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Addio vecchio Merlot


Dopo il settore tessile e le biciclette l’invasione dei prodotti cinesi mette a rischio l’agricoltura. Ne parliamo con Giuseppe Politi, presidente della Confederazione Italiana agricoltori.
mercoledì 11 maggio 2005, di Vincenzo Raimondo Greco - 1848 letture

Esiste un colosso che non ha ancora rivelato tutte le sue potenzialità: la Cina. Da una parte c’è chi ritiene che sia un formidabile concorrente per i prodotti europei, dall’altra c’è chi si sbilancia per sostenere che con oltre un miliardo e 300 milioni di abitanti costituisce un enorme mercato nel quale cercare le migliori opportunità commerciali.

L’argomento è stato affrontato in occasione della manifestazione Macfrut 2005 svoltosi a Cesena. Diverse le soluzioni prospettate. Per la Coldiretti, bisogna “promuovere a livello europeo il provvedimento per affrontare le crisi di mercato, definire una rete di sicurezza per il settore in attesa della riforma dell’Ocm (organizzazione comune di mercato) e rafforzare il sistema di controlli per evitare che venga spacciata per italiana la frutta importata”. Anche per il ministro Alemanno siamo in presenza di una crisi che, però, può essere superata con “un’attenta progettualità” per fare del Mediterraneo un “ bacino capace di portare i suoi prodotti in tutto il mondo”. Nel frattempo la produzione soffre e numerose aziende agricole sono in crisi. Sull’argomento abbiamo ascoltato l’opinione di Giuseppe Politi, presidente della Confederazione Italiana agricoltori.

Dopo il settore tessile e le biciclette l’invasione dei prodotti cinesi mette a rischio l’agricoltura. Può quantificare il danno?

E’ difficile dare una dimensione economica del danno che stanno provocando le importazioni agricole, in particolare di ortofrutta, che vengono dalla Cina. Tuttavia, il problema è grave e, se non si interviene in maniera decisa, rischia di provocare pesantissime conseguenze per la nostra agricoltura, che già vive una fase di grande incertezza e di difficoltà sempre più complesse. Le preoccupazioni degli imprenditori agricoli italiani, soprattutto ortofrutticoli, sono sempre più evidenti. Non passa ormai giorno che i mercati nazionali non siano invasi dai prodotti cinesi. Pomodori, ‘pummarola’, fagioli secchi, mele, pere, agli, cipolle e adesso anche pinoli e vino ‘made in China’ stanno cominciando a mettere in grande difficoltà le nostre produzioni. Nel 2004 le importazioni di ortofrutta dal paese asiatico sono cresciute del 200 per cento, mentre nel complesso dell’agricoltura si è avuto un aumento del 136,5 per cento. Una tendenza che sembra sempre più destinata a consolidarsi. Le cifre, del resto, parlano da sole. Nel settore delle mele c’è stato, nell’ultimo anno, un aumento del 230 per cento dell’import cinese, mentre per pere e per pomodori e conserve si sono registrati incrementi, rispettivamente, del 190 e del 180 per cento. Agli e cipolle hanno invece avuto una crescita intorno al 90-100 per cento. L’import di fagioli secchi è aumentato del 39,5 per cento, mentre per i pinoli l’incremento è stato del 37,2 per cento.

Si parla di mele, funghi, fagioli e di altri prodotti che hanno caratterizzato la nostra produzione e che hanno, in alcuni casi, un marchio ben definito. L’Italia soffre e c’è chi chiede una indagine dell’Ue. Qual è il suo parere?

Credo che anche per l’agricoltura c’è di un impegno nuovo e certamente più incisivo da parte dell’Unione europea. Al fine di non aggravare ulteriormente lo scenario agricolo nazionale che è alle prese con una serie di persistenti problemi, penso che almeno sul fronte commerciale, come si sta facendo per il settore tessile, Bruxelles predisponga una politica strategica realmente mirata a tutelare le produzioni agricole europee, che già sono costrette a subire l’assalto non solo dal ‘made in China’ ma anche da altri paesi, a cominciare da quelli del Bacino Mediterraneo e dell’America Latina.

La Cia ha, da tempo, lanciato l’allarme vino. Saremo costretti a dimenticare il Brunello, il Merlot, il Pinot conosciuti in tutto il mondo?

Non è una pura previsione. Ci sono elementi concreti che ci fanno temere un’invasione di vini cinesi nei prossimi mesi. Già da adesso consistenti quantitativi di prodotti vitivinicoli ‘made in China’ hanno fatto la loro comparsa nel nostro Paese. Le importazioni massicce, comunque, ci saranno a partire soprattutto dall’autunno. Intanto, l’import del ‘nettare di bacco’ asiatico ha fatto registrare un aumento nell’ultimo anno di oltre il 200 per cento. Il comparto vitivinicolo cinese è, quindi, destinato ad un nuovo eccezionale successo. Le prime avvisaglie, del resto, si sono avute. Il prodotto, principalmente rosso, si vende a prezzi bassi e certamente minori di quelli italiani. Ovviamente, quanto a qualità lascia molto a desiderare. Tuttavia, le importazioni di vino ‘made in China’ sono destinate provocare non pochi problemi ai nostri vitivinicoltori. A partire dagli anni ’90 la domanda di vini di uva da parte delle classi sociali più abbienti delle grandi città cinesi ha subito una forte accelerazione. Il contatto con gli stili di vita europei e la volontà di utilizzare beni di consumo che costituissero status symbol sociali hanno fatto crescere il consumo di vini in bottiglia nei canali distributivi. Il ‘fenomeno vino’ in Cina ha così determinato una rapida espansione della superficie vitata, che tra il 1997 ed il 2003 ha fatto registrare una crescita di oltre l’80 per cento. E’ stata stimata un’estensione di supera i 350 mila ettari. E ciò ha spinto un aumento produttivo e l’avvio di una strategia di penetrazione sui mercati esteri. Tuttavia, penso che non possano esserci problemi per i nostri grandi vini di qualità. Difficoltà, invece, potranno registrarsi per il vino da tavola. Ecco, quindi, l’esigenza di intervenire al più presto in sede europea.

Parlate di etichettatura e di filiera: si potrà bloccare l’invasione del Celeste Impero oppure saranno necessari altri interventi? E Quali?

Una filiera più forte e organizzata e una valida etichettatura possono rappresentare sicuramente un elemento importante per contrastare una massiccia importazioni di prodotti cinesi. Accanto ad essi abbiamo però bisogno di politiche mirate tese a rilanciare lo sviluppo e la competitività delle imprese agricole. Senza una strategia realmente propulsiva non si ottengono risultati concreti.D’altra parte, c’è da sottolineare che l’import di prodotti cinesi non è che uno dei problemi ai quali gli imprenditori agricoli italiani debbono far fronte. E’ l’intero settore agricolo a soffrire di una crisi che non ha precedenti negli ultimi venti anni. Sono cresciute le difficoltà ed è venuta sempre meno la competitività. I produttori hanno visto diminuire i loro redditi. Uno scenario pieno di ombre che si può rischiarare soltanto con una nuova politica, con un nuovo progetto, con una svolta radicale.Non a caso, abbiamo proposto una Conferenza nazionale sull’agricoltura e lo sviluppo rurale che venga promossa dalla Conferenza Stato-Regioni. Una Conferenza nella quale governo, enti locali, organizzazioni agricole, rappresentanti dell’agro-alimentare e sindacati possono trovare un momento di riflessione per cercare le strade migliori che consentano un effettivo rilancio dello sviluppo dell’intero settore.”


Oltrenews.it/Girodivite.it

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