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Addio all’attore Lino Capolicchio

di redazione cinema - mercoledì 4 maggio 2022 - 2424 letture

Fonte: CinecittàNews.com

Gli occhi celeste cristallino e la pelle algida e lucente della mamma Eufemia, donna volitiva che gli è stata madre e padre al contempo (figura genitoriale, quest’ultima, in qualche modo compensata dalla paterna amicizia di Franco Zeffirelli), e che ha cresciuto quel bimbo nato a Merano nel ’43 insieme all’amatissima “nonna nera”, la nonna Anna con cui ha avuto il suo battesimo al cinema sin da piccino, alla sala “Stella” della città altoatesina, ammirando Tarzan.

Due gemme blu gli hanno sempre illuminato il volto angelico, permettendogli poi di bucare gli schermi con i grandi titoli della Storia del Cinema, da Metti, una sera a cena al Il giardino dei Finzi Contini, film che cinquant’anni fa vinse il premio Oscar come Miglior Film Straniero, un’opera che ha fatto assurgere Lino Capolicchio nel firmamento delle stelle della Settima Arte.

Enfant prodige del teatro, debutta a 21 anni ne Le baruffe chiozzotte, voluto e diretto da Giorgio Strehler, maestro cui è stata sempiterna la gratitudine di Lino per averlo plasmato e reso l’uomo di spettacolo la cui statura s’è confermata nel tempo.

Fraternamente amico e compagno di cinema di Pupi Avati, sin da quando l’autore bolognese lo “inseguiva” per Roma – Lino già famoso, Pupi non ancora debuttante – per proporgli le sue sceneggiature e da lì il più lungo sodalizio cinematografico della sua carriera, dalla condivisione della personale passione per il mistero onirico e le visioni artistiche di Kubin, fino all’opera prima di Avati: “Quando l’ho incontrato, ho visto in lui una specie di orsacchiotto con la barba e il capello un po’ riccio, e sentivo - dal modo di parlare, dall’intonazione - che sotto sotto avesse la capacità di cogliere delle sottigliezze della mia recitazione che mi aveva colpito, mi sembrava uno interessante. Nasce quindi un rapporto che aumenta fino all’importante, finiamo per essere talmente amici da incontrare insieme i produttori per La casa dalle finestre che ridono” (queste le parole di Capolicchio tratte dall’intervista del libro, ancora inedito*), prima di vivere poi insieme le produzioni di una trentina di opere comuni, fino al più recente Il signor Diavolo, in cui Avati ha donato a Capolicchio uno splendido ruolo da prelato.

Una lunga e sfilacciante malattia, affrontata costantemente con spirito leonino, e con viva lucidità sino all’ultimo respiro, non permettono che Lino Capolicchio lasci l’esistenza terrena senza aver tracciato un segno indelebile, infatti affida in eredità al pubblico la sua autobiografia, D’amore non si muore (2019), tratta dal suo diario autobiografico, scritto ogni sera – e fino agli ultimi giorni – sin da quando frequentava l’Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico e spunto anche di un inedito volume dedicato proprio a celebrare e raccontare il suo personalissimo periodo con De Sica per i Finzi Contini, in quel tempo tra il 1970 e il 1972, dal primo provino con Laura Antonelli (cui poi è stata preferita Dominique Sanda), fino alla vittoria della Statuetta americana, nel destino del romanzo di Bassani, dapprima docente di Capolicchio all’Accademia.

Uno scritto intimo, tra lieve e avvincente vita quotidiana personale e vita da set: *De Sica, io e il giardino segreto, questo il titolo, è un’opera scritta di pugno da Lino nel momento degli accadimenti, mezzo secolo fa, mai data alle stampe sino ad ora e che ha l’onore di raccogliere in sé anche l’ultima sua più recente intervista dedicata. Il volume, voluto e editato da Cinecittà Spa e Bietti Edizioni, sarà in distribuzione da fine agosto, a celebrare e mantener viva l’indiscussa gloria dell’artista.

Il Lino terreno s’è spento stasera, 3 maggio, e della fine della vita su questa Terra ci ha lasciato il suo personale pensiero, quando nel libro di prossima uscita risponde su quale rapporto abbia con il fine vita e con l’aldilà: “Da un lato, l’idea dell’aldilà mi affascina: dall’altro mi incute un’inquietudine. Sono però affascinato da tutto quello che non è la realtà spicciola, la mia sensibilità va oltre il quotidiano, cercando di esplorare anche mondi sconosciuti, per questo il fascino verso il mistero che ci attende. Non sono credente, ma sono persona di profonda spiritualità, quindi tutto ciò che è pervaso da questo senso mi tocca, profondamente: sono sedotto dalle suore o dai preti che si immolano per una vita a fare clausura o eremitismo, dal non accettare le regole di un quotidiano normale, nell’accettazione di privazioni continue. Sono affascinatissimo”.

Lino Capolicchio, alla cui moglie Francesca Gulino ci stringiamo con profondo e famigliare affetto, verrà commemorato con una cerimonia dedicata alla Casa del Cinema di Roma e successivamente a Fondi (Latina), cittadina di residenza.

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Una scena epica de Il Giardino dei Finzi Contini


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