Loro suonano diversi motivi, ma soprattutto “Bella ciao” che è la colonna sonora del funerale.

Poi inizia la cerimonia religiosa accompagnata da un coro di giovani ragazze e ragazzi. La messa è celebrata da tre parroci della zona e da monsignor Hilarion Capucci, vescovo di Gerusalemme. Il suo è un intervento sofferto, ma anche molto deciso e fa specie vedere questo prete ortodosso, di 90 anni, con le mani giunte che prega in continuazione, che s’inchina sin quasi toccare terra, che si è sobbarcato un viaggio faticosissimo per essere presente a Bulciago, per accompagnare e testimoniare per Vik Utopia. Capucci interviene, nella sua omelia, in modo flebile, con un filo di voce. Ma poi rafforza le parole e ad un certo punto grida. Lo fa quando afferma che “il mio gregge è il popolo palestinese, sofferente e maltrattato”. E lo fa quando parla di Vittorio anche lui “un difensore di questo gregge… un martire, un eroe, un santo di questo popolo”.

Sono parole forti che usa monsignor Capucci come forti sono le parole di un altro sacerdote, don Nandino Capovilla, coordinatore nazionale di Pax Christi. Capovilla è stato molto deciso ed è stato subito subissato dagli applausi: “Ci inquieta – ha affermato – l’assenza totale del nostro governo nazionale. Ci inquieta ma non ci sorprende più”.

Le testimonianze, gli altri interventi, sono tutti tesi a ricordare la figura di Vittorio. Sono le testimonianze degli amici, degli altri costruttori di pace, le testimonianze di chi ha conosciuto Vittorio, di chi ha lavorato al suo fianco. Hanno ricordato l’operazione “Piombo fuso”, l’attività di Vittorio, la Freedom Flotilla, hanno sottolineato come Vittorio fosse il primo ad accogliere i palestinesi in fuga dai territori occupati, della sua preoccupazione per il loro futuro. Con un impegno finale portato da due rappresentanti delle associazioni filo palestinesi in Italia: “Noi porteremo avanti il boicottaggio contro Israele, contro un governo colonialista e razzista. Ci spenderemo perché la Palestina sia liberata dal fiume al mare”.

Per ultima, parla la madre di Vik, Egidia Beretta, sindaco di Bulgiaco. Quando sale sulla pedana che era servita per celebrare la messa, Egidia traballa, ha un piccolo mancamento sorretta prontamente dalla speaker che le resterà sempre a fianco. Per lei sono stati 10 giorni di terribile tensione, ma rifiuta, garbatamente, di essere sorretta. E parla. Parla con voce chiara e ferma, solo ad un certo momento si nota un pizzico di commozione. Una donna che molti hanno descritto come forte e invece lì sul palco è solo una madre a cui hanno cancellato un figlio, quel figlio che lei e suo marito – oggi a casa, perché malato – ha educato alla solidarietà, alla convivenza civile, lo ha spronato a battersi per difendere i più deboli.

Lo dice chiaro e forte Egidia chi fosse suo figlio: “Mio figlio – sottolinea fra gli applausi – è stato la voce dei senza voce: non un eroe ma solo un ragazzo che con una vita un po’ speciale ha voluto affermare che i diritti umani sono universali e vanno sempre difesi”.

Ormai sono tutti in piedi ad applaudire e attraverso gli applausi far giungere a Egidia Beretta la loro solidarietà, il loro calore umano. Mi guardo in giro. Molti piangono, altri hanno gli occhi lucidi e trattengono con fatica l’emozione. In questo momento così drammatico sento un bambino piangere. Mi volto. E’ un piccolo palestinese in braccia alla sua mamma. E’ forse la più bella di fotografia di oggi. Questo bambino, che rappresenta il futuro, la vita, che incurante del momento drammatico che stiamo vivendo in quel momento, piange, così come normalmente fanno tutti i bambini del mondo.

Dopo circa tre ore, la cerimonia termina. Risuona il grido “Vittorio, Vittorio”, si canta, tutti assieme “Bella ciao”, si sventola la bandiera della pace e della Palestina. Ci si mette in fila, ordinatamente, per salutare Vittorio, per toccar la cassa dove sono stati posti vari oggetti cari a Vittorio, il suo cappellino, una bandiera palestinese, la kefiah di un palestinese, dove il rappresentante di Libera ha sparso della terra di un podere sottratto alla mafia.

Si torna a casa. Nell’uscire, molti commentano l’assenza dei rappresentanti del governo e del presidente della Repubblica sempre pronti ad accorrere quando rimane ucciso un militare o un contractor. I politici non ci sono e forse è un gran bene ma resta, comunque, l’amaro in bocca. Noto solo l’on Vincenzo Vita, del Pd, nel parterre. E’ proprio sotto di me. E’ agitato, fa la spola, in continuazione, con gli organizzatori. Forse vorrà parlare? E poi, sarà veramente lui? Qualcuno ricorda anche la vergognosa copertina del 17 aprile scorso di Libero, con quel titolo blasfemo, a tutta pagina, in prima: "Lasciamolo là"

Ciò che è certo è che oggi, ai funerali, Vittorio è riuscito ad unire tutti coloro che non hanno voce o ne hanno molto poca, dagli anarchici alle suore, ai cittadini comuni. Ed oggi si è consumata anche una frattura tra un’Italia che tenta di resistere, pacifista e umanitaria e le istituzioni, sempre più lontane, asserragliate nei loro Palazzi. Non c’erano, oggi, neppure i sindacati. Un’unica corona di fiori, quella del manifesto.

Ma, forse, è proprio questa la vera Italia. Ed è vero quello che ripeteva alla fine di ogni suo articolo Vik Utopia, cerchiamo di restare umani.

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